Le Favolesvelte di Valeria Bianchi Mian tra poesia e fiaba

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di Guido Michelone

Valeria, ci parli brevemente di Favolesvelte?

Nel 2014, dal primo giorno di Gennaio al Capodanno successivo, ho dato vita al blog omonimo: trecentosessantacinque filastrocche, poesie, storie scritte e illustrate da me. Si è trattato di un esercizio letterario e artistico davvero certosino. Durante la performance di Favolesvelte, sono stata notata da Giancarlo Caselli di Golem Edizioni, il quale si è offerto di pubblicarmi. Dopo aver eliminato i post dal blog ho fatto nascere il libro in versione cartacea, raccogliendo in quelle pagine circa duecentocinquanta elaborati. I disegni sono stati da me riprodotti in bianco e nero per esigenze di stampa.

Pensi che Favolesvelte possa rappresentare un nuovo genere letterario?

Assolutamente no. Di originale c’è forse il fatto che un esercizio quotidiano di scrittura e illustrazione possa ricordare in versione contemporanea un operare ben più spirituale, mi vengono in mente gli esercizi di Ignazio De Loyola, un’alchimia del verbo che, passo dopo passo, porta l’autore a una maggior conoscenza di se stesso, o meglio… della propria anima. Per quel che riguarda lo scrivere in rima, non sono io di certo la prima persona che si diverte a dire il mondo canticchiando le brutture e le bellezze del nostro umano vivere e morire. Gianni Rodari è inimitabile, ma forse io potrei dire che mi sento una sua allieva volonterosa, ecco.

Ora, così, a bruciapelo chi è Valeria Bianchi Mian?

Una donna abbastanza versatile, con molta energia da canalizzare ogni giorno in qualche prodotto dell’anima; una che è riuscita a trovare un equilibrio dinamico tra la professione di psicologa psicoterapeuta e l’espressione artistico-letteraria.

Ci racconti ora il tuo primo ricordo letterario?

Da piccola mi piaceva disegnare e, contemporaneamente, a partire dalla scuola elementare mi veniva naturale scrivere una frase accanto ai miei disegnini. La prima storia che ho scritto, però, risale alla scuola superiore. Avevo più o meno quindici anni. Si trattava di un racconto quasi erotico, di certo trasgressivo. I protagonisti erano una ragazzina e il suo fratellastro. Non aggiungo altro, mi viene da ridere.

Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare una scrittrice?

Oddio, questa definizione mi sembra esagerata, ma ricordo che il giorno in cui il libro andò in stampa il mio editore disse: “Sei una scrittrice!” Prendo l’affermazione per buona, dunque. Credo di aver cominciato ben prima di quanto io creda. La Tesi di Laurea, per esempio, è un bel pezzo letterario, tutto sommato. Un testo che mi ha fatto guadagnare ben otto punti con un bacio in fronte e una Lode con menzione d’onore da ricordare per sempre. Favolesvelte è nato perché ho sentito l’esigenza di tirare le fila. E’ suonata la sveglia. E non mi sono più fermata. Per Matisklo Edizioni ho pubblicato diverse poesie (in antologie e riviste). Sono redattrice di Niedern Gasse e ho curato una rubrica per Pol.it. Adesso sto scrivendo un noir psicologico; dovrebbe uscire nel 2017. Ho anche pubblicato un saggio con due colleghe (Utero in anima, Bianchi Mian V., Ceresa S. G., Putti S., per Lithos Edizioni, Roma, 2016).

E in particolare che tipo di scrittrice, come ti consideri, più narratrice o poetessa o drammaturga?

Direi narratrice, un termine che può a mio avviso racchiudere diverse sfaccettature della questione.

Ma cos’è per te la scrittura?

A questo punto, la scrittura è una compagna quotidiana, una gemella alata, un angelo che siede al mio fianco, un daimon con il quale interagisco, un fuoco da curare con amore, uno spiritello dentro la bottiglia – il Mercurius Duplex degli antichi alchimisti.

Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ al momento di scrivere?

Credo di aver risposto qui sopra, posso aggiungere alcune associazioni libere: guizzo, alambicco sopra il fuoco, piume e pietra, fornace, fonderia.

Come scrivi: quaderno, bloc-notes, computer, tablet o altro?

L’iPad è fondamentale per me. Da quando ho scoperto Google Docs non posso più farne a meno. Posso lavorare al mio romanzo, ad esempio, nel tragitto da casa al lavoro. Poiché conduco gruppi di supervisione e di formazione anche fuori Torino e mi muovo con i mezzi pubblici, faccio fruttare il tempo. A casa, una volta ogni tanto, rimetto a posto i file e di certo non trascuro il mio sketch book. Ne ho diversi, di quaderni sui quali dipingo ad acquerello o disegno a matita.

Hai luoghi o momenti della giornata che privilegi per scrivere?

Mi piace scrivere al mattino o alla sera. Nel pomeriggio mi sento sempre meno ispirata. Non mi sono mai fermata a riflettere su questo punto, ma è così. Mi piace il silenzio. Non potrei mai scrivere ascoltando musica, per esempio. Una finestra è fondamentale. Ogni tanto ho bisogno di sollevare gli occhi per guardare fuori da me. L’ispirazione però mi viene spesso camminando, ad esempio il giovedì quando esco alle sette di mattina per andare fuori città mi viene sempre una nuova poesia in mente e di solito la scrivo sul bus.

Tra i testi che hai scritto ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionata?

Credo “L’uomo con la gobba sulla fronte” perché, nonostante la mia voce stonata, mi sono divertita come una matta a cantarla mentre un paio di amici musicisti mi accompagnavano alla chitarra. Sono infantile, lo so. Non me ne cruccio. Mi viene da ridere al pensiero di quella performance tremenda.

E c’è per te un libro-culto tra quelli che hai letto?

Una chicca è sicuramente “La maschera di scimmia” di Dorothy Porter. Un giallo in poesia. Capolavoro.

Almeno tre titoli che porteresti sull’isola deserta?

L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson – ovvero il primo, il primissimo romanzo che ho letto (avevo una decina d’anni). L’assassino cieco di Margaret Atwood. L’opera completa di Carl Gustav Jung, così è la volta buona che tra un cocco e l’altro riesco a finire tutti i tomi.

Quali sono stati i tuoi maestri nella letteratura?

Anais Nin, su tutte le maestre. Colette. Virginia Woolf. La Austen. I romantici tedeschi. Tra i giallisti, Camilleri. Agatha Christie. In poesia gli inglesi del ‘900, soprattutto. Ted Hugues mi ha catturata per diverso tempo, con il suo corvo che non sa pronunciare la parola Amore.

E più in generale maestri nella cultura, nella vita?

Nadia Fusini, con il concetto di fratellanza inquieta. Rosy Braidotti. Le femministe teoriche della differenza. Ancora Anais Nin, osservando più indietro nel tempo. Tornando verso il vivere contemporaneo direi James Hillman, Erich Neumann. Il capostipite, Jung, ovviamente.

Qual è stato per te il momento più bello della tua carriera di scrittrice?

Sono ancora agli inizi. Credo che il momento più bello debba ancora arrivare, ma – per ora – direi il momento in cui ho realizzato che il libro stava davvero nascendo. Rileggendo le mie bozze al computer ho esclamato: “C’è!”

Come vedi la situazione della letteratura in Italia?

L’Italia è un paese ricchissimo di giovani creativi, da Nord a Sud. C’è fermento, c’è anima. A Torino ad esempio ci sono tanti scrittori e poeti veramente validi. Sono contenta di potermi confrontare con persone così stimolanti. C’è più complessità, è ovvio, siamo in metà di mille. Ma la rete aiuta indiscutibilmente a creare conoscenza e a collegarci per riflettere, per approfondire e confrontare le nostre scritture. La letteratura è una cosa viva, una creatura che abita il collettivo.

E più in generale della cultura oggi nel nostro Paese?

Se vuoi incontrare la signorina Cultura devi saper vedere oltre le apparenze. Persino in un outlet o nella piazza di un non-luogo potresti fare cultura. Appendi una poesia ad un muro, regala una fotografia, scatta ma non scappare. Preserva, conserva ma non temere il nuovo. Se guardi il mondo con occhi ricettivi e creativi stai facendo cultura. Tu fallo, fai cultura. Quel che fanno gli altri, in Italia o altrove, non deve frenarti. Certamente quando sento parlare uno qualsiasi dei nostri politici o quando – raramente, poiché io non possiedo una televisione, e non la possiedo per scelta – incappo in un programma televisivo pomeridiano mi viene un vago senso di nausea. Ma passa subito. La mia anima non mi permette di perdere tempo con i lamenti. La cultura si fa.

Cosa stai progettando per l’immediato futuro?

Il portare a termine questo noir che vado scrivendo è sicuramente il mio obiettivo più stimolante. Il piacere reiterato del tempo trascorso con mio marito e mio figlio è invece il progetto quotidiano, come una favola non svelta ma lenta, una storia che spero sia a lungo termine.

Cfr: Bianchi Mian Valeria, Favolesvelte. Con prefazione di Federico Sirianni, Golem Edizioni, Torino 2016, pagine 242, euro 18,00.

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