Majakovskij e l’incendio delle parole

vladimir_majakovskij

di Nicola Vacca

 

Vittorio Strada, critico letterario, filologo e autorevole studioso della letteratura russa, si chiede giustamente che fare oggi della poesia di Vladimir Majakovskij, definito  il «poeta della rivoluzione».

Una domanda tutt’altro che impertinente se si pensa che la poesia majakovskiana è colpevole di aver esaltato una rivoluzione criminosa.

Vittorio Strada dà una risposta che non si può non condividere: bisogna fare di Majakovskij non il poeta della rivoluzione, ma una vittima della rivoluzione, un giullare tragico del nuovo Potere. Non un poeta di corte della nuova tradizione bolscevica, ma un paradossale smascheratore dei miti rivoluzionari.

Questa è la giusta premessa per leggere e apprezzare oggi i versi del grande poeta russo che occupa un posto di rilievo nel panorama della poesia del Novecento.

Egli ha utilizzato i modelli espressivi delle avanguardie per realizzare una poesia che riscatta quanto di arbitrario o comunque di pura esperienza formalistica c’è nella letteratura.

Majakovskij è un avanguardista anomalo: la sua scrittura consiste nel superamento della ricerca formale fine a se stessa propria delle avanguardie europee.

Lo scrittore russo sceglie una poesia che morde la realtà e che trova la sua ragione di essere proprio nella corrispondenza con le esigenze della società russa.

Majakovskij è stato un poeta che è vissuto e si è suicidato avendo addosso l’ansia febbrile di testimoniare il proprio tempo.

Già dagli esordi futuristi del 1912, quando in Schiaffo al gusto del pubblico dichiara: «A chi ci legge il nuovo, il primigenio, l’imprevisto.Soltanto noi siamo il volto del nostro tempo.Il corno del tempo risuona nella nostra arte verbale. Il passato è angusto. L ‘accademia e Puskin sono più incomprensibili dei geroglifici. Gettare Puskin, Dostoevskij, Tolstoj, ecc. ecc. Dalla nave del nostro tempo».

L’attività poetica di Majakovskij sarà sempre fedele a questa radicalità di pensiero. Ma bisogna assolutamente dire che la sua poesia sarà un monumento alla contraddizione nel momento in cui il dibattito politico – culturale provocato in Russia si riscalderà.

In tutti i modi e con le sue contraddizioni Vladimir Majakovskij è stato sempre con la sua poesia il volto del proprio tempo. Un tempo vissuto con assoluta modernità rispetto al contesto della stessa rivoluzione.

Questo atteggiamento gli procurò non pochi problemi. Nel 1923 Majakovskij fonda il Fronte di sinistra delle arti, presentandone il programma egli si scaglia apertamente contro chi alla poesia delle casette ha sostituito la poesia dei comitati di caseggiato.

L’intento è colpire il formalismo e la burocratizzazione della prassi rivoluzionaria e della vita culturale, politica e sociale che stavano annacquando e uccidendo gli ideali originari del bolscevismo.

Majakovskij con la sua poesia non smise mai di essere parte del suo tempo e non tradì mai la sua rivoluzione. Ma fu la rivoluzione a tradire lui.

Con l’avvento di Stalin avvertì  una drammatica solitudine.

È il 1930 quando decide di farla finita con un colpo di pistola al cuore.

«Come leggere oggi Majakovskij? – scrive ancora Vittorio Strada – ognuno a proprio modo, naturalmente. Quello che qui si propone ha per sfondo non solo la tragedia e il suicidio del poeta, ma la tragedia e il suicidio della rivoluzione che egli volle sua, la catastrofe della sua patria e di tutta quella internazionale di cui egli, come i suoi compagni, si sentiva parte».

Ma soprattutto leggiamolo come una voce autentica che tocca e dissacra l’anima.

La sua poesia resta una scintilla che ancora accende le parole e provoca incendi nei cuori puri.

 

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