Don Chisciotte secondo Ferrazzi

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Pubblichiamo un capitolo del piacevolissimo e utilissimo libro di Riccardo Ferrazzi, Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio, uscito per i tipi di Fusta Editore.

   Un parallelo fra don Chisciotte e Faust non sarebbe affatto insensato: tutti e due, seppure in modo diverso, cercano il senso della vita. Ma Faust è rimasto una creazione artistica, mentre don Chisciotte è diventato a tutti gli effetti l’ultimo mito moderno.

   Il fatto curioso è che Faust esistette davvero, fu astrologo e fu coinvolto in una storia di aborti. Ma se Goethe non ne avesse tratto spunto per un’opera immortale, l’amante di Margherita sarebbe rimasto una figura senza particolare rilievo, un piccolo mito locale, e la sua fama non sarebbe uscita dall’ambito tedesco.    

   Invece don Chisciotte non è mai esistito e la sua origine è totalmente letteraria. Nacque nella testa di Cervantes, prese forma sulle pagine del suo manoscritto, e tutto lascia pensare che l’autore non abbia avuto ben chiaro dove sarebbe andato a parare fino a quando l’estro lo portò a far vagare cavaliere e scudiero sulla Sierra Morena. Solo allora nacque il don Chisciotte del mito.

   Fino a quel momento l’hidalgo della Mancha era una creazione artificiale, un personaggio pensato a freddo, la cui unica funzione doveva essere quella di mettere in burla i romanzi cavallereschi. Sulla Sierra Morena don Chisciotte cambiò totalmente. Di punto in bianco diventò l’emblema della spinta che muove l’umanità e la preserva dal suicidio collettivo: la speranza che va oltre la ragione.

   Come ci arrivò Cervantes? Con il procedimento letterario conosciuto come pensiero poetante. Lo scrittore parte da uno spunto che lo coinvolge profondamente e lascia che i personaggi gli prendano la mano: la storia la scriveranno loro. Così facevano gli scrittori dei romanzi d’appendice, così Pirandello parlò della creazione artistica nei Sei personaggi in cerca d’autore.

   Cervantes partì con l’intenzione di satireggiare gli scribacchini suoi contemporanei e, strada facendo, trovò qualcosa di insperato: sotto i suoi occhi quasi increduli il protagonista sfuggì al suo compito di comico antieroe, fratello gemello del conte di Culagna nella Secchia rapita, e si trasformò in un archetipo.

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   Il capostipite dei romanzi moderni nasce dunque come parodia, ma ben presto Cervantes comincia a infarcirlo di storie pastorali e di ricordi della sua prigionia nei paesi arabi. Si rende conto che, senza diversivi, le disavventure del protagonista diventerebbero monotone.

   Eppure, per quanto l’autore sbrigli la fantasia, tutto ricade nei soliti cliché. Fino al capitolo 26 niente lascia sospettare il colpo di genio. Più che nel duello con i mulini a vento, l’arte di Cervantes si mostra quando nella sua mente balena la grande idea: l’autore la fissa sulla carta ma evita di tornarci sopra, si accontenta di osservare come le disavventure del suo eroe abbiano preso una nuova colorazione e conclude la prima parte del romanzo senza più menzionarla neanche di sfuggita.

   Pretendere che il romanzo sia stato concepito sin dall’inizio per celebrare chi trova nel sogno una realtà più vera è assolutamente impossibile. Cervantes si mise a scrivere così come gli veniva, senza darsi troppo pensiero di incoerenze e dimenticanze (che ci sono, e in seguito gli furono rimproverate, e che lui stesso tentò di aggiustare con toppe peggiori del buco).

   Nei primi venticinque capitoli del libro non è chiaro se don Chisciotte sia completamente pazzo o soltanto fissato. I suoi guai, le bastonature che riceve, sembrano più che altro una metaforica indicazione del trattamento da riservare ai pennivendoli che hanno partorito Amadigi e compagnia cantante (e un ammonimento per il lettore a non perdere il senso critico seguendo le vicende assurde dei cavalieri erranti – o i cartoons dei supereroi). Insomma: fin qui Cervantes è didascalico come chiunque faccia della satira.

   Ma quando il Cavaliere dalla Triste Figura giunge sulla Sierra Morena si squarcia il velo della sua (pretesa) follia e tutto appare in una nuova luce. Improvvisamente don Chisciotte decide di imitare Orlando e di perdere il senno per amore dell’impareggiabile Dulcinea (esibendo un amore casto e fittizio, esattamente all’opposto di don Giovanni). Quando Sancho gli fa presente che Orlando impazzì perché Angelica gli aveva messo le corna, mentre non risultava che Dulcinea avesse tralignato, don Chisciotte risponde:

   Questo è il punto, e questa è la finezza della mia situazione; perché, se un cavaliere errante diventa pazzo per qualche ragione, grazie tante! Il bello sta a impazzire senza motivo, e lasciar capire alla mia dama che, se posso far questo a freddo, di che cosa non sarei capace a caldo? […] Pazzo sono, pazzo sarò fin tanto che tu non torni con la risposta a una lettera che voglio mandare a Dulcinea, mia signora; e se la risposta sarà quella che merita la mia fedeltà, cesseranno la mia stoltezza e la mia penitenza; ma se fosse il contrario diventerò pazzo veramente, ed essendolo davvero, non soffrirò più. Quindi, in qualunque modo mi risponda, uscirò dal tormentoso dubbio in cui mi lascerai, o per godere da savio il bene che mi arrecherai, o per non sentire, da pazzo, il male di cui sarai apportatore.

   Cervantes ha finalmente trovato il suo don Chisciotte: un uomo sulla cinquantina (e questo è un particolare di importanza fondamentale), in grado di ragionare e sottilizzare con una certa logica, che decide lucidamente di credere all’incredibile perché il sogno è mille volte più bello della realtà.

                                                              ***

   È degno di nota il fatto che, se le bastonature rimediate dal Cavaliere dalla Triste Figura e dal suo scudiero non avessero divertito il pubblico, e il libro non avesse avuto successo, Cervantes non avrebbe scritto la seconda parte e don Chisciotte sarebbe forse caduto nell’oblio. Ma il libro vendette trentamila copie, un certo Avellaneda ne scrisse un sequel apocrifo e Cervantes intervenne. Scrisse un sequel di ben altra caratura, ristabilì la sua autorialità e conferì al suo personaggio una statura mitica.

   Nella seconda parte del romanzo la satira dei romanzi cavallereschi è più in sordina e la pazzia di don Chisciotte è solo latente. Il cavaliere mancego ragiona su ogni argomento sfoggiando cultura e buon senso; Sancho, che per tutta cultura ha il refranero español (il repertorio dei proverbi), gli tiene testa. L’uno e l’altro sono perfettamente attrezzati per affrontare la vita e i loro dialoghi sono perfettamente plausibili. Le uniche stranezze sono la mania di don Chisciotte di fare il cavaliere errante e la fissazione di Sancho di diventare governatore di un’isola. Da storia satirica, la vicenda si converte nella storia di un’ossessione.  

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   Il mito è immortale perché ci induce a pensare a noi stessi. E il mito di don Chisciotte è la più accurata approssimazione possibile al senso della vita umana. Si potrebbe quasi dire che l’hidalgo della Mancha (non Parsifal e certamente non don Giovanni) ha trovato il Graal. Ma anche se non l’avesse trovato, c’è andato vicino, perché don Chisciotte indica una via meno peregrina di quanto sembri. È anzi piuttosto sofisticata e necessita di una premessa.

   Gli obbiettivi che a vent’anni sembrano irrinunciabili a quaranta mostrano crepe e a sessanta vanno in soffitta. Da giovani si fatica per il proprio utile, si corrono rischi per imporsi, si trasgredisce per ottenere ciò che si vuole. Insomma: si è giustamente egoisti. Ma il tempo avanza: da un lato, gli obbiettivi raggiunti non hanno dato tutta la soddisfazione che promettevano e, dall’altro, viene a mancare la spinta per seguitare a rincorrere gli obbiettivi mancati. Comincia la mezza età. Per spiegare il comportamento di don Chisciotte ci sarebbe voluto un prequel che dicesse queste cose. Cervantes l’ha evitato, e ha fatto benissimo, ma i lettori devono immaginarselo, altrimenti il libro perde tre quarti del suo significato.

   Il guaio è che non possono farlo finché non sanno di che cosa si tratta. Leggere il Don Chisciotte prima dei cinquant’anni ha senso soltanto se ci si ripromette di rileggerlo a tempo debito. Non a caso il protagonista ha proprio quell’età: l’età in cui don Giovanni, se insistesse a cercare avventure galanti, decadrebbe da mito a macchietta. Solo dopo i cinquant’anni è possibile capire la scelta donchisciottesca di sublimare l’andropausa nel sogno. Don Chisciotte si comporta coerentemente con ciò che ha deciso di credere: insegue un sogno per la sua bellezza (proprio come Faust, che grida all’attimo: “Fermati! Sei bello!”). Così facendo trova un senso, una speranza, un motivo per vivere ancora.

   Con lui nasce l’uomo moderno, relativista alla ricerca dell’assoluto, scettico e romantico al tempo stesso.

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