I fatti inspiegabili

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di Riccardo Ferrazzi

I fatti inspiegabili possono presentarsi nelle forme più diverse, ma i più citati sono probabilmente i presagi che, in forma esplicita o sotto metafora, sembrano prefigurare il futuro. Anche in questo caso bisogna sottolineare che si tratta di fenomeni tutt’altro che rari.
Quante volte ci è capitato di commentare: “me lo sentivo che sarebbe andata così!”. Quante volte ci siamo rammaricati: “ah, se avessi dato retta al mio presentimento!”. Con queste espressioni amareggiate è come se chiudessimo la pratica: è andata così, pazienza. E non approfondiamo, perché temiamo di inoltrarci in un terreno cosparso di trappole e sabbie mobili.
In effetti, per studiare i fatti inspiegabili non si può fare a meno di prendere in esame cose stravaganti come oracoli, oroscopi e tecniche di previsione del futuro. Ci vuole coraggio per tuffarsi in questo mare magnum nel quale nuota un po’ di tutto. C’è chi legge la mano, chi fa le carte, chi stila oroscopi, chi va in trance. Per ciascuna di queste tecniche si possono citare profezie azzeccate e fiaschi madornali.
Nella fase storica in cui ci troviamo a vivere, l’unico atteggiamento ritenuto “corretto” nei confronti dei fatti inspiegabili consiste nel delegittimarli. È semplice (e rassicurante) liquidarli decretando che “sono tutte fandonie”. In prima battuta, di fronte a una profezia azzeccata si afferma che si tratta di pura e semplice coincidenza. Qualche volta capita che i fatti siano messi in modo tale che l’idea della coincidenza non persuade, e allora si assicura: deve esserci sotto un trucco. Se poi il trucco non si lascia smascherare, si dichiara: l’osservatore è un sempliciotto e si è lasciato suggestionare.
Certo, tutto è possibile. Anche che i premi Nobel come Otto Stern (che aveva paura degli jettatori come Wolfgang Pauli) siano dei sempliciotti suggestionabili. Ma le spiegazioni senza prove valgono più o meno quanto i fatti che vorrebbero negare.
A sostegno dell’approccio razionalista-negazionista ogni tanto viene affacciata qualche teoria. I neurologhi hanno provato a spiegare il fenomeno del dejà-vu in termini di recettori della dopamina. Gli psicanalisti interpretano la genesi dei sogni premonitori in termini di automatismi mentali.
Ma non tutti i sogni premonitori, i presagi, i “segni”, si lasciano ricondurre a una reazione chimica, o a desideri inconsci, o a reazioni istintive alle paure primordiali. A questo punto, se si rifiuta l’esistenza dei nessi non casuali, o si trova una spiegazione scientifica o si dichiara che i fatti inspiegabili sono soltanto coincidenze. Ma con un’avvertenza: se si decide per le coincidenze, è incoerente continuare a cercare spiegazioni “scientifiche”.
Jung suggerì di orientare lo studio a partire dalla definizione di “sincronicità”: correlazione di due avvenimenti fra i quali non è possibile scorgere un nesso di causa-effetto ma che appaiono manifestamente collegati, e non solo per il fatto di avvenire nello stesso tempo (in quel caso si tratterebbe di semplice “sincronismo” e non di “sincronicità”).
***
A prima vista la definizione di sincronicità può sembrare banale. Invece apre la strada a interrogativi di portata immensa.
Possono davvero esistere correlazioni che non siano di causa-effetto? La scienza ufficiale dice di no. (Ma perché? Perché no).
Supponiamo che queste non meglio definite correlazioni esistano. Quale potrebbe essere la loro natura? Dipendono dal DNA di ciascun soggetto o sono un fatto culturale? Se vanno a comporre il catalogo dell’inconscio collettivo, dobbiamo pensare che i cataloghi dei cinesi e degli ottentotti siano diversi dal nostro, oppure l’inconscio collettivo è uno solo, innato e immutabile, uguale per tutti?
Secondo Jung, queste domande sono illegittime. La sincronicità è un concetto che deve restare strettamente circoscritto all’ambito della psicanalisi e non va usato per formulare domande di carattere filosofico. Per uno studioso della psiche umana conta unicamente l’aspetto psichico del nesso, cioè il fatto che la mente coglie in quel modo il “segno” e l’accadimento. Se poi la mente vede la realtà così com’è o vede ciò che “vuole” vedere, questo per la psicanalisi è del tutto indifferente.
Ma allora di che cosa stiamo parlando? I nessi non causali fra “segni” e avvenimenti esistono o no?
“Sì” risponde Jung “finché il discorso rimane all’interno della psiche, e cioè riguarda il modo in cui la mente coordina fatti e circostanze, i nessi acausali esistono eccome. Però mi rifiuto di andare a vedere se esistono anche nella realtà. Non mi interessa, non mi riguarda, non ne voglio sapere.”
E l’inconscio collettivo?
“Esiste, esiste eccome; ma sono disposto a parlarne solo ed esclusivamente come struttura psicanalitica.”
Diciamo la verità: il ragionamento sta in piedi, eppure lascia perplessi. Un conto è l’inconscio di Pinco Pallino, un’altra cosa è l’inconscio collettivo. Come può Jung dichiararsi indifferente al modo in cui è “collettivo”? Per i suoi scopi terapeutici non è utile sapere come si è formato, in che modo ci è stato trasmesso, se rimane immutabile o si aggiorna?
Macché: Jung affetta un totale disinteresse per qualunque implicazione che non stia con tutti e due i piedi all’interno della psicanalisi. Quando Wolfgang Pauli cercò di tirarlo sul discorso, gli scrisse testualmente che “nella sua teoria non voleva nulla di metafisico”. E aveva il tono di chi è pronto a lanciare una scomunica.
(Eppure era convinto che uno stato di eccitazione mentale possa produrre effetti sulla realtà esterna, come – secondo lui – accadde durante uno dei suoi colloqui con Freud!)
Si può anche ammirare il rigore con cui Jung si preoccupava di restare nei limiti della sua disciplina, ma tutta questa intransigenza è così esagerata da suscitare sospetti. Di che cosa aveva paura? Ammettere la (peraltro evidente) parentela con il platonico “mondo delle idee” avrebbe in qualche modo inficiato il suo sistema? Avrebbe pregiudicato la sua posizione nella diatriba con i discepoli di Freud? Avrebbe incrinato il suo prestigio di guru della psicanalisi? Vai a sapere.
***
È evidente che la teoria di Jung non è una specie di fungo che spunta improvvisamente dopo un temporale. Ha avuto illustri antecedenti.
In un imprecisato giorno del diciottesimo secolo il filosofo scozzese David Hume, probabilmente confortato da un buon whisky di malto, si soffermò a meditare su questo angoscioso interrogativo: cosa penserebbe Adamo se si trovasse davanti a un biliardo?
A onor del vero, la domanda è meno stupida di come sembra. Se uno non ha mai visto le bilie in movimento come può supporre che un oggetto inanimato possa trasmettere il moto a un altro oggetto inanimato? Oppure riuscirebbe comunque a immaginarselo? E se sì, in virtù di quale facoltà?
Hume era un empirista duro, del tipo se-non-lo-vedo-non-ci-credo, e proseguendo su questa linea di pensiero ricavò uno di quei ragionamenti serrati che piacciono tanto ai filosofi e fanno perdere la pazienza alla gente con i piedi per terra: arrivò a concludere che il principio di causalità è una pia illusione e pertanto tutta la scienza è un castello costruito sulla sabbia.
Anche senza arrivare alle conclusioni di Hume, sembra naturale che chi gioca a biliardo calcoli (più o meno) dove andranno a finire l’una e l’altra bilia in funzione di ciò che ha visto succedere in passato. Ma il problema è: ciò che è successo in passato succederà anche in futuro? Non può esserne sicuro. Che le cose vadano proprio così e continuino a farlo in eterno è una speranza, fondata fin che si vuole, ma non una certezza assoluta.
Senza saperlo, Hume anticipava così un principio della fisica quantistica. Ma già duemila anni prima di lui (e senza whisky) anche Platone si era posto un problema analogo.
Supponiamo che un uomo veda un cavallo per la prima volta in vita sua. Se il giorno dopo ne vede un altro, come fa a dire: “Anche questo è un cavallo”? Magari il primo era un baio e il secondo un grigio pomellato. Magari il primo era uno scattante puledrino arabo e il secondo un cavallone da tiro.
Buona o cattiva che fosse, Platone si diede questa risposta: noi non ricaviamo i concetti a partire dalle impressioni che ci arrivano dai sensi. La nostra anima ha già visto il cavallo e lo stimolo dei sensi gliel’ha fatto ricordare. Più precisamente: l’anima non ha visto “un” cavallo, né tantomeno “quel” cavallo, ma conosce l’idea di cavallo, il modello eterno e invariabile: l’archetipo.
Secondo Platone, le anime prima di unirsi al corpo salgono su una biga che percorre un giro completo del cielo nella sfera che sta oltre il firmamento: l’Iperuranio. Lassù si trovano le Idee, cioè gli archetipi, e le anime sono messe in grado di contemplarle tutte (purché i cavalli che tirano la biga non provochino troppi scossoni).
In termini junghiani l’Iperuranio è né più né meno che l’inconscio collettivo. Per Platone il mondo delle Idee è uno solo, uguale per tutti, indipendentemente dalla cultura a cui ciascuno appartiene.
Anche Jung dà la sensazione di pensarla così, ma senza dirlo a chiare lettere e sempre sottolineando che a lui interessa unicamente studiare il funzionamento della mente umana a scopo terapeutico. Non è curioso (dice lui) di sapere come avviene la conoscenza, se esiste l’anima, se preesiste al corpo, se si reincarna o no. Non gliene può importare di meno. Lui fa soltanto il suo mestiere di medico e psicanalista.
Sarà. Ma sta di fatto che Jung si è interessato di fantasmi, dischi volanti, percezioni extrasensoriali, I-Ching, alchimia, esperienze di quasi-morte, e chi più ne ha più ne metta. Non era certo la curiosità a mancargli.
Gli scettici a oltranza potrebbero commentare che uno svizzero tedesco figlio di un pastore protestante dovrebbe essere il massimo dell’affidabilità e invece a volte si fa fatica a prenderlo sul serio. Ma tant’è.

2 pensieri su “I fatti inspiegabili

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