Cieli Celesti, di Claudio Damiani

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La poesia di Claudio Damiani è un incontro. Pensi di leggere delle poesie e invece ti incontri con il mondo, l’universo infinitamente grande e infinitamente piccolo dei suoi versi sorprendenti. C’è sempre qualcosa da scoprire, nel mondo, e quindi nella poesia di Damiani. Ti sembra di aver letto tutto, che non si possa dire più nulla – di un gatto, di un fiume, di una stella -, ed ecco che invece lui ricomincia, come nulla fosse. Un lirismo abbandonato che si riprende subito e si fa ragionamento surreale, più convincente di qualsiasi logica filosofica o scientifica. Il segreto è la domanda: la vita comincia se cominci a chiederti qualcosa e aspetti che le risposte si rivelino. Sì, perché Damiani le risposte non ce l’ha prefabbricate; arrivano da chissà quale distanza, come una specie di miracolo. La realtà appare tutt’a un tratto, come un libro che è fatto di righe, di lettere – si sa -, ma all’improvviso ne capisci il senso, comprendi che tutto ha una ragione, se ti afferra il desiderio di leggere davvero.
La poesia di Claudio dà baci: è un’immagine che torna spesso, come se al poeta non bastasse scrivere, ma volesse toccare le cose, e fartele toccare. Perché una cosa la si capisce se si tocca: almeno col cuore, almeno col pensiero.
Poesia è epifania: un dono che appare quando meno te l’aspetti, come fosse stato sempre lì, aspettando che gli aprissi la porta. In questo modo, lo spazio e il tempo non sono più oppressori, ma amici a cui dare del tu, con cui conversare amabilmente.
Damiani è un poeta-scienziato: sa di fisica, di quanti, di quel sapere aggiornatissimo che rovescia il mondo, e già di per sé scrive poesie estranee ai vecchi libri di scuola.
Damiani crede nel Vangelo, ma è un Vangelo vivo, fuori dalle aule del catechismo, un Vangelo che gronda di bontà tenace, che ama imperterrito anche ciò che è nemico.
L’albero che prende “solo quello che viene dal cielo”, il Soratte che ragiona non per giorni, ma per secoli, il tempo che corre e – forse – prima o poi lo acchiappi, sono sodali incontrati in poesie che spalancano finestre, porte e portoni sulla faccia vera del mondo, finalmente rivelata agli occhi del bambino che giace nel profondo, a cercare un senso anche in ciò che non ce l’ha: la guerra, l’istinto brutale, la violenza. “Se siamo riusciti a nascere / riusciremo anche a morire”. È l’ottimismo che attraversa ogni singolo testo di Claudio, rendendo le perdite guadagni, con l’allegria del Vangelo di Cristo. In questo sogno vigile si può anche pensare di trovare “l’orologio della vita” e far girare le lancette: “vai sulle impostazioni, e le cambi, poi salvi e chiudi”.
La forza di Damiani è nella ricchezza inesauribile di una fantasia capace di ricreare il mondo, mettendosi alla scuola umile di un’agàpe senza tempo: “Se noi siamo buoni (e con essere buoni intendo che vediamo la bellezza di tutti gli esseri, la loro sacralità e intangibilità, e li amiamo) ecco che non moriamo, perché ci siamo già distaccati da noi stessi, prima che si disgreghino i nostri elementi, e ci siamo uniti a tutti gli esseri, ci siamo uniti alla forma del tutto, alla forma che contiene tutte le forme, che non muore mai”.

Claudio Damiani, Cieli celesti, Roma, Fazi Editore, 2016.

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