Lucetta Frisa, Nell’intimo del mondo, Puntoacapo 2016

frisa
di Alessandra Paganardi

Bisognerebbe chiamare questo libro, più che autoantologia, epifania progressiva di una vocazione poetica. Questo ci dicono i testi di Lucetta Frisa, raccolti a partire dall’aurora di questa chiamata, che – come scrive Vincenzo Guarracino nella prefazione – «viene da lontano» e «interroga la vita». Nei circa ottanta testi che compongono il volume – scelta parsimoniosa, in realtà – vediamo delinearsi una poetica che presenta rinvii, anticipazioni, cesure e riprese.  Una poetica con decise incursioni nel surreale, più evidenti in alcune raccolte centrali (in particolare Notte alta e L’altra, entrambe uscite attorno agli anni Duemila), ma che presenta una costante: l’esercizio delle micropercezioni, quelle che – per citare un altro titolo, formalmente estraneo alla poesia – “sentono le voci”, le parole nelle cose. Basta una passeggiata in un luogo speciale, un odore, una stagione, un binario interrotto, perché le atmosfere di un tempo amato e mai visto tornino a chiamarci. E’ il momento in cui nasce la parola e ci raccoglie a sé. La poesia è questo: un coagulo di senso che dilata il tempo oppure lo contrae vertiginosamente, quando sentiamo che non è più soltanto nostro. Nell’attimo in cui tale sensazione di stare in un vortice di significato e di mistero trova la sua misura nel linguaggio, ecco il verso.  «Scrivo respirando», recita un bellissimo testo giovanile.

Il sogno di questa voce è una specie particolare d’invisibilità, la mimesi assoluta con il corpo eterico del mondo: possa il verso dirlo, dunque, nel modo meno “pesante” possibile – la fisiologia del ricambio sanguigno, lo zucchero a velo sull’ala di una farfalla. Sono alate le metafore, alati gli avvicendamenti nel sogno, i molti scambi semantici e chiastici: dal foglio richiamano il volo delle foglie, dal mare estraggono il materno, dal prediletto elemento acquoreo configurano un’assoluta idrografia interiore. Alate, quasi in punta di piedi, le passeggiate tra forme difficili, coblas capfinidas e sestine, fra metri che – in deroga all’amato endecasillabo – nascondono in sé doppi settenari, come nella poesia Parlare della notte (tratta dalla raccolta Modellandosi voce). Per gran parte di questa ricerca – salvo forse in qualche testo centrale e gli ultimi inediti – le reminiscenze classiche ed erudite, complice la lunga pratica della traduzione, la fanno da padrone nel ritmo: ipermetri spesso inseriti in un ritmo ondeggiante, con giochi di assonanze sospesi fra leggerezza e profondità (esemplare la terzina, tratta dalla raccolta La follia dei morti: «Solo scavando nel suono del tempo/ con le parole gioco semino vento/ l’anima ardo e che mi ascolti invento»).  

Altra costante di questa poesia, negli anni, è il volersi cibare di luce, come una pianta: in un testo la rappresentazione che l’autrice dà di sé – forse per un improvviso squarcio nell’inconscio – è quella di un frutto, di una pesca. Una poetica fotosintetica, che dalla luce trae il nutrimento: l’opposto della vita che distrugge altra vita, uccide gratuitamente animali, inquina il pianeta (è ben nota, in altri testi e in molte prose – fra le più significative la raccolta di racconti La torre della luna nera, uscita nel 2012- la notevole sensibilità ecologica dell’autrice). È questo che significa l’«orologio al contrario» dei versi dedicati a Gaspara Stampa? Un’inversione rispetto alle leggi biologiche, che rimangono in fondo inaccettabili? È la stessa legge del canto, del fuoco, del desiderio, che trasmuta la vita in verso: e tutto finisce in un foglio/foglia che ha il destino, come nella famosissima ballata di Bob Dylan, di volare nel vento, in attesa di un lettore che nutra di essa la propria esistenza. Ma è anche «la legge d’amore. Se risponde/ o sordo tace per noi l’unico bene/ è il nostro suono fragile e tenace».

L’occhio d’ape di Frisa – così simile agli spiritelli del Sogno di una notte di mezza estate – coglie il tutto nel poco, lo ritrasforma in verso in un’alchemica economia, capace di trasgredire il determinismo della morte. Maestri di questo paradossale “tutto”, per prima Emily Dickinson, poi la grande poesia medioevale, provenzale e castigliana: quella che impara «del gioco vano la bellezza» e capta la gioia piccola, facendosi del poco regina. Anche nelle ultime raccolte – quelle più dolenti, in cui l’angoscia è spesso ospite – la balordaggine del mondo s’incastona in versi di broccato, in sequenze di mistero che obbediscono a ritmi salvati nelle cellule. A questo modo d’inseguire la bellezza, Frisa è rimasta finora sempre fedele: e se all’inizio poteva scrivere che all’alba «si sente il pensiero come un corpo», nei versi maturi è la stessa carne, «l’antico tempio della nuca» a trattenere la voce del tempo, il sussurro dei morti. Possiamo dire, parafrasando la poetessa, che l’alfabeto dell’infanzia si è fatto adulto quasi senza volerlo. Attraverso le parole, attraverso il segmento di mistero che ci è concesso nel corpo vivo, noi percepiamo il tempo come un vortice e gli scomparsi siedono accanto a noi. La morte è trasmutazione. E la poetessa, «regina assoluta del piccolo», indica la sola stella in cui sia possibile incontrarsi: quell’isola invisibile, che soltanto chi sa volare non perde mai di vista. La mappa, di volta in volta aggiornata, sta in un libro.

 

Lucetta Frisa

da  Nell’intimo del mondo (antologia poetica 1970-2015)

  Essere soli è essere nell’intimo del mondo.

  Antonio Ramos  Rosa

da La costruzione del freddo  

(,Salerno, Ripostes 1990, ebook Feaci edizioni 2007)

La passione

Della passione le inclinazioni

segui quella che ti assomiglia –

ma che sia generosa.

Il cuore delle cose è fiamma

fiamma il tuo cuore se si spalanca

allo spazio e accende le corrispondenze

in eloquente calore.

È  la ragione istintiva del rosso:scavalca i punti di quiete

brucia l’osso e l’idea pulsando

nel dolore e sul foglio vivo

e li tramuta in opera.

Se il grigio ingrigisce i sensi

e assopisce il senso del tuo viaggio

ricòrdati del rosso che brucia sotto

e ha il colore del risveglio.

L’inadeguatezza

Dell’inadeguatezza le inclinazioni

conducono lontano dal tuo corpo,

l’alto desiderio innalza rupi

e più sali, più la strada scende.

Con la freccia spuntata miri al leone

coi piedi scalzi attraversi bufere

leggi parole che scompaiono –

sbagliano l’occhio o il libro?

L’acqua trabocca si frantuma il vaso

nulla si versa in te e non ti versi in nulla:

impara con penna e foglio la misura

tra parola e sogno e in mezzo la mano.

Insegna l’inadeguatezza a farti bastare il visibile.

da Modellandosi voce

( Milano, Corpo 10 1991)

Scrivere

La percezione del buio nello studio

mi insegna a non dimenticare

gli oggetti del giorno incolori e orfani

che scintillano assenti nello specchio.

Calma, nella notte, non invento nulla

neppure una parola logica – scrivo

respirando, tocco l’alfabeto infantile

che inavvertitamente si è fatto adulto.

Non ho imparato nulla di ciò che volevo sapere

qualcosa dico ma dimentico o ricordo

fuori di me, senza sforzo.

Il dolore c’è stato prima.

La percezione del buio nell’alta attenzione

ha distrutto lo sfondo, invaso

Carne e cervello che provano nuovi sopori.

Le congetture bruciano.

È così facile scrivere. Lascio alla luce

ogni angoscia, pongo la mano sulla penna,

la stringo. Mi porta via, cieca.

 

 

Da Disarmare la tristezza          

(Dialogolibri, 2003)

Il mare

Ama il mare

che da bambina sostituiva i giochi

le chiacchiere la solitudine

e rendeva concreta

la sua fluida metafora.

E in sé sentiva la sua energia

il suono il ritmo l’assillo e la pace

e come uno specchio le bastava

stare davanti a lui,per essere.

Avrebbe fatto il mozzo

come nei libri di Jack London

fuggendo dalla terraferma

verso la grande Acqua del Disordine

passando da immagine a immagine

con la lezione della vertigine

e l’arte della sospensione.

Molto ha imparato

solo guardando il mare

o appena sfiorandolo con l’alluce rabbrividito

nuotando quel poco che basta

per tenersi a galla e stendersi sul dorso

battendo la schiuma coi piedi

senza altro desiderio che quello di essere lì

dov’era.

Le parole

le ama ancora nella loro dissennata

liturgia e nella loro folla cerca

un doppio che sembri ancora vivo,

e ama il loro rotolarsi

per espellere la disperazione

che sulla pagina imparerà uno stile.

Più infelice e inquieta se non scrive

scrive per aggiungere un po’ di fiato

al fiato il suo poco amore

all’amore se un giorno aveva traboccato

se si era fatta trapassare dall’ebbrezza

di suoni  uomini mare alberi stelle

notte vento animali

e se sapeva emozionarsi.

Quale poesia- si domanda-

ha l’arte di disarmare la tristezza?

da Se fossimo immortali   

(postfazione di Mauro Ferrari, Joker edizioni, 2006)

Lettera agli annegati

La prima lotta fu uscire da un ventre

verso l’asciutto vuoto verticale,

l’ultimo è il ritorno all’acqua.

Lo sai che i pesci tacciono muoiono

non tentano nessun limite nuotano

nella rete chiusa del mare.

Può ancora respirare chi continua a scrivere

lettere agli annegati

e a  chiedere eternamente quale fessura

fine di sasso separi

chi fugge da chi resiste.

Nono autoritratto notturno

L’aria del buio

ipnotizza rimorso e nostalgia

una forza tranquilla emana da un centro

fermo o che credo lo sia

forse è un pensiero vertebrale

che mi fa stare

sveglia e diritta in me.

Battito di stelle contro il cielo:

se è figura di un sogno sparito

che ha sognato se stesso

tutto riporta a un padre illusorio

e al mio respiro orfano.

Ti prego, fammi credere di esserci

– senza lacrime lo dico –

credere che tutto è vivo

scorre si muove domanda non dà pace

credere che anche le cose morte

di notte si vestano di un corpo.

 

 

 

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