La meccanica del pane. Poesie 2010 – 2015 (Castelvecchi, 2016). L’urlo e il furore di Michele Caccamo

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La meccanica del pane di Michele Caccamo non è una comune raccolta di poesie. E’ un unico testo lancinante, un palinsesto che copre cinque anni terribili della vita e della scrittura di questo uomo-poeta. E’ un lungo e intenso piano sequenza del dolore pari solo al penetrante sguardo della cinepresa di Aleksandr Sokurov. E’ una ballata alla Woodie Guthrie che accompagna con il ritmo della scrittura l’epopea degli sconfitti in questa nostra Grande Depressione Civile. I suoi versi fanno salire dal fondale più profondo dell’anima uno Spiritual contro la schiavitù della giustizia. Anche i girasoli si accordassero/ sarebbero angeli sorveglianti/ quanto le anime pulite/ degli ultimi campagnoli/ che hanno il cuore spaccato/ dalle concimazioni genetiche(…).

Michele Caccamo è un testimone di questo nero inverno dell’Occidente spaccato in due come una mela tra chi gode di una qualsiasi protezione e chi è del tutto fuori da ogni sistema garantito di relazioni. Colpito duramente ma non invitto. Il suo è un vero e proprio canto di libertà e liberazione. Una prova di autentica poesia ma con uno sguardo inconsueto, almeno per me, in quanto slegato da qualsivoglia legame con la terra, un terra, la propria terra d’origine. Alla mia morte/ solo santi come galli/ che cantano/ e gonfiano macigni.

L’ingiustizia ha reso “apolide” Caccamo. Questa è tuttavia l’opportunità che un’umiliazione resiliente gli hA restituito. La sua voce ha acquisito un alito universale. Ogni uomo offeso ne troverà identità e compassione, slegato da specifiche connotazioni sociali, politiche, territoriali. La condizione di Caccamo è quella dell’uomo denudato completamente di fronte al proprio destino. Più Giobbe che Sisifo, più Oreste che Prometeo. Ogni singolo verso, ciascuna parola, senza soluzione di continuità, risuona dell’eco di una risalita umana verso l’affermazione orgogliosa della propria originaria innocenza. Tutto il libro vibra della storia personale di Caccamo ma senza minimamente ricalcarne l’impronta. Non c’è biografiamo né narrazione del risentimento. Ogni stanza poetica comunica con l’altra grazie ad una prosodia dalla sobrietà esemplare. Non c’è immagine auto-suggestiva o parola di troppo. Ciascuna contiene un mistero di bellezza, sia quello dell’autore o di ciascuno di noi lettori. Messi l’uno nell’altro i cosmi/ perché fosse nulla/ anche la presenza del cielo/ ha fatto allora il vento/ le stelle infiammabili/ le camere del buio/ la carne umana/ la voce dello spirito/ e noi crediamo non sia l’anima/ ma un impulso magnetico/ a disporre la vita (…).

La meccanica del pane è quella del’urlo e del furore. Caccamo aggiorna l’impegno di Tom Joad. Dovunque un poliziotto picchia una persona dovunque c’è una lotta contro il sangue e l’odio nell’aria/ Dovunque si combatte per un posto dove vivere,/ o un lavoro decente, o una mano che ti aiuta,/ dovunque qualcuno lotta per essere libero/ dovunque un bambino nasce gridando per la fame/ cercami, e ci sarò. E l’autore gli fa controcanto (…) per le montagne di sventura/ io ho una scatola ai portici/ e mi copro nella plastica/ come un fiore morto/ e tocco così rinchiuso/ il mio pianeta d’acqua/ ogni notte per un lava strade.

La bandiera dell’umanità ferita da tempo giace nella polvere. Per il tempo della sua scrittura Caccamo l’ha sollevata. (…) La lezione che si è detta vera/ che la miseria è un ferro/ che sono quattromila tonnellate/ i mendicanti/ e che per la via del loro amore/ saremo tutti padri/ di una seria idea morale.

                                                                                                                                                      Pasquale Vitagliano

 

 

 

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