SUL TAMBURO n.28: Pasquale Vitagliano, “Habeas corpus”

pasquale-vitagliano-habeas-corpusPasquale Vitagliano, Habeas corpus, Lavagna (Genova), Edizioni Zona, 2015

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di Giuseppe Panella

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L’habeas corpus come pratica giuridica, introdotta per la prima volta il 15 giugno del 1215 per effetto della ratifica della Magna Charta ad opera del re Giovanni Senza Terra, costretto ad accettarla dalla volontà imperiosa dei suoi baroni in rivolta, è una delle pietre miliari del diritto e della civiltà europea, soprattutto nei paesi dove vige la Common Law e in cui tale principio è stato applicato ininterrottamente fin da allora. La sua base applicativa implica l’impossibilità di essere accusati senza un’accusa precisa e di essere detenuti sulla base di un semplice sospetto dovuto all’arbitrio di un giudice o di un sovrano. Grazie all’habeas corpus, non è possibile in Inghilterra e negli Stati Uniti d’America incarcerare nessuno senza un’accusa precisa e senza un mandato giudiziario – la richiesta di arresto, quindi, deve essere suffragata da accuse precise.

Ma perché intitolare ad esso un libro di liriche appassionate come è questo di Vitagliano?

Rispondere a questa domanda è probabilmente la via privilegiata che può permettere di coglierne la verità e di esplorarne le metafore fondamentali, le forme espressive che, in realtà, contraddistinguono il libro. In prima battuta, comunque, si può dire che la ricerca proposta in questo volume di versi è proprio quella del corpus intesa sia come prova d’accusa (ad un’intera società) che come corpo (quello del poeta-autore) che reagisce ad essa e alle sue provocazioni morali (l’ingiustizia, la volgarità, la cialtronaggine diffusa, la mancanza di civiltà).

L’autore non si nasconde dietro la liricità diffusa dei suoi versi ma anzi la utilizza come l’”arma propria” della lotta che vuole combattere con gli strumenti della poesia.

Scrive, infatti, Nicola Vacca alla fine della sua breve Nota di introduzione al libro: «Pasquale Vitagliano nel suo fare poesia non rinuncia a questo coraggioso atto rivoluzionario in cui ogni parola non è mai l’ultima ma la prima, sempre capace di toccare il polso con il pollice» (p. 6). Non ha certo torto, anche se, producendo poesia, le parole che si pronunciano sono sempre le prime, mai le ultime, del proprio discorso in fieri. La parola poetica è sempre la prima perché ogni volta che si comincia a scriverla si ricomincia daccapo a confrontarsi con essa e a rendersi conto delle difficoltà che essa comporta, prima di tutto al poeta e poi ai suoi lettori. La pratica poetica non è mai un riflesso o uno sfogo o un’emulsione sentimentale: è il tentativo di trasformare in parole e frasi compiute la propria concezione del mondo. In questo suo ultimo Habeas corpus. Vitagliano prova a mettere in scena le contraddizioni del suo tempo verificandole nel corpo (ma non vile!) della sua esistenza:

«Non è che se togli le lancette / all’orologio hai tolto il tempo di mezzo. / Ti tocca trovare dove mettere / la scatola bianca, il quadrante inespressivo, / sperare che lo attacchino al soffitto / nel padiglione dei totem inignificanti. // Non ci sarà che affidarci alle ombre / dopo aver inutilmente cercato / le cinque pietre sulla sabbia di Saturno. / Per finire seduti sfiniti sugli sgabelli / a sminuzzare coi denti biscotti senza sapore, / a sperare che le amnesie non siano un morbo» (p. 22).

Uccidere il tempo non è possibile, devastarne le posizioni di comando non è possibile. Al massimo può essere accantonato e trasformato, “attaccato al soffitto”, trasformato in una pura e semplice “scatola bianca” che contiene il conto dei minuti e dei secondi e non la rivelazione del segreto che nascondono. La ricerca delle “cinque pietre sulla sabbia di Saturno” non porta da nessuna parte (visto che Saturno non ha né pietre né sabbia) ma impone una scelta di vita: trovare il sapore della vita, dare alla memoria un senso e continuare a ricordare vincendo le “amnesie”.

Per Vitagliano, la scrittura non è soltanto un bell’esercizio letterario da effettuare nel chiuso del proprio Io interiore, ma è una pratica che vuole attaccare e disgregare le convenzioni e le convizioni più dure a morire, cambiare le prospettive ormai consolidate, incidere sui rapporti di forza su cui si basano le forme tradizionali della poesia (e della vita):

«A parti invertite. Chi sta fuori a guardarmi dentro la finestra, / mi vede dentro il quadro degli infissi, / dietro l’invisibile cornice che ci separa, / mentre pelo una mela seduto al tavolo. // Mi chiedo se pure lui è attratto dalla spirale / della buccia del frutto, col coltello in mano / piano piano la modello attento a non spezzarla, / potrei apparire un santo dentro una campana. // L’odore del caffè invece non può sentirlo, / oppure quel rumore zitto zitto nel silenzio / che lo rompe con devozione, che sembra cadere / sul pavimento di una chiesa fuori orario. // Vorrei essere al posto di chi mi guarda / per godermi la sua vista senza giudicarla, da fuori / persino potrei provare il rimpianto di essere stato / alla finestra, senza buccia, senza rumore, alla chiusura» (p. 51).

Guardare da fuori la vita invece che viverla dal di dentro è la tentazione dello scrittore – un’illusione vitale essendo quella di mantenere la soglia dell’invisibile oggettività della descrizione dei minuti movimenti della vita. Eppure è proprio questa l’illusione maggiore e più rilevante nel contesto della scrittura poetica: la mela che viene sbucciata, il caffè che viene fuori dalla sua Moka, il rumore impalpabile e sornione che colpisce ma non atterrisce sono tutte possibilità che la vista non coglie ma che solo la scrittura può rendere. In essi il corpus della poesia compiutamente si manifesta e rivela la propria verità di “oggetto quasi”, di verità non rivelata, di sogno non sognato.

In un altro testo poetico (uno dei migliori della raccolta, a mio avviso), Le parole invisibili sono nel centro del mirino, sono l’oggetto della lotta con il mondo che vuole schiacciarle e utilizzarle per i propri fini, sono “l’oscuro oggetto del desiderio”:

«Non solo faccio fatica a leggere / le lettere dell’ottotipo, / adesso anche da vicino vedo / le lettere che si dissolvono. // C’è stato un tempo che leggevo / le parole sulla lavagna / con la precisione di un bersaglio, / le parole che più resistevano impresse. // Adesso ho sentito che le parole / le puoi guardare in un talent-show, / senza scriverle o pronunciarle, le parole / che non si sa chi starà a guardarle. // Non ho ottenuto nulla, proprio nulla / ad ascoltare le parole che mi hai detto, / ma solo queste sono le parole che conosco, / le tue parole invisibili, parole, le parole manchevoli» (p. 54).

Le parole invisibili non possono che essere quelle della poesia: parole che non si vedono ma si imprimono, profonde, nella mente e nel cuore, parole fatte della stessa sostanza dei sogni, parole vere e irredimibili perché incise nella sostanza stessa della ricerca di una possibile verità.

La ricerca poetica di Vitagliano si conferma, allora, tutta intesa a scandire i ritmi di una progressione saliente di autenticità: dire la verità, per il poeta di Terlizzi, non significa dimostrarla o teorizzarla ma intimamente mostrarla, renderla visibile, anche se con la morte nel cuore.

 

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