Michele Caccamo e l’impossibile salvezza

img_1690
di Augusto Benemeglio

 

  • Anima ferita

 

Michele Caccamo è uno che ha  provato  di tutto, sappiamo dei suoi tre anni drammatici trascorsi in carcere, delle sue resistenze contro le infamie della mafia calabrese , della “maledizione che tuttora vive  negli occhi che sanguinano ogni giorno senza conoscerne il motivo, nel terrore delle voci e delle ombre, della sua bocca piena di scheletri del passato e del suo petto su cui grava un’incudine di ferro che toglie il fiato a ogni protesta, del suo urlare  e mordere le vene nei pugni, la lingua, le scarpe. Sappiamo del suo sforzo immane per trattenere quel proprio volto mutato , la propria anima  straziata che prega un dio che non si accorge dell’uomo se non quando vede nel suo corpo oscuro il veleno della caduta , della rassegnazione e  quel dolore in più, che ti priva  di tutto, uno spreco di sensibilità negli occhi vuoti che non riescono a vedere  più l’altrove!, sappiamo della sua pietà , della sua  sacra astrazione, che scende fino alle minime umiliazioni per varcare regioni ignote, paesaggi sommersi , vetrate oscure , sappiamo della sua infinita solitudine , del rigore che assidera le forme nel vuoto , sappiamo della buia ferita di una creatura mutata in larva e ombra singhiozzante.   

 

  • Il deliquio della parola

 

Ma conosciamo – da sempre – il deliquio della parola di Michele Caccamo , quello stato di grazia intermittente che è solo dei poeti, e in specie dei poeti  visionari  e metafisici  come lui ,  che hanno una “malinconia rarefatta” e  una loro “musica nascosta”, come osservò Raffaele La Capria quasi dieci anni fa , nella prefazione a  “La stessa vertigine,la stessa bocca”, Manni, Lecce, 2007.

Si tratta di un poeta che cerca striature di luce e di libertà,  che ha una spinta costante a donarsi, una tensione e un linguaggio talora corrusco, violento, magmatico, potente, incisivo, che lascia il segno:“E potrò salire al sole/ – con il fuoco tra i denti -/ e un faro d’oro tra le dita/ e stare eterno”.

Bisogna  provare che cosa significhi avere dentro di sé un corpo di scrittura e la sofferenza , il dolore , la morte come “paesaggio” esistenziale ;bisogna provare quella  profondità di certi strati della carne , quel costante esercizio d’astrazione della  geometria  delle sofferenze , fisiche e spirituali, quella tensione verso l’esattezza, lo spaventoso, l’inconcepibile, il vuoto infinito , la dannazione , la morte che tutto annulla,  per comprendere questo poeta calabrese , che ha frequenti contatti con il Salento, ( che una volta, guarda caso, era chiamato “Calabria”) e con gli dei che un tempo lo abitavano,  per evidenti affinità elettive. Ma Caccamo è “anche” un poeta dei nostri tempi , un cristiano inquieto e problematico che costruisce immagini di cristallo seduto su un vulcano fosforico , un vulcano che somiglia tanto al Monte Calvo  di Gerusalemme , al Golgota, dove sta ancora e sempre  in croce quel povero  Cristo , lì appeso , inchiodato , come l’ultimo volgare degli assassini, deriso, sputacchiato, spernacchiato, sconfitto. E lui, il poeta, come dice Borges , “deve essere la croce e i chiodi”, la lancia , il sangue e il cielo che s’oscura ; deve essere   il testimone (e il complice ) , l’uomo che guarda  tutte le cose e deve giustificarle ; l’uomo ferito  , incredulo, disperato , che piange un dio che muore e non crede alla rinascita, alla salvezza: “E’ insensata la salvezza/ Non sento l’urto di nessuna sepoltura/…Ci fosse la salvezza/ fosse con noi/ nel nostro sangue/ ci farebbe rinvenire/ e per Dio pregheremmo”Fatti che popolano lo spazio e che toccano il cuore dell’uomo per sempre ,  fatti che meravigliano e continuano a meravigliarci ogni giorno , come il numero infinito di cose di cui ogni giorno si nutre il poeta e che vanno  a finire nell’imbuto senza fine della memoria dell’universo , insieme alle galassie e ai buchi neri . La morte , dice Caccamo , ci bracca , ci sta sempre addosso , alle spalle, o davanti, la morte  come “vizio assurdo” pavesiano , la morte bergmaniana che  ti sfida all’ultima partita  a scacchi , ma prima  e dopo la morte . ci sta quel Crocifisso  che non ti puoi togliere dalla mente e dal cuore , “Quello era l’unico uomo veramente buono mai esistito sulla terra” , dice Dostoevskij,  che ci propose il Cristo “Idiota”  , il Cristo  ancora oggi  “Sconosciuto “ ,il Cristo Mistero Irrisolto , che fa dire al dubbioso poeta: “La sindone è una morte solo umana/la deportazione di un lino/ una disgrazia senza profeta/ un tranello ecclesiale/ La morte è già regno/ deposizione e dimora/ capanna croce e spavalda lastra/ un gradimento divino”.

 

  • Metamorfosi luziana

 

In realtà, questa sua necessità di cogliere verticalmente , di scavare in profondità  il senso dell’esistenza ,  questo suo cristianesimo interrogante, pessimistico,   in-fedele , rimane comunque  l’unica  forma di speranza , l’ultimo possibile approdo , per dare un senso ad  un viaggio , a  una vita che altrimenti non avrebbe alcun significato.  Una vita che spazia dal filo d’erba alla immensa sinfonia delle  stelle e dei pianeti , ma allo stesso tempo continua a scavare nei pozzi più profondi  , immisurabili,  nei recessi più  remoti dell’inconscio ( …son qui venuto, avanzo / da tempi  inconoscibili, ardo, attendo ; / senza fine divengo quel che sono, / trovo riposo in questa luce  vuota”) ,  in una  fusione di pensiero e immagini in cui la frequente oscurità , il gioco delle sinestesie  metaforiche sono anche cifra stilistica  e caratteristica peculiare: “lavami la bocca con acqua di riso/e coprimi il torace/ stanotte mi addormenterò/ senza pensare all’ossigeno/ e stanotte ho paura/ come deponessi l’anima”.

“Da far mancare il respiro” , scrive Silvia Cuomo . Ed è  vero. Dà l’idea di un corpo e di un’anima sommersa , che ti vengono incontro dal passato, o dal futuro di un’anima nascosta “nel corpo oscuro della metamorfosi” tutta luziana.

 

  • Il sentimento del vuoto e del naufragio

 

Caccamo è uno che vive lo sradicamento, lo spaesamento, lo spossessamento  fisico e spirituale dell’uomo di oggi , la “liquidazione” di tutti i valori  tradizionali ( famiglia, scuola, patria, onore, ecc.)  delle civiltà occidentali …”Il mondo sprofonda nel suo caos originario  le cose risaltano di nuovo con quella terribile libertà che possedevano quando non servivono a nessuno” . L’unica via di fuga è la letteratura, la poesia. Ma bisogna farsi corpo di scrittura , bisogna saper usare  le parole in modo diverso , come terapia dell’anima,  per ridare un senso al fare poesia , durante la  nostra abituale navigazione  nei vari fiumi infernali di oggi  non dissimili da quelli  danteschi, lo Stige, il fiume delle lagrime dell’incontinenza , passaggio obbligato per arrivare alla città di Dite, e l’Acheronte , il fiume che segna l’ingresso nel regno dei morti , il limite che le anime di tutti i defunti devono varcare , inelusibilmente e irreversibilmente , sulla barca di Caronte. Ma già in questa vita , dice Caccamo, siamo tutti  su una barca di dannati , e non abbiamo altro porto che quello dell’inferno o del Nulla. La salvezza ci è preclusa da sempre , e non ci sarà Beatrice alcuna – atto incantato di una memoria che ama rievocare , trionfo della fantasia , figurazione d’amore – che ci salverà, perché “ quest’acqua/piena di lacrime/quasi si muove/come fosse un pianeta /o una bomba che fa saltare le onde…”.

Ed ecco che le parole  di Caccamo si fanno  lapilli  che vanno verso l’alto , a ferire un cielo  che precipita nel vuoto  , con una tensione verso il nulla e l’infinito , che è attrattiva e repulsione al tempo stesso . Lui è  uno che ha capito che lo spaventoso e l’inconcepibile che ci sovrastano non sono il vuoto infinito dello spazio, ma l’esistenza stessa, che è solitudine senza fine e senza meta : “è di vapore la notte/ è muta/ tutto si sottrae/ e mi lascia esistente /come fossi una luna /metafisica risorta…io qui mi piego/ e piango/ come l’unica vittima/ interamente chiuso / in questo vuoto/ ravvolto in quel cielo/ che invano guardo/ così senza altezza/ stretto al suolo/ agonizzante fino ai piedi/ come una traccia a terra.

Ed ecco che questa  poesia  che cerca di innalzarsi , arrampicarsi come un’edera metafisica  verso un qualcosa che non esiste, si fa via via sempre più consapevole del suo inevitabile naufragio, del buio totale, assoluto:“lo spessore della terra è il vero orrore/ tutto senza luce/ senza possibilità che rimbalzi il vento ma è simile a un prodigio questa successione/ questa carne espansa.
Scisso in se stesso, senza ruolo , identità  o dimora,  nostalgico dell’impossibile,   tutto gli pare luogo d’esilio, tutto si riflette , si miniaturizza nella miseria creaturale , e nell’attesa della morte, lucida gelida ,  nera e spietata ( “si muore senza ti amo…/ e non si hanno carezze”). Ma dov’è  più l’antica  voce che apriva l’aria , che la scindeva  e la squartava , che si insinuava  nel suono dei mattini iniziali , nelle pieghe della luce?… Ecco , questo è il suo destino , far risuonare l’urto della luce afferrata , far diventare una superficie , il tragic glass , il ritmo, la misura dei luoghi , l’accento forte, l’ictus, il piede che batte la terra , il piede che diventa ritmo ,  il verso bianco giambizzato , l’immagine della claudicazione ,la luce e il suono …far diventare il tutto voce di speranza,  “una voce indivisa/una veglia/dove si produce l’anima…/dove la polvere nell’aria/ diventa fiamma/ e i morti appaiono/ e si vedono le colonne/ i semi delle stelle/ e per tutte le anime unite/ si spalanca la luna.

  1. La prigione del corpo

Se il teatro – come disse Klossowski – è  molto vicino alla chirurgia, la poesia può essere la medicina per salvare, guarire gli esseri umani…e questo fin dall’origine, fin dal principio quando il  primo verso non fu altro che un grido di dolore miliardi di volte ripetuto nell’etere…Amici, – sembra voler dire Caccamo , la poesia non è un’arte , è una necessità  indistruttibile che inventa forme fino a che non coincidono più con la realtà, ma vanno oltre, sono altrove …la poesia distrugge l’idea , manda in frantumi le forme , o nasconde le forme, o eccede le forme. Enuncia la rivelazione in modo apocalittico di quanto accade ogni giorno senza mai essere cominciato , senza mai essere ripetuto :“portatemi una rosa/come un angelo sospeso/una rosa veggente che mi faccia felice”.

La poesia è come il cane che lecca la lima  , in realtà  sta leccando il suo sangue  ma  gli piace più del dolore , e continua a dissanguarsi;  è  questo gioco di sangue e scrittura  , questa  mortale folgorazione  fisica e psichica in cui la parola , la lingua , il discorso precipitano ,  e si manifestano in maniera sonora , una eco che viene da lontano, lontanissimo, un ‘ eidola  che si siede sulle nuvole… si chiude il cielo/ed è tutto contenuto/ come dentro a una noce…

Non voglio più vedere nulla, basta questa fine della luce, questa fine della visione, e poi questo farsi grattar via la pelle, questo scorticarsi, questo farsi strappar via  la maschera e il volto. Ma forse non c’è nessun volto, sono tutte maschere, un’infinità di maschere composte di strati diversi della stessa maschera, in fondo farsi strappar via  questa pelle questo volto è una sorta di sostituzione alla decapitazione  più volte chiesta allusa  richiesta .

 

  • In attesa di una conversione

 

Ci sono diversi modi di morire , io vorrei morire finendo  nel lago profondo , senza fondo , dei versi , dentro quel luogo astratto e assoluto in cui i tempi e i corpi mutano e si confondono i volti , in  questa leggerezza disumana , questa disumana tensione, quella cifra di crudeltà che sta sempre nella verità  gridata , in questo spazio profondo , in questo ordine-disordine , in questa assoluta incompletezza e perfezione , in questo solido e contraddittorio, compatto e impalpabile cifrario di parole che mi  provoca indicibili emozioni , irripetibili e tragiche , come la lucentezza la levigatezza e l’asprezza del  cristallo infranto: “non dovevano le reni legarmi/come una seppia secca/ asfissiarmi sotto una croce anche se i nerbi/ mi hanno spezzato ogni vena/ anche se tutti i peccati/ preparati dalle streghe dagli eredi di Dio/ mi hanno battuto/ e io continuo a cadere / come il tempio delle mie parole.

Qui Caccamo ricorda, per alcuni aspetti, il primo Rebora, quello  che descrisse il crudo realismo della grande guerra, come pochi altri seppero fare ( tra melma e sangue/ tronco senza gambe/ e il tuo lamento ancora,/ pietà di noi rimasti/ a rantolarci e non ha fine l’ora”) , quello che  urta contro la prigione del corpo.

Forse anche lui è in attesa di una conversione  che plachi il suo agitarsi dell’anima , rendendogli più vivibile quella prigione del nostro corpo che solo la morte ,forse,  potrà aprire. Ma forse, quel che conta, quel che potrà dare un senso alla nostra vita,   è come si muore , ( mi viene in mente la morte di Drogo nel “Deserto dei Tartari”) ,  la dignità con cui si  affronta la morte . Ma , – ripete Caccamo, – non illudiamoci :

si muore senza ti amo/ con gli occhi serrati da una spina /e si ha fiato sottile/ e non si hanno carezze chiuse in una fronte/ e non è nulla/ e si piega l’aria di uno straziante distacco.

Roma, 27 ottobre 2016

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...