Una filovia che contiene il mondo

Propongo una mia lettura del nuovo libro di Giancarlo Consonni, Filovia (Einaudi 2016). Il testo è stato pubblicato in forma leggermente ridotta sulla rivista l’immaginazione (Manni editori), che ringrazio per averne concesso la riproduzione.

Una filovia che contiene il mondo
Filovia di Giancarlo Consonni
di Giorgio Morale

Non sempre nello stesso autore si trovano la poesia della natura e la poesia civile, ma talvolta succede, come nella nuova raccolta poetica di Giancarlo Consonni, Filovia (Einaudi 2016). Cos’è questa filovia che dà il titolo al libro? Per chi vive a Milano la filovia per eccellenza è il mezzo pubblico n. 90 che percorre la circonvallazione esterna, quella che costituisce il più ampio degli anelli di cui si compone la topografia della città. Il tragitto completo della 90 è un vero e proprio viaggio attraverso le periferie milanesi, il loro paesaggio e la loro varia umanità.

Giancarlo Consonni gioca a carte scoperte e mette in chiaro il carattere poematico del libro sin dalla prima sezione, q.b., che allinea una di seguito all’altra una proemiale dichiarazione di poetica (“Poesia? / q.b. / (quanto basta) / come il sale / nell’acqua della pasta.”); la protasi costituita dall’enunciazione del tema con il componimento Filovia (“La 90 abbraccia la città, / leggo in pace. // Non c’è il mare? / Ci sono tutte le lingue del mondo.”) e dall’affacciarsi di un motivo autobiografico con I pennini, che rievoca i pennini di una volta, quelli legati all’approccio alla scrittura da parte dell’autore; e una sorta di laica invocazione alla musa con Volo, che completa la dichiarazione di poetica con una esplicitazione del metodo di lavoro e del procedere della composizione e della strutturazione del libro (“Lasciare che le parole / vengano a galla / stupirsi d’un tratto / come il gatto / che scompagina il volo / d’una farfalla.”). Tale carattere poematico viene confermato dalla salda architettura dell’opera, al cui interno si dispiega l’ispirazione lirica che la sostanzia, fatta di occasionalità, leggerezza, erraticità. Insomma, una salda architettura sostiene una poetica delle “piccole cose”, che in realtà piccole non sono. Si tratta infatti di dettagli che generano conoscenza e significato, oggetti in cui si rispecchia la storia e il mondo.

Con un procedimento ad anello che riproduce la topografia di Milano, la seconda sezione del libro ritorna – e riparte – dalla filovia, a cui si sovrappone prima il Tram che dà il titolo a questa sezione e poi il Treno di un’altra poesia. È qui che viene esaltata la prima delle ispirazioni della poesia di Consonni, la poesia come sguardo sull’umanità, in cui s’intrecciano la tensione etica e la precisione antropologica. È in questi mezzi di trasporto popolari che s’incontra il popolo milanese, quello che è stato espulso dal centro occupato ormai solo da banche, uffici e negozi. Qui, nella raffigurazione dei gesti minimi dei passeggeri in cui è possibile cogliere lo spirito del tempo, Consonni si conferma, tra i poeti che cantano la quotidianità, uno di quelli che vanno più nel profondo. In questo tram vediamo resistere rapporti di socialità (“tengo compagnia al conducente”), autenticità (“occhi contro occhi”), rispetto (“Slittano tutti / di un posto, / è salita una nonna col nipotino”), ingenua gratitudine (“Appena sceso, il bimbo / dice forte: “Grazie, tram!”), calore quasi animale (“In silenzio ognuno / si prende / il caldo del vicino.”). Il mezzo di trasporto diventa la casa: “stai leggendo in tram / e quella è la tua casa” dice un componimento, dove con bella ambiguità con “la tua casa” si può intendere sia il tram sia la lettura, il libro, la poesia. La città a sua volta diventa il mondo (“Non c’è il mare? / Ci sono tutte le lingue del mondo.”), e il viaggio diventa un viaggio metaforico che porta in ogni dove, che si sviluppa nello spazio e nel tempo. Le successive sezioni di Filovia infatti costituiscono quasi una serie di stazioni in cui il poeta osserva come di sfuggita l’umanità in alcuni atteggiamenti particolari (nella sezione Di sbieco), momenti drammatici della recente storia mondiale e dell’attualità (nella sezione Default), la natura colta soprattutto nella stagione primaverile (nella sezione Certame), tratti di un’etica (nella sezione Fosse per me), schegge di saggezza aforismatica (nella sezione Papavero), frammenti di ricordi di una società che non c’è più (nella sezione Lo straccivendolo). Le ridotte dimensioni del libro sono così dilatate, e il libro diventa la filovia che “abbraccia la città”. E come la filovia anche il libro diventa la città stessa, e il grande mondo, al cui interno trova posto anche l’io storico del poeta.

Una menzione particolare va fatta per la seconda ispirazione di questo libro e della produzione di Consonni: la poesia della natura, espressa con un lirismo controllato, perciò tanto più sottile e intenso. I versi illuminano soprattutto la natura primaverile nel suo farsi, i giorni dell’“inizio” in cui anche negli angoli più nascosti tutto è vita, luce e movimento e dove non succede “mai che sia pronto”. Una natura che non è generica cornice di un io che occupi tutto lo spazio, ma il trionfo di nitidi “peschi susini / ciliegi / lame di giaggioli”, primule, nontiscordardimé, viole, margherite, ippocastani, gerani, iris, tigli, tutti colti attraverso l’individuazione di un particolare appropriatissimo, per lo più un modo d’essere o un’azione. La precisione quasi botanica ma mai scientistica dello sguardo e della denominazione non ne sminuisce la forza poetica ed evocativa. Dice al contrario l’intimità del poeta con la natura di cui conosce i cicli, i tempi, i nomi. Per il lettore può essere una scoperta leggere come si posa il pettirosso o come cadono le foglie del tiglio, ma per il poeta non si tratta di una epifania estemporanea, bensì del frutto della sapienza del vissuto. Il poeta sa, sente, “le gemme dei ciliegi / ancora doloranti di gonfiore”. L’intimità è viva e consolidata, ma senza fusioni o confusioni, senza che mai cessi la lucidità dello sguardo e della voce del poeta che lo dice. È ciò che, nonostante il linguaggio modernissimo di queste poesie, le accomuna alla poesia “ingenua” dei grandi cantori della natura. Ambedue queste ispirazioni le abbiamo apprezzate e amate sia nelle raccolte precedenti, Viridarium (All’insegna del pesce d’oro 1987), Vus (Einaudi 1997) e Luì (Einaudi 2003), sia nel romanzo Da grande volevo fare il poeta (La Vita Felice 2013).

C’è poi la terza ispirazione, la poesia comica delle raccolte pubblicate sotto lo pseudonimo di Jean Charles D’Avec des Sommeils (l’ultima Oblò, LietoColle 2009): si tratta di un comico che spazia dall’humor alla garbata ironia alla satira. Anche questa ispirazione vede in azione uno sguardo onnisciente che tutto registra, distante ma partecipe, sensibile e intelligente, caustico senza essere mai astioso, benevolo ma severo nei confronti di politiche (vedi la poesia Baghdad 1998 in tv), ipocrisie (“Invece di crollo / si prese a dire / default. // Si pensava / facesse meno rumore.”), tic sociali (“La mattina accalcati / è tutto un becchettare / sulla tastiera. / Pollici come colombi affamati.” oppure “Lo chiamano zapping / questo zampettare / di cavallette sotto un bicchiere”). Anche qui assumono valore di giudizio politico gesti minimi (“Nei bambini con le dita a V / parla la morte”). Nessun atteggiamento assolutorio quindi, e la coscienza dell’irreparabilità di alcune perdite dell’uomo moderno (“Non sono più un riparo / i morti.”), anche se l’ultima parola spetta a ciò che resta: sia nelle vicende umane (“Sotto la polvere del solaio / gli ovali bombati delle spalliere / hanno il lustro / della prima notte di nozze”) sia nella natura (“Accogliere la piova / e frate Sole in perfetta letizia. / E sulle rovine / sorridere lassù con le allodole”), con uno spirito che Alida Airaghi in una acuta nota ha definito evangelico (“Se mi fermo da uno / mi sembra / di fare torto agli altri. // Per questo / non vado al cimitero”; “Fosse per me / santi ne farei tanti. / Che siano costretti / ad allargare il paradiso”) e che, su suggerimento dello stesso Consonni, si può anche dire francescano (“Accogliere la piova / e frate Sole in perfetta letizia.”). Anche l’ultima poesia della raccolta si chiude con una apertura: “A precipizio le rondini / sfiorano la sete della terra”. Il ciclico sempre nuovo “inizio” della natura affianca l’irreparabilità del passato; la leggerezza del volo, la gravità della terra; mentre la sete inestinguibile della terra – e dell’uomo – è un accenno di domanda mai sopita.

Le tre ispirazioni si fondono con naturalezza, e si mescolano, tanto che non è raro trovare elementi tipici di una sezione in un’altra, ad esempio elementi naturalistici nella sezione Tram (Gli alberi di Milano) o, nella stessa sezione, una nota satirica (Sms). Ma soprattutto i tre filoni sono tenuti insieme dalle peculiarità della poesia di Consonni: l’unitarietà dello sguardo che abbraccia mondo urbano e naturale; l’andamento narrativo che si apre in brevi slarghi descrittivi mentre, viceversa, le descrizioni si evolvono per il sopraggiungere di un elemento dinamico; le frasi ellittiche, a cui ha dedicato una bella analisi Mario Santagostini in occasione della presentazione pubblica del volume a Milano, che invitano il lettore a colmare gli interstizi del testo; la concisione, colta ed elegante, riservata e spontanea insieme, dello stile. Bruno Nacci, in occasione della stessa presentazione pubblica nella suggestiva Sala del Grechetto della Biblioteca Sormani, ha collegato Consonni alla tradizione lombarda, per la forte eticità della sua poesia e per la robustezza della sua lingua, che ha al suo attivo una pregevolissima produzione nel dialetto lombardo di Verderio Inferiore (Viridarium, Vus). Si potrebbe aggiungere, a caratterizzare ulteriormente la sua lingua, che vale per Giancarlo Consonni quanto Eugenio Montale diceva di Camillo Sbarbaro: che sa far cozzare “l’aulico col prosaico”. Perché Consonni non teme il prosaico, poiché sa, con Vladimir Holan, che “Impoetico è il cuore della poesia”.

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