La scelta, di Rosa Salvia

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Dalla raccolta inedita di racconti Le conseguenze dell’amore


Sonnecchia, ma si ridesta sotto la pressione del mio sguardo fisso. Avanza con la sedia a rotelle intrisa di silenzio, trova nella resa la sua sopravvivenza.
“Che ci fai qui, chi ti ha fatto entrare?”
“Carmen”, rispondo.
“Stupida sorella!”
“Vattene! Vattene via, compagna mia devota…”
Cieca, l’ironia prega per lui, la pietà canta, tonfi di pietre dentro la sua mente.
Il pudore nasconde le sue gambe alle mie che strisciano sott’acqua fino alla stanza del figlio nostro di un anno.

Vedo come in un film vertiginoso i suoi guanti di chirurgo e questa malattia incontrarsi nel solco obliquo che il seme del corpo come un sale pungola.
Guardo da vicino la distanza e sento la mia ruvida testa lacerarmi nella pena che tutto debba esserci sottratto dall’inganno del tempo, nemmeno l’impronta del piede sopra il marmo.
Mi torna in mente una sola carezza di mio padre, sebbene pensi di essere ormai vecchia per l’orfanità in giorni tutti uguali, senza ispirazione, ove persino la musica di Bach non mi appartiene.

Il suo sguardo indietreggia dietro una finestra. Fra il mio viso e il suo viso una forma di bimbo tenera si profila e si cancella. ​
Il terapista lo sprona agli esercizi. La sua schiena: un rizoma, scivola come un gambo sotterraneo
che emette radici, ma non è radice.

Stanco, guarda il sole, si perde nella tenebra; e il camice verde che si fletteva al tatto delle sue dita come le montagne, è una statua di marmo nella luce.
Ma i ricordi vanno giù come fusi che filano ancora, vele tinte di mare aperto che calano ai ciottoli di fondo, olle bianche.

“Nostro figlio!” gli urlo, “nostro figlio! Paradiso e palude del nostro esserci amati, deciditi a vederlo, a carezzarlo, senza il timore di affondare in un punto che non domini e ti vince!”.

“Non si può, cara, mutare il verso delle cose, ritornare a vivere nella notte dove muore il grido, nell’incastro dei corpi, il segno del nome inciso sulla pietra a due passi dall’acqua che gorgoglia nella vista di un figlio che non sarà mai MIO FIGLIO!
Meglio precipitarsi contro l’orizzonte, chiudere gli occhi, accucciarsi e feto di sabbia lasciarsi trasportare alla deriva”.

“Caro, non credere…, a me non resta che rimanere in equilibrio al centro di questo nostro spazio vuoto, assecondare il fiato sulle labbra, amare questo tempo deserto e questa luce, il rifiorire dell’alba nei tuoi occhi di sonno, perché una sola cosa so: neanche la notte va giustificata,
né l’angoscia, né il dolore, né il nonsenso! Gli alibi sono squarci di buio senza via d’uscita”.

“Forse, mia cara, forse, ma una cosa sola ti chiedo prima che tu vada per non tornare più. Quando il piccolo Luca comincerà a capire, raccontagli di Ninni, il nostro merlo di qualche annetto fa, onestissimo amico di papà, della nostra sintonia con il pellegrinare dei fischi e dei richiami, risonanze eterne, una dolcezza senza paragoni. Digli che la morte ci sorprese insieme, a Melfi, sotto un temporale, nell’orto che custodivamo come una reliquia. Sfoglia con lui memorie: le scalate contro le pareti di roccia di Pietrapertosa, le bracciate nell’acqua del mare di Pisticci, e bisturi, aghi, libri, fotografie, filmini del nostro stare insieme. Fai scorrere mano e pensiero per un po’ nei suoi scarabocchi e nei suoi disegni, fuori tempo per un po’, senza contorni e essenza per un po’.
I frutti dei suoi anni quando crescerà sono qui, sulla tua bocca, dentro le parole che dirai. Ci sarà tempo da vendere per la verità”.

“Smettila. Smettila, ti dico! Non può finire in questo modo assurdo!”
Il mio grembo di fede s’intreccia con la polvere. I nostri occhi: come i marciapiedi di una strada, paralleli e opposti, uno nella luce, l’altro nell’ombra.

“Basta impuntarsi, basta! Accetta la mia scelta, se davvero come dici ci tieni un poco a me! Implora il tuo Dio, le scorie della vita muoiono nei sogni, si stemperano in preghiere con un mare infinito di AMEN! AMEN! AMEN!”

*Una storia vera, pur nella trasformazione della narrazione. Il protagonista del racconto soffre di una gravissima forma di sclerosi multipla…

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