SUL TAMBURO n.27: Il fascino discreto della pedagogia. Michela Murgia, “Chirù”

michela-murgia-chiruIl fascino discreto della pedagogia. Michela Murgia, Chirù, Torino, Einaudi, 2015

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di Giuseppe Panella

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È singolare come il percorso letterario e tematico di Michela Murgia coincida (ma in modo palindromicamente rovesciato) con quello di uno scrittore da lei molto lontano come Flaubert. All’inizio, la scrittrice sarda ha redatto uno Sciocchezzaio o Dizionario dei luoghi comuni con il suo libro d’esordio (Tutto il mondo deve sapere, Milano, Isbn Edizioni, 2006 – una raccolta vibrante di aneddoti di cronaca vissuta e di (mal)costume cui si è ispirato anche il regista Paolo Virzì per un suo film non troppo ben riuscito, Tutta la vita davanti del 2008). Poi si è cimentata con il suo Salammbô (la Sardegna ancora arcaica dei riti e delle credenze in un mondo soprannaturale dove c’è spazio per chi, da psicopompa, accompagna i non ancora defunti nel regno dei morti) e anche con una possibile Madame Bovary sempre con lo stesso, magnifico romanzo, Accabadora (Torino, Einaudi, 2009) dedicato com’è alla descrizione dell’infanzia e del passato remoto riletto nel presente.

E ora con questo suo ultimo Chirù prova a redigere la propria, personale Educazione sentimentale, anche se non ci riesce del tutto compiutamente.

Un’educazione sentimentale che caratterizza, in fondo, entrambi i personaggi che funzionano da protagonisti nel corso della storia, sia Eleonora che il ragazzo Chirù appunto.

Eleonora è stata cresciuta da un padre violento e impulsivo che l’ha classificato subito come incapace e probabile “puttana”, preferendogli il fratello minore Daniele e da una madre accondiscente e frustrata da una gravidanza troppo precoce che l’ha costretta al matrimonio con un uomo temuto più che veramente amato. La giovane donna, apparentemente condannata a un futuro di vita provinciale e privo di soddisfazioni umane e professionali, cercherà nell’attività teatrale e nel rapporto con uomini che le permettano di soddisfare il suo desiderio di figure paterne autentiche e gratificanti la propria strada. Il rapporto, prima sentimentale poi rientrato a livello di amicizia, con Fabrizio Rossari, uomo di teatro incontrato in un’occasione che ancora Eleonora ricorda come un’esperienza molto sgradevole (una cena in un ristorante giapponese in cui la ragazza aveva dimostrato scarsissima abilità nel mangiare il sushi con le bacchette). Con l’uomo, divenuto presto suo amante, l’attrice aveva messo in atto un progetto di formazione e di educazione di giovani talenti: presi in carico da loro, alcuni giovani molto dotati e destinati a una carriera significativa e prestigiosa, venivano “educati” a muovere i primi passi in essa. Dopo che la loro storia d’amore si era esaurita, Eleonora aveva continuato a considerare Fabrizio il suo migliore amico e, con il suo aiuto, aveva preso in carico tre ragazzini di cui aveva costruito il successivo cammino nella vita: Teo, ispirato dalla difesa della libertà di stampa al punto di voler diventare corrispondente in Cina, Alessandro, aspirante accademico universitario e Nin con il quale il rapporto di discepolanza si era concluso in modo tragico con il suicidio del giovane. Dopo la morte repentina e sconvolgente dell’ultimo, Eleonora si era negato ogni allievo da coltivare per un certo numero di anni quando l’incontro con Chirù (probabile diminutivo di crucúciu, passerotto in lingua sarda) le farà cambiare idea. L’”addestramento” alla società e alla sua futura professione sono forse le pagine più belle del romanzo, certamente più originali della storia d’amore dell’attrice con Martin von Lothringen, il direttore del Teatro dell’Opera di Stoccolma (romance che alla fine risulta un po’ zuccherosamente scandita da una passione che suona artificiosa nella sua esplosione improvvisa e finisce per troncare in maniera troppo brusca la liaison tra la donna avviata alla piena maturità e il giovanissimo suo pupillo).

Molto significative sono, ad esempio, le pagine della visita alla Sartoria Frongia di Cagliari (probabilmente esemplata sull’autentica scuola di cucito Laura Congia) dove l’esame delle stoffe di pregio dell’azienda sarda si accompagna a una sorta di compendio di savoir faire e di pedagogia dell’apparenza che comporta per entrambi la consapevolezza della natura profonda del loro rapporto contrapposta alla logica di superficie di quelli sociali e di lavoro.

Chirù è una forza della Natura che sconvolge l’apparente rappacificazione sessuale e sentimentale che ha avvolto Eleonora dopo la crisi dei suoi rapporti precedenti (prima quello con il pacifico e un po’ ottuso commercialista Salvatore Piras a Cagliari, aspirante marito propenso alla calma rassicurante e alla stabilizzazione definitiva nel rapporto sentimentale, poi quello con il più intellettualmente solido e inquietante Fabrizio Rossari). Chirù, violinista che nel tratto e nella descrizione ricorda il personaggio principale di Ernesto di Umberto Saba (citato peraltro nel corso della narrazione), si dimostra agli occhi di Eleonora capace di intraprendere una carriera musicale pregevole e progressivamente scandita da buoni successi che va, però, incentivata e aiutata da una condotta di vita conseguente e dalle relazioni pubbliche giuste e consone al suo stato. Eleonora lo conduce per mano sulla sua strada ma si ritrae poi quando, dopo aver dovuto confrontarsi con l’insistenza amorosa di lui, si accorge che per il giovane non è più soltanto una maestra di vita ma anche un oggetto d’amore. Nel frattempo è entrato in scena il maturo ma fascinoso svedese Martin.von Tothringen e la storia vira da pedagogia socio-culturale a romanzo (quasi) Harmony per la eccessiva facilità (e direi scivolosità) nella descrizione del suo sviluppo e del suo decorso generale. La parte finale, infatti, che si conclude con l’annunciata gravidanza di Eleonora, testimonia del successo di Chirù che non ha avuto paura di ricorrere alle proprie doti di seduzione nei confronti di un maturo direttore d’orchestra ma anche dell’amore compiuto della donna per il marito Martin a cui darà un figlio.

A differenza di Accabadora, piccolo gioiello tornito stilisticamente e umanamente, Chirù appare piuttosto come una pietra grezza bisognosa di qualche rifinitura e di una incastonatura più significativa. Se il rapporto tra la donna meno giovane e il ragazzo in maturazione è sviluppato con molta abilità e nitore stilistico, il resto della vicenda sembra trascinarsi un po’ e la sua corrività si riflette negativamente sull’impianto generale del romanzo.

Il futuro dirà quale sarà il destino letterario di una scrittrice che resta tra le più promettenti nell’ ormai sempre più ristretto panorama italiano.

 

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