4 pensieri su “Hillaro-Trumpoedia

  1. Trump ha vinto come era previsto da quei pochi che, a differenza dei troppi sondaggisti, dei maggiori giornali americani, dei gruppi di potere e di molti fra gli stessi uomini che più contano nelle file del partito Repubblicano; di quei pochi, dicevo, che anziché ascoltare il fumo dei desideri e scambiarlo per realtà, hanno ascoltato la testa e la pancia dell’America cosiddetta profonda: delle periferie, delle campagne, dei monti, dei deserti, delle fabbriche, delle attività economiche concrete e non dell’establishment finanziario, bancario, giornalistico ecc. Un paio di sondaggisti minori l’avevano capito, altri avevano capito che le cose non sarebbero andate come si credeva, ma non avevano previsto questo risultato. La campagna elettorale della Clinton e di Obama ha parlato alla superficie, non ha colto quei movimenti profondi che stanno cambiando l’America, come hanno cambiato la Gran Bretagna della Brexit e il clima sociale e politico di molti Paesi europei.
    Come in altre occasioni (Brexit innanzitutto) si sono nettamente delineati due modi di pensare e di progettare il futuro che hanno diviso in due gli Usa, come dividono in due l’Europa. E la spaccatura non passa fra categorie vecchie, ormai inefficienti, cioè fra destra e sinistra, fra capitalisti e anticapitalisti, fra progressisti e conservatori, fra ricchi e poveri e così via. Ma piuttosto passa attraverso due modi diversi di concepire il Paese e i suoi rapporti con l’estero.
    Da una parte ci sono i cosiddetti “mondialisti”, come ormai sono stati chiamati da diversi commentatori politici, che sono quello strato consistente della popolazione che guarda con più interesse ai legami internazionali che a quelli interni al paese. Non si tratta però di sola politica estera, ma di una visione complessiva, direi di una nuova ideologia. I mondialisti hanno interessi trasversali, senza confini, o almeno credono di averli. Sono coloro che operano nel mondo della finanza, delle banche, di un certo tipo di industria e di attività commerciali non legate al territorio; sono coloro che lavorano nelle università e si concepiscono come una élite intellettuale e delle competenze cosmopolita; sono gli emigrati di successo che si trovano bene nel nuovo paese in cui si sono trasferiti e non concepiscono le frontiere se non come un vincolo da abbattere; sono coloro che sono sempre in movimento e per i quali conta più vivere in un certo tipo di ambiente che ha rotto i ponti con i Paesi, le nazioni, gli Stati, se non per utilizzarne strumentalmente le opportunità. Insomma, i mondialisti proiettano se stessi in una concezione mondiale dei rapporti sociali, culturali, politici ecc.
    I mondialisti hanno poi a loro favore, in genere, anche chi non ha gli stessi interessi, ma aderisce a questo orientamento o per ragioni pratiche (ad esempio i dipendenti degli organismi internazionali, della burocrazia degli Stati ecc.) o per ragioni culturali/ideologiche (i buonisti di tutti i tipi, gli assertori dei diritti universali).
    I mondialisti sono per i diritti civili, per l’apertura delle porte e la costruzione dei ponti agli emigranti, per uno Stato più centralistico e assistenzialista che serva da ammortamento dei conflitti sociali, ecc. e non tengono conto dei legami “naturali”, da quelli familiari a quelli di comunità in cui si vive a quelli nazionali. Di conseguenza i mondialisti sono contro la tradizione, o almeno ne tengono poco conto; ritengono che una legge che stabilisca qualcosa valga più di secoli di storia del costume e della mentalità.
    Contro i mondialisti è gradualmente cresciuta un’opposizione, che in qualche caso si è trasformata in movimento (la campagna elettorale di Trump ha costituito un movimento, quella di Hillary Clinton solo un aggregato di fan di diversa provenienza, che spesso hanno scelto la Clinton considerandola il male minore, senza entusiasmo). Questa opposizione si può chiamare “opposizione dei residente”, direi quasi “dei nativi”. Cioè di quelle componenti della popolazione più legate al territorio, alle comunità di base, al loro lavoro concreto, ai legami di solidarietà che non si appoggiano su principi generali ma sulla vicinanza geografica e di costume.
    Ma non è uno scontro fra pancia e testa, come molti commentatori ripetono, ma piuttosto fra la maggiore concretezza di pancia e testa dei “residenti” contro la maggiore astrazione dei diritti, e interessi, generali delle pance e teste mondialiste. Anche i mondialisti, spesso, ragionano di pancia, ma si tratta di pance diverse.
    Fra i mille esempi che si potrebbero fare, basti seguire l’andamento degli umori religiosi dei cattolici americano sempre più stanchi del mondialismo di papa Bergoglio. Certo, per i residenti cattolici la solidarietà è un valore, ma non va espressa allo stesso modo per tutti, bensì va data la preferenza ai più vicini: ai familiari, ai parenti, agli abitanti della proprio comunità e così via. La psicologia dei pretesi diritti universali e quella diversa della vicinanza (tradizione, costume, conoscenza diretta ecc.) sono diverse e suggeriscono strade diverse.
    Hillary e Obama hanno cercato di conquistare, riuscendoci solo parzialmente, il voto degli afroamericani, degli ispanici e di altri componenti in linea con la loro concezione, molto europea e poco in linea con la tradizione americana, di welfare e di solidarietà; ma non hanno saputo parlare agli americani bianchi, agli operai disoccupati vittima della chiusura delle fabbriche in diversi Stati, ai ceti medi che hanno visto ridurre ai minimi termini la propria condizione, agli imprenditori che si vedono ostacolati da leggi imposte dall’ideologia dei diritti universali, come ad esempio i minimi di salario, che pongono ostacoli e costi insormontabili ad artigiani e piccola industria. Ai tanti che credono nella libertà, come valore di fondo dello spirito americano, e nell’iniziativa privata, e che si sono sentiti umiliati dalla politica di Obama che avrebbe voluto trasformare gli americani in “mangia rane”, cioè in europei, abituati a vivere con minore libertà e sotto l’ombrello protettivo di mamma Stato che pensa a tutto.
    Infine, ma qui sto ricordando solo pochissimi aspetti, in un rapido schizzo, e ci vorrebbe ben altro spazio per esaminare la situazione nel dettaglio; Obama e la Clinton sono i responsabili di migliaia di morti, delle guerre intraprese in nome della diffusione della democrazia e che hanno invece creato il caos in Libia come in Iraq, in Siria e altrove, hanno foraggiato il terrorismo islamico, hanno contribuito a diffonderlo in Europa e negli Usa. I residenti sono invece più propensi a una politica cauta, prudente, isolazionista, dove gli americani difendono i loro interessi soprattutto a casa loro. Ciò comporta anche la volontà di ridurre i flussi di emigrazione nei confronti degli ispanici (Messicani soprattutto) e degli islamici visti come potenziali nemici.
    L’ideologia dei residenti è di fatto la loro terra, il legame con la patria, non tanto intesa in senso statale e nazionalistico, ma nel senso classico di terra in cui si è nati, dove sono sepolti gli avi, dove vivono gli amici, dove si svolge la propria vita. E dei legami che questa concezione crea, legami naturali, spontanei e pre-statali.
    L’ideologia dei mondialisti, con molta ipocrisia e molto strumentalismo, è quella dei diritti universali, della globalizzazione, del mondo intero da ridurre tutto uguale, soppresse le differenze delle tradizioni e della storia. Fra cui anche le pratiche democratiche, che si riducono sempre più a mere formalità ininfluenti sull’effettivo cammino della globalizzazione.
    Da un lato, si potrebbe dire che l’eroe dei residenti è il cittadino libero, che si fa da sé, che difende la terra e la famiglia, che combatte contro le intrusioni dello Stato sempre più invasivo e prepotente. Dall’altro, l’eroe del mondialista è lo Stato protettore ed erogatore di diritti universali, lo Stato che limita la libertà e non riconosce le autonomie delle organizzazioni naturali dei cittadini, lo Stato che si assume compiti che non gli spetterebbero e che aumenta continuamente il peso fiscale per accrescere il potere e tenere sotto controllo i cittadini. Lo Stato, infine, che non si identifica con la “Patria” in senso tradizionale e retorico, ma con uno strumento di intervento in mano ai mondialisti, i quali lo trasformano in fonte di potere, di privilegi, di guadagni parassitari e di differenziazione rispetto agli altri.
    Entrambe le posizioni – mondialisti e residenti – hanno una parte di ragione e una parte di torto. Lo scontro si acuisce quando gli uni non tengono conto delle ragioni degli altri, si irrigidiscono in posizioni ideologiche, non pragmatiche e non realiste, e soprattutto quando il mondialismo cammina troppo veloce e travolge i residenti, senza dare a nessuno il tempo di trovare un punto di reciproca integrazione e di rivitalizzazione dei valori della tradizione in forme aggiornate. Ma nella fretta del mondialismo c’è l’ansia del potere, del guadagno e della speculazione che gli suggerisce di non rispettare le ragioni e i diritti degli altri.
    Per questo, a mio parere, in questa fase storica, il mondialismo è più pericoloso del “residenzialismo”, anche se a breve e lungo termine risulterà vincitore. E avremo allora una spaccatura sempre più evidente con una classe politica ed economica che se ne va per conto suo e una popolazione subalterna sempre più scontenta, magari alle prese con quelle “guerre tra poveri” promosse dalle dissennate politiche mondialiste e che servono per sviare la rabbia dei popolo e renderlo sempre più subalterno al potere statale.
    [Luciano Aguzzi]

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