Il morto colore del mare – Il merlo ammazzato

di Roberto Plevano

§ Il merlo ammazzato
24064_passera_ditalia_sansobbia_28_febbraio_2012_mg_9958_001ptf8
Quella mattina, Luca P. ammazzò un merlo con la macchina, mentre portava la figlia a scuola. Assillato dal costante, fastidioso ritardo, che spingeva lui a una guida nervosa e impaziente – ma non per questo più veloce – e la figlia a corse precipitose oltre il cancello e su per le scale, sotto il peso, eccessivo, dello zainetto sulla schiena, impattò con il pennuto a una curva. Ruzzava, il merlo, con un compagno – maschio, perché le femmine son bige, non di quel nero brillante – in mezzo alla strada e si era distratto, appena un secondo di troppo. Stecchito sull’asfalto, le piume lucide e nerissime, il becco giallo, la gola aperta, poche gocce di sangue vermiglio, rossissimo. L’altro uccello al margine della carreggiata, sotto shock, era rimasto attonito davanti all’improvvisa tragedia.

MORIRE v. intr. [lat. *mŏrīre per il lat. class. mŏri] 1. Cessare di vivere, detto di uomini o, e più genericam., di ogni organismo, perire: tutti dobbiamo m. Nell’uso com., si riferisce soprattutto all’uomo. In senso generico: essere vicino o prossimo o presso a m.; essere o star per m.; quello non muore mai, pop. scherz., di persona che, pur in età assai avanzata, conservi una fibra robusta. Proverbî e modi prov.: chi non muore si rivede, frase con cui si usa esprimere il proprio piacere nell’incontrare qualcuno che da molto tempo non si vedeva, o anche muovere un lieve rimprovero a chi da tempo non si faceva vedere; Muor giovane colui ch’al cielo è caro, verso con cui il Leopardi traduce una sentenza del poeta greco Menandro, posta come epigrafe al suo canto «Amore e morte»; roman., va’ a morì ammazzato, imprecazione volg.; non si sa di che morte si muore, come andranno le cose, quale sarà la sorte; m. come un cane (rifiutando i conforti religiosi, o senza alcuna assistenza, abbandonato da tutti). Letter., con un compl. dell’oggetto interno: m. una bella morte, una morte gloriosa; avventerassi in mezzo De’ nimici a morir morte onorata (Caro). Sostantivato, il fatto di morire, la morte: non è il m. che mi spaventa; un bel morir tutta la vita onora (Petrarca). 2. Usi fig.: Con uso iperb., per esprimere grande e insopportabile sofferenza, esasperazione di un sentimento o l’estremo grado di una sensazione: m. di fame, di freddo, di stanchezza (o avere una fame, una sete, un freddo da m., essere stanco da m.); in usi ancora più iperb.: muoio dal sonno; morivo di (o dalla) noia; morir dal ridere (o dalle risa); m. dalla voglia; m. di piacere, di felicità; m. di rabbia, d’invidia; m. per quella ragazza, esserne fortemente innamorato; prov., aspettare e non venire, è una cosa da m.; partire è un po’ morire. Con partic. riferimento a istituzioni, usanze, costumi, oppure a lingue, vocaboli, locuzioni e sim. Di tempo o stagione, avere termine, finire: l’anno, il secolo, l’inverno è vicino a m.; del giorno, poet., declinare, oscurarsi, tramontare: Passero solitario, alla campagna Cantando vai finché non muore il giorno (Leopardi). D’altre cose, non realizzarsi, non avere effetto: l’impresa morì prima di avere inizio; l’insurrezione morì sul nascere; Muor Giove, e l’inno del poeta resta, ultimo verso del sonetto Dante di G. Carducci (Rime Nuove), talvolta citato per significare l’immortalità della poesia e dell’arte in genere; preceduto da una negazione, rimanere eterno o sopravvivere a lungo: la poesia non muore mai (alludendo soprattutto al sentimento poetico, al senso del bello); E scioglie all’urna un cantico Che forse non morrà (Manzoni). Di strade, aver termine: il sentiero muore nel bosco; di corsi d’acqua, sfociare o perdersi: il ruscello muore nel fiume; è un canale che muore tra la sabbia; di linee ferroviarie, non proseguire oltre una determinata stazione: questo treno muore a Chiusi. Di luce o voce, perdere vitalità, affievolirsi, spegnersi lentamente: la fiamma moriva nel caminetto; guardò le pareti ove moriva la melanconica luminosità del crepuscolo (Deledda); Un canto che s’udia per li sentieri Lontanando morire a poco a poco (Leopardi). Con senso più astratto, di sentimenti, cessare, scomparire, spegnersi: Ogne viltà convien che qui sia morta (Dante); l’antiquo valore Ne l’italici cor’ non è ancor morto (Petrarca). 3. Nell’uso ant. e poet., è talvolta usato con la particella pron.: ella già sente Morirsi, e ’l piè le manca egro e languente (T. Tasso); anche nei sign. fig.: se ode squilla di lontano Che paia il giorno pianger che si more (Dante); io mi muoio dal desiderio di rivederla (Leopardi). 4. Con costruzione trans., nell’uso ant. o pop. tosc., uccidere, ammazzare (quasi esclusivam. nel part. pass. e nei tempi composti): fu nella battaglia morto e il suo esercito sconfitto e disperso (Boccaccio); l’uomo morto per lui, e l’uomo morto da lui (Manzoni); Tu m’hai morto il fratello a tradimento; Tu m’hai morto il fratello, o traditor (Carducci). Anche in senso fig.: se i tuoi vizj, e gli anni, e sorte rea Ti han morto il senno ed il valor di Roma (Foscolo).

Luca P. si fermò per accertare il danno: irreparabile. Figlia e padre assai dispiaciuti.

Mezz’ora dopo l’uccisione, Luca P. andò alla recita della sua amica Martina, nella chiesa di Santa Corona. L’amica Martina, attrice di teatro e animatrice, intrattiene scolaresche in costume di contadina medievale, recando, a mo’ di donzelletta, un cestino di erbe sotto il braccio, raccontando storie di quel tempo. La chiesa, anzi, il tempio, di Santa Corona è parte di un complesso conventuale ducentesco che comprende un chiostro, in gran parte distrutto nell’ultima guerra, e una parte museale. È una cosa di una certa importanza, perché il complesso di Santa Corona è una delle rimanenti testimonianze del passato medievale della città, che altrimenti è più nota per la sua architettura rinascimentale, e Luca P. ha una qualche competenza sul medievo, che lui preferisce ai secoli successivi, il che lo mette poco in sincronia, e poco in sintonia, quando se ne va spasso per la città, con le facciate di case e palazzi, con le fughe di porticati e arcate classicheggianti a tutto sesto. Luca P. attiva sempre una sorta di sguardo diacronico, che gli fa intuire una scena sottostante di cose da molto tempo scomparse: mura cittadine, torrioni, fosse e incastellamenti, corsi d’acqua limpidi e fiori, mughetti e margherite sugli argini, mulini in movimento, campi e boschi.

Martina vide Luca P. in fondo alla saletta e alla fine della recita lo ringraziò per la consulenza. Sono le tue storie, disse.

Rincasando, il pane sotto il braccio come uscendo da una boulangerie, un mendicante fermò Luca P. Gli mise sotto gli occhi la sua storia scritta su un pezzo di cartone, con lo stampatello di un bambino. Luca P. non lesse la storia. Vada alla Caritas, non è lontano, passi ponte degli Angeli e prenda a sinistra, disse invece. Luca P. di solito non dà niente. Ma ci deve essere qualcosa nella nostra fisiologia, nel nostro imprinting, che ci predispone a prestare attenzione, a rispondere a chi ci rivolge la parola, anche se è un estraneo (e può un altro uomo essere un perfetto estraneo?). Infatti a Luca P. rimase l’impressione di un’infelice omissione. Avrebbe dovuto fare, o dare, qualcosa. La madre della figlia piccola dava sempre qualcosa.

Più tardi, Luca P. avrebbe dovuto concludere la recensione dell’ultimo libro, molto bello e molto malinconico, di Marino Magliani, ma non si sentiva in vena. Pensò che con alcuni scrittori si capiva al volo, senza bisogno di conoscenza pregressa – forse era solo suggestione, quando mai possiamo dire di conoscere una persona? Per lo più si capisce quello che fa comodo, cioè non si capisce davvero niente. – A stare a quello che scrivono, certi scrittori sarebbero i meno peggio tra gli esseri umani. Marino Magliani era atteso in Italia la settimana successiva, aveva questo libro nuovo di racconti, per una piccola ma raffinata casa editrice, avrebbe fatto il giro di librerie e biblioteche. La recensione era insomma opportuna. Luca P. intendeva fare, fare qualcosa.

I mendicanti non sono mai andati via, Luca P. disse tra sé. Lo sapeva bene, lo sguardo diacronico non ingannava. Quando era piccolo, la sua famiglia, benestante, si era distinta in attività di beneficenza, e Luca P. era cresciuto imparando che non si deve rifiutare a chi tende la mano. Forse stava lì l’origine del disagio di quella tarda mattinata, della visione ricorrente di torme di diseredati che stazionavano nella piazza e negli incroci delle vie, da tempo immemore in realtà: la città passa e loro restano, troppo logorati per avere la forza o la voglia di emettere una voce, soltanto mettendo sotto gli occhi dei passanti la loro condizione, e tanto basta.

Un pane, per amor di Dio. Ma qualcun altro ci penserà.

Verso sera, di ritorno dall’incontro in casa editrice, aveva saputo che le cose sarebbero andate per le lunghe. Il Romanzo, premiato da una distinta giuria di scrittori e giornalisti – occasione per lui di una non prevista gratificazione personale, e insperato, e pure plausibile, pretesto per farsi vivo con Anna G. –, aveva davvero bisogno di un editing radicale, glielo avevano detto e ripetuto e insistito, non era una sorpresa, c’era da eliminare un venticinque, trenta per cento del testo, troppe ripetizioni e lungaggini. Ma lo sa che lei è prolisso? Così il direttore editoriale.

Il treno si approssimava come spinto da una forza che agisce dalle profondità del tempo. Fermo sulla banchina del binario, a Luca P. parve che l’inesorabilità della massa meccanica in movimento fosse, in qualche modo, il correlato oggettivo del suo sentimento e desiderio di autodistruzione e annullamento, inarrestabile. Il treno, arrivò a pensare, col suo arrivo chiama, attira a sé.

Editing RA-DI-CA-LE, aveva scandito proprio così il direttore editoriale, lui in persona. Luca P. non aveva avuto la presenza di spirito di obiettare qualcosa di sensato. Aveva indurito la faccia e biascicato qualcosa a proposito delle tradizioni culturali da rivendicare, di cui essere orgogliosi, come un nipotino degenere, più che figlio, della civiltà del libro.

RIVENDICARE v. tr. 1. Nel linguaggio giuridico, perseguire il recupero di un possesso illegalmente detenuto da altri con il contestuale accertamento del proprio diritto di proprietà. 2. Usi estens.: affermare ed esigere il riconoscimento e l’attribuzione di un diritto o di un merito, reclamare: un napoletano quando rivendica la sua genuina e autentica origine partenopea dice di sé che è verace (Raffaele La Capria). 3. Usi estens.: attribuire a qualcuno un diritto o un merito, avocare: r. a uno scrittore la paternità di un’opera. 4. Attribuirsi la responsabilità di un’azione, spec. di matrice terroristica.

Qui il discorso rischia di essere lungo. L’estrema sintesi di esso è che Luca P. aveva lavorato lungamente al manoscritto soprattutto per togliersi alcuni sassolini dalla scarpa, in realtà piuttosto grandi, che avevano a che fare con il disagio e l’insensatezza di vivere, ragioni quindi e generali e personali, ove le personali si erano addensate in un precipitato che aveva la voce di Anna G., gli occhi di Anna G., la sua stessa fine che Luca P. aveva visto sul suo viso, a dirla prendendo a prestito da Giulio Rapetti. Luca P. aveva lavorato al manoscritto usando la cassetta degli attrezzi che aveva messo insieme fin da piccolo, affrontando via via le sue varie faccende, cioè una certa idea del mondo, un repertorio linguistico, un particolare modo d’uso: aveva, come si dice, dato il meglio di se stesso. Non aveva lavorato al manoscritto per farsi leggere, no; su questo non aveva né illusioni né speranze, né gli pareva una cosa desiderabile e sensata. La stragrande maggioranza degli esseri umani sono casi senza speranza, pensava suppergiù, con incerta convinzione, e lui avrebbe dovuto scrivere per costoro? Magari poteva farsi leggere dalla mamma e dalle zie, ma c’erano quelle parti un po’ scabrose… O dagli amici… no, no, sono amici, d’accordo, ma loro sono davvero senza speranza, non capiscono niente, lo avrebbero preso ferocemente per il culo, come già facevano in mille occasioni. Insomma, Luca P. scriveva come scriveva, che piacesse o no, e che non gli rompessero i marroni con l’editing. Lui aveva in mente quell’unica lettrice, a cui non poteva arrivare, con cui era ridotto a cercare un plausibile pretesto per farsi vivo (si stava per dire ‘per essere vivo’).

Il treno inarrestabile, il dolore che non si può evitare. Cerchiamo almeno di mitigare la sofferenza. Luca P. si sforzò di non ascoltare il canto della sirena meccanica, di pensare ad altro, per esempio, a come annunciare ad Anna G. di aver trovato un editore per il suo libro, e che editore! La minuscola speranza che Anna G. aprisse le pagine del libro con le sue dita, accarezzandole, che i suoi occhi belli scorressero le righe, si fermassero su una frase così: Certe cose accadono una sola volta nella vita. Vorresti che almeno una di quelle cose tornasse, nel corso degli anni, e ci credi, e non smetti di pensarci. Passa molto tempo, il desiderio non muore, e un giorno inizi a sapere che nulla tornerà. Il tuo angelo viene una sola volta.

Luca P. avrebbe proseguito, nel tempo a venire, la sua educazione a quello che manca, educazione che non termina mai. Intanto, non volle sconvolgere il quadro orario regionale dei treni dei pendolari, che loro non c’entrano niente. Fece un passo indietro sulla banchina, giusto per stare al sicuro. Il fragore arrivò al culmine con lo schiaffo di aria calda. Fai un passo indietro, perdio! Pensò che conosceva bene qualcuno che invece l’aveva fatto, un passo avanti.

Il treno corse a due passi dai suoi occhi. Luca P. aveva avuto un’amica. Era stato il suo amore di sedici anni, e con cui eccezionalmente aveva mantenuto buoni rapporti di amicizia e confidenza anche anni dopo, quando lui se n’era andato all’estero. Il suo primo vero amore, consumato ma non proprio ricambiato, come c’è da aspettarsi. Lei, più grande di lui, era impaziente di fare tante esperienze, lui a sedici anni era un idiota sprovveduto, inesperto amante appunto, quasi come quello fermo alla banchina della stazione una quarantina d’anni dopo, non più garzoncel. Allora gli era sembrato che il mondo gli cadesse addosso, e non è un modo di dire. Poi passò. Un giorno la sua amica acquistò un tubo di gomma – fu trovato poi lo scontrino – e la settimana dopo raccolse la forza e la disperazione di infilarlo nello scarico della macchina, sedersi, e aspettare. Avvenne nella primavera del 1993. I funerali furono affollatissimi.

Una conoscenza comune, medico psichiatra, disse, tra i singhiozzi, che non era stata colpa di nessuno. Era un caso di disturbo narcisistico della personalità, di incapacità di avere relazioni consapevoli e realistiche con gli altri. Eppure lei era così viva e simpatica e bella quando stava bene. Solo che negli ultimi tempi soffriva molto di non avere un compagno, soffriva per qualche storia sfortunata, Luca P. non conosceva bene i dettagli. Sua madre, in uno straziante incontro, gli disse che la figlia si sentiva fallita come donna, che è un po’ questo concetto, pensò Luca P. dalla sua prospettiva necessariamente maschile, il bios femminile che urge nel bisogno di trovare un partner e di figliare. Gli esseri umani non sono fatti per stare da soli, non a lungo almeno.

Luca P. ne aveva avuto un grande e duraturo senso di colpa.

Aveva sempre pensato che la donna sceglie e decide, almeno questa era la sua esperienza; magari sceglie il meno peggio, oppure si decide infine perché non c’è altro in giro, ne sarà contenta, o magari poi si pentirà, ma intanto sceglie. Ma, nel caso della sua amica, il suo primo vero amore, il meccanismo si era inceppato: lei non riusciva a negoziare i termini dell’ostilità nella guerra dei sessi. Una volta gli disse, seria seria, che tutti gli uomini sono potenzialmente dei violentatori, e lui ci rimase male, perché lei intendeva proprio tutti, anche lui, e lui – anche senza considerare il fatto che si conoscevano e lui le voleva bene e lei gli voleva bene –, in piena coscienza dei suoi difetti, era certo di non essere in grado di compiere atti di violenza fisica e psicologica né di volerlo, nemmeno nei suoi desideri più oscuri. Ma come fai, diceva, a parlare del più e del meno, a dividere con me e altri vino trattorie musica e sigarette, andare in montagna, al mare con amici, e intanto pensi che in fondo io sono uno come tutti, un maschio becero, pariolino fascistoide, un porco? Ma è vero che le donne sanno poco degli uomini, non sanno quanto gli uomini sono meschini, ipocriti, infingardi, insulsi e criminali, vigliacchi, vanitosi, insensibili, irresponsabili, e anche, ma non tutti, violenti. Luca P. lo sapeva, essendo tale. Qualcuna arriva a sospettarlo, ma non indaga tanto a fondo e accetta il fatto. Qualcun’altra lo comprende e, eccezionalmente, arriva ad avere una pietà infinita per questi sventurati. Ci sono, le sante.

Luca P. salì sul treno e si accomodò. Tutto questo movimento, tutto questo sforzo, pensò, di cui non si vede un fine, in cui, come nel gioco dell’oca, si torna alla casella del via, che nel caso di tutti è un mucchietto di polvere. Che cosa avrebbe dovuto fare? Dare un senso, una giustificazione alla sua presenza, alla sua esistenza (che per Tommaso d’Aquino è un bonum) – o almeno al ritardo della figlia, all’uccisione del merlo, allo spettacolo di Martina, alla dismissione del mendicante, alle critiche del direttore editoriale, alla morte dell’amica, a quello che le donne cercano negli uomini e non trovano, soltanto per restare ai fatti e ai pensieri del giorno –, buttando giù qualcosa di sintatticamente corretto e appropriato. Sarà un pretesto inutile, una scusa irricevibile, come tutto il resto che ho scritto, si disse, chiudendo gli occhi, cullato dalle metalliche oscillazioni.

E chissà, che cosa Anna G. aveva fatto in quei decenni? Che cosa aveva riempito le sue giornate? Con chi aveva passato il suo tempo, chi aveva condiviso le sue gioie, chi era stato accanto a lei nei suoi dolori? Senz’altro, Luca P. non aveva dubbi, aveva trovato qualcosa di bello di cui occuparsi, aveva condotto una vita interessante, era persona di buoni e ben coltivati gusti. Aveva avuto senz’altro occasione, almeno lei, di imbattersi in gente migliore, gente capace di dire e scrivere le parole giuste, parole a cui è naturale e gradito prestare attenzione, rispondere. Come da imprinting.



(Vari capitoli senza ordine qui:
MITOLOGIA: Giorgio Agamben
SCHOLIA: IO
SCHOLIA: Il terreno morale
SCHOLIA: Il commento
MITOLOGIA: Il portacenere
SCHOLIA: Daniele Del Giudice
SCHOLIA: Il buco nell’acqua.
MITOLOGIA: Un tipo da montagna
SCHOLIA: Attendere

e anche qui, insieme ai titoli dei venturi:

MITOLOGIA: L’intesa è un fatto palpabile
MITOLOGIA: Ubbie umanitarie
LEGGENDA: La lunga e infelice gestazione
SCHOLIA: Sbarcare il lunario

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...