La storia del calcio

calcio
di Guido Michelone

La Storia del calcio di Paul Dietschy e alcune riflessioni su sport e mass media

 

La lettura di uno straordinario libro recente come La Storia del calcio edito dalla Brianzola Paginauno e scritto dal francese Paul Dietschy, professore universitario di Storia Contemporanea e di Storia dello Sport induce ad alcune considerazione che vanno anche oltre l’aspetto soggettivo del testo medesimo, per agganciarsi a tutti i rapporti esistenti fra lo sport e i cosiddetti mass media. In tal senso occorre anzitutto prendere in considerazione i tre grandi mass media tradizionali – nell’ordine di invenzioni il giornale, la radio, la televisione – e non è difficile constatare come lo sport occupi sempre più spazio, a livello di forme e contenuti, sulle pagine dei quotidiani e nei palinsesti radiotelevisivi. Partendo dalla carta stampata, quando ad esempio l’Italia nel 1982 e poi nel 2006 vince i Mondiali di calcio La Stampa, Repubblica, Il Corriere della Sera e tutti gli altri quotidiani presentano in prima pagina titoli cubitali, foto gigantesche, articoli su nove colonne: e all’interno dei giornali stessi articoli, servizi, interviste arrivano sino a sette-otto pagine, anche a partire dalla seconda o dalla terza, di solito dedicate a problemi di attualità, di cronaca e di politica. Di solito, in tal senso, gli esperti di mas media usano tre parole (corrispondenti ad altrettante metafore) per individuare cos’è un giornale: il Libro, il Mosaico, la Piramide rovesciata.

Il giornale quotidiano per chi lo stampa, lo pubblica, lo scrive, lo legge, si presenta come un grosso volume che inizia da pagina uno e termina alla fine (di solito un multiplo di quattro) con una perfetta suddivisione fra gli argomenti, dove lo sport occupa comunque una posizione strategica, anche in testate (Il Manifesto, L’Unità, Il Fatto Quotidiano) solitamente avverse alla funzione capitalistica del gioco agonistico. Ma il giornale, a maggior ragione con le pagine di sport, è soprattutto simile a un mosaico che è composto di tanti tasselli o tessere quanti sono gli articoli, le foto, i titoli, e la fruizione procede come per un’opera figurativa, la lettura non è nel tempo (come il romanzo, il teatro, il cinema, la musica, il fumetto), ma nello spazio (la scultura, la pittura, l’architettura, la fotografia, le opere d’arte figurative in genere).

Il giornale ovviamente racconta, commenta, giudica lo sport, ma per motivi tecnici e limiti tecnologici non può entrare nella cronaca in diretta, che invece viene dai mass media elettrici con la capacità di trasmettere in contemporanea e a distanza, ovvero, nel secolo scorso, prima la radio (anni Venti), poi la televisione (anni Quaranta). La radio e la televisione, oggi come ieri, vantano una comunicazione che si distribuisce lungo tantissimi generi spesso originali; ma sul piano dello sport però la tv supera di gran lunga la radiofonia per quantità di proposte: essendo dotato di immagini, ciò che infatti, dal tubo catodico, il medium riesce a proporre sul piccolo schermo qualcosa n più di una cronaca: è la visione stessa dell’evento sportivo (o meglio le riprese che ritraggono una porzione di realtà del’evento) con l’aggiunta di una voce fuori campo (lo speaker) che guida lo spettatore alla decodifica di quanto appare sul monitor. Oggi si dà per scontato tutto quanto a livello televisivo, senza ricordarsi non solo del grande complesso lavoro registico che sta dietro alla messa in onda di uno ‘spettacolo’ sportivo, ma anche dell’assimilazione da parte del pubblico di espedienti che un essere umano, a digiuno di tv, non riuscirebbe subito a decifrare come ad esempio l’uso del replay o della moviola in un match calcistico.

Va sempre comunque rammentato che anche lo sport teletrasmesso – fiore all’occhiello della programmazione televisiva oggi in tutto il mondo – è figlio dell’informazione radiofonica. Ma la tv, dagli anni Sessanta del XX secolo,  può accogliere davvero di tutto, fino a inventare via via autentici macrogeneri dai quiz alle tribune politiche, fino alle nuove forme di spettacolarizzazione di massa, come ad esempio ciò che gli americani, da trent’anni, chiamano infotainment, un programma che, come dice la parola, sta appunto a metà tra l’informazione e l’intrattenimento. L’infotainment addirittura è il prodotto di ciò che dagli anni Ottanta in Italia viene chiamata neotelevisione, per distinguere il nuovo linguaggio televisivo, dal precedente modello molto più rigoroso, pedagogizzante, fondato sulla severa ripartizione nei tre grandi macrogeneri fissi di informazione, spettacolo, cultura (dove lo sport è appannaggio sia del primo sia del secondo, in base ai diversi casi).

Con la proliferazione della TV privata berlusconiana tutto diventa infotainment e il palinsesto diventa un flusso indifferenziato a rischio di compromettere il già precario equilibrio del rapporto tra emittenza e utenza anche nel trasmettere e ricevere i programmi sportivi: per la prima volta in Italia ogni tipo di match su Canale 5, Rete 4, Italia 1 viene puntualmente interrotto da una raffica, come negli Stati Uniti succede con le partite di baseball già dagli anni Cinquanta, dove le pause e le attese del gioco vengono addirittura reinventate sulla base delle interruzioni pubblicitarie; in Italia invece si trova l’escamotage di inserire un minispot durante i brevi stop in una partita di pallone, per un infortunio a un giocatore di prima di tirare un rigore o un calcio d’angolo.

Per la storia dello sport teletrasmesso – e più in generale in un discorso degli stretti rapporti tra sport e mass media – la televisione americana negli anni Cinquanta, anche in fatto di risonanza più o meno esplicita nel mondo intero è la prima nei settori dell’informazione e del divertimento, i quali non a caso saranno fusi proprio nell’infotaiment, con veri e propri show prima e durante le gare, quando ad esempio per il Grande Slam si esibiscono i migliori cantanti pop e rock: tale effetto verrà ripetuto nelle ultime edizioni dei Giochi Olimpici, grosso modo da Los Angeles 1984, quando i mastodontici spettacoli di inaugurazione vengono studiati anche e soprattutto in funzione del piccolo schermo.

Anche riguardo lo sport, la seconda grande televisione tra gli anni Quaranta e Settanta (prima di Berlusconi, insomma) è quella inglese che è molto diversa da tutte le altre; si sta innanzitutto parlando di British Broadcasting Corporation (la BBC) che è una tv di monopolio, benché del tutto indipendente dal governo: fin dalle proprie origini, anche quando decide di trasmettere lo sport (dopo il successo tedesco delle Olimpiadi di Berlino 1936, presentate con una tv sperimentale via cavo nelle principali città tedesche) la BBC punta molto sul fattore cultura, ma presentando l’agonismo non in chiave ideologica (come fanno i nazisti), bensì quale fenomeno sociale, educativo, igienico.

Sul piano della produzione i programmi inglesi sono molto validi in campo documentaristico, addirittura eccellenti nel ritrarre la storia di alcuni sport tradizionali (il cricket, ad esempio), ma nel settore delle riprese di gare lo stile resta ancora molto affettato, quasi tradizionalista nel linguaggio, nel modo di proporre gli speaker soprattutto negli sport più vivaci come il football: l’esatto contrario, insomma, di quanto avviene nelle tv brasiliane, dove il commentatore pare addirittura il dodicesimo giocatore in campo. Al pubblico questo stile affettato, cerimonioso non piace e quindi la BBC inventerà negli anni un approccio allo sport teletrasmesso in stile americano, portando la rete a essere più vivace, senza snaturare la propria fisionomia ma modernizzandola soprattutto sul lato tecnologico.

Per capire i mass media di oggi nei confronti di un evento sportivo, bisogna sempre tornare storicamente alla grande televisione degli anni Cinquanta che come modello, quantità, potenza risulta dunque essere quella americana. A livello di intrattenimento sui piccoli schermi a stelle-e-strisce ovviamente non c’è solo sport, vengono pure trasmessi giochi e show, dove l’agonismo è influente, ma esiste soprattutto la fiction con telefilm e soap opera, insomma un fatto nuovo che influirà sul cinema in sala: con l’avvento della televisione e la sempre più grande diffusione di questo mezzo aumenta il numero di telespettatori e per contro diminuisce in parallelo la presenza di pubblico nelle sale cinematografiche; insomma aumentano gli apparecchi televisivi in America e poi anche in Europa, mentre calano i cinema e i drive-in sino a chiudere i battenti. Tutto questo avviene anche perché la cultura americana è abilissima nel creare un genere che si specchia direttamente in certi stili tipicamente cinematografici come il telefilm, oggi addirittura fondamentale pensando anche alle attuali serie sportive (Ballers, The League, Playmakers, Blue Mountain State) diffuse pure in Italia su varie TV.

Al di là della fiction, lo sport, dal punto di vista dei mass media, è un gioco, è una gara, è una competizione ma deve essere anche informazione nel momento in cui c’è qualcuno che informa qualcun altro su questo o quell’avvenimento, mediante un reportage scritto o fotografico oppure con una cronaca radiofonica attraverso una ripresa video televisiva (e oggi con un mix audio-grafo-visivo grazie al pc e ai social media). Al giorno d’oggi lo sport andrebbe inserito quindi sia in un discorso inerente al macrogenere dello spettacolo sia in un nuovo contesto che guarda all’infotainment per le connotazioni che lo sport medesimo subisce passando dallo scritto alla fotografia, dalla radio alla televisione, in un ragionamento su ciò che è lo sport prima e dopo la televisione.

Nello sport, da quando esistono i media audiovisivi, bisogna dire che si sta operando una netta divisione tra quella che è la pratica fisica e lo spettacolo di massa: con le immagini in movimento la fruizione dello sport diventa anche voyeuristica. Lo stesso rapporto che va diffondendosi tra sport e mass media si ripete già da tempo tra informazione e spettacolo. Esiste difatti una varietà molto estesa di forme e generi di sport narrati all’interno dell’informazione televisiva, che va ben oltre il citato infotainment per collegarsi magari a un discorso di meta-generi. In tal senso c’è anzitutto il notiziario dove lo sport è messo alla fine, tranne quando si assiste a un trionfo imprevisto come la vittoria della propria nazionale a un Campionato del Mondo o una medaglia d’oro alle Olimpiadi; ci sono le inchieste sociologiche – notevole risulta in tal senso Sfide di Simona Ercolani su Rai Tre dal 1998 e dal 2012 condotto dal campione paraolimpico Alex Zanardi – quando lo sport genera fenomeni ad esempio di euforia nazional-popolare, che il documentarismo cinematografico già tenta con certi autori neorealisti (o con registi come Ichikawa, Merker, Riefensthal per le Olimpiadi); esistono infine le rubriche settimanali, di cui ad esempio in Italia la Domenica Sportiva risulta la trasmissione più longeva dell’intera storia televisiva nazionale

Ogni giorno attualmente (2016) sono centinaia le ore dedicate allo sport dalle televisioni (pubbliche e private, cavo e satellite, in chiaro o a pagamento) in mille diversi modi: per gli eventi (come le partite di football) esistono dunque la ripresa diretta integrale, le sintesi e i riassunti, i flash, gli highlights; per i commentare gli stessi eventi sussistono reportages di colore che sono qualcosa di simile ai varietà (ivi comprese le presenze, come belle statuine, di procaci ragazze in abiti succinti); per gli eventuali approfondimenti intervengono via via l’intervista, il dibattito, la tribuna sportiva, la non stop (in occasione delle Olimpiadi). Molti di questi elementi televisivi, a loro volta, diventano poi comuni, in quanto a stili, linguaggi, atteggiamenti e in campi lontani dallo sport medesimo.

Nella spettacolarizzazione dello sport in televisione il punto più debole – dal punto di vista cultural-sportivo, perché esiste anche una vera cultura dello sport – è proprio lo sconfinamento in altri generi; in tal senso, nonostante vari tentativi, lo sport, almeno in Italia, ispira poca fiction di valore: un discreto risultato è ottenuto da Il Grande Torino miniserie diretta da Claudio Bonivento, trasmessa da Rai Uno in due puntate nel 2005.

Solo Gianni Minà, nella storia della TV tricolore, resta l’unico al momento a tentare l’abbinamento tra la cultura e lo sport, in particolare sotto l’aspetto sociologico, a cominciare dai programmi di approfondimento Zona Cesarini e Un mondo nel pallone, per arrivare alle monografie su Nereo Rocco, Diego Maradona, Michel Platini, Ronaldo, Carlos Monzón, Nino Benvenuti, Edwin Moses, Tommie Smith, Lee Evans, Pietro Mennea e in particolare Muhammad Alì, che Minà segue per l’intera carriera dedicandogli pure il lungometraggio dal titolo Cassius Clay, una storia americana, che sembra fare da pendant a Facce piene di pugni, storia della boxe in 14 puntate.

Certo, guardando al passato, anche recente, la storia della cultura, antropologicamente parlando, si incentra pure sulle relazioni tra sport e mass media quando ad esempio i rapporti più significativi nei comportamenti di massa attengono a specifiche abitudini come ad esempio, già mezzo secolo fa, nel giornalismo cartaceo, l’interesse verso i quotidiani del lunedì con il numero di pagine raddoppiato per quanto concerne gare e incontri della domenica, mentre per la radio la trasmissione Tutto il calcio minuto per minuto segna i pomeriggi festivi di intere generazioni.

Il passaggio verso la spettacolarizzazione dello sport su piccolo schermo – sport che è esso stesso una forma di spettacolo fin dalle proprie origine, se si pensa ad esempio all’antico mito olimpico – avverrà quando la TV svilupperà un inedito modello comunicativo che finirà per influenzare l’intero panorama mediale.

Con l’avvento della cosiddetta neotelevisione – per usare un neologismo coniato dal semiologo Umberto Eco – infatti avvengono importanti novità che influiscono positivamente nella dialettica tra sport e mass media. Innanzitutto grazie alle nuove tecnologie elettroniche, a partire grosso modo dagli anni Ottanta, l’uso del colore (al posto del bianco e nero) sul piccolo schermo esalta le sfide campanilistiche e internazionali, mentre la regia opta per l’avvicinamento del telespettatore al centro dell’azione agonistica, offrendogli altresì la moltiplicazione dei punti di inquadratura nello spazio visivo: un esempio ambivalente è in tal senso la telecamera mobile, non a caso impiegata in primis per le gare di ciclismo, onde poter seguire al meglio i corridori durante una Milano-Sanremo o una tappa del Giro d’Italia.

Con la neotelevisione nel calcio teletrasmesso, oltre il numero sempre più alto di ore a esso dedicate, intervengono due elementi di novità che sono il replay e la moviola; per alcuni studiosi, però, questi strumenti limitano, nel fruitore, la lettura della realtà agonistica e la rielaborazione simbolico perché, a differenza di un buon documentario sportivo (che mostra anche ciò che l’occhio non vede), da un lato la moviola risulterebbe molto più investigatrice che interpretativa, dall’altro lato il replay invece favorirebbe una minor concentrazione nel seguire un match sapendo che l’immagine di un goal, di un fallo o di una punizione verrà riproposta più volte.

I rapporti tra sport e mass media stanno tuttavia rapidamente cambiando – senza che oggi si possa scrivere l’ultima parola definitiva – da quando con l’ennesima rivoluzione tecnologica, i computer e le reti sono diventati social media e strumento d’intrattenimento pressoché esaustivo presso i giovani (bambini compresi). Basti pensare all’evolversi delle gare sportive nei cosiddetti videogiochi dal primo ping-pong in cui, negli anni Settanta, due puntini bianchi su fondo grigio balzano lentamente da un capo all’altro dello schermo agli attuali videogames tridimensionali che simulano una partita di football con precisione millimetrica.

Ma un match di pallone fra due adolescenti davanti a un monitor, non è come inventarsi un Juve-Inter uno-contro-uno, in cortile o su un prato, quando ancora non esiste il PC. I videogames e i mass media in genere dunque restano soltanto un surrogato dell’attività fisica che, soprattutto per bambini e giovani, va ancora favorita al massimo grado, sulla scia del sempre valido motto latino: mens sana in corpore sano. Dunque, sopperendo alle lacune della scuola italiana che dedica poco tempo all’esercizio e all’educazione del corpo, i genitori devono convincere i figli troppo sedentari (attratti dal relax della consolle) a fare sport e ginnastica, a frequentare campi e palestre, a giocare all’aria aperta, a concepire lo sforzo atletico e agonistico quale fattore di crescita non solo muscolare, ma anche socializzante.

Non è un caso che, storicamente parlando, nel considerare anche, prima dell’ascesa tecnologica tardo-novecentesca, l’educazione pubblica come mass media non sia la scuola italiana, bensì lo scoutismo, gli oratori e in parte le case del popolo – che gli studiosi dovrebbero riconsiderare come uno dei momenti più alti di innovazione pedagogica nella storia del nostro Paese – diano largo spazio alle attività ludiche e motorie in gruppo, sopperendo alle carenze scolastiche pubbliche, In tal senso lo sport insomma va inteso in un duplice contesto: da disciplina comunitaria e aggregativa dove bambini e giovani si esprimono liberamente pur nel rispetto di alcune convenzioni (le cosiddette regole del gioco, senza le quali esisterebbe solo il caos), a strumento tonificante per lo sviluppo armonico del proprio essere fino all’età dell’essere adulto e anziano.

Occorre però che i minori, in ogni tipo di fascia scolare (materne, elementari, medie, superiori) non devono esagerare nell’altra direzione: chi pratica calcio, basket, atletica, tennis, volley, sci, pesistica, hockey, ciclismo, arti marziali e altri ancora può magari trovare in queste discipline, nel presente e nel futuro, la propria vocazione in senso professionistico, ma non deve accontentarsi o crogiolarsi del solo appagamento fisico-ludico-agonistico: lo studio e la cultura (e, a maggior ragione, oggi, il computer) non possono che condurre a risultati sempre più considerevoli, com’è facilmente dimostrabile dall’applicazione dell’informatica al miglioramento tecnico dello sport medesimo (e in genere dei risultati in tutti i giochi di squadra o individuali).

Oltre la ginnastica in strictu senso, c’è un’altra palestra, quella della vita, che non è sempre un gioco: anche i bambini e giovani, da parte di genitori e insegnanti (e persino da parte dei loro coach), devono essere messi di fronte alla realtà dei poveri. Le forme di impegno sociale, in particolare in opere di volontariato, si sviluppano infatti negli ultimi anni soprattutto con il contributo di ragazze e ragazzi che, anche in Italia, a loro volta si stanno battendo per aiutare i deboli e i diseredati, dai poveri ai malati, dai profughi ai rifugiati fino gli stessi minori talvolta vittime purtroppo di svariate violenze. Su Internet, in tal senso, sono parecchi i siti con gruppi di opinione che contribuiscono a divulgare le giuste cause, un minore deve anche guardare con i propri occhi in faccia al mondo reale: non soltanto lanciare messaggi di solidarietà in rete, ma soprattutto partecipare alle attività delle molte associazioni no profit che combattono la miseria, la solitudine, la fame, il razzismo, la guerra, l’ignoranza, il bullismo, la sopraffazione.

Esiste, infine, nel presente e nel futuro, un’ulteriore palestra, di tipo mentale, che necessita di spazi aperti, luoghi pubblici condivisi con tanta gente: è la cultura, intesa anche qui come fenomeno sociale e aggregante; come reti, computer, social media possono mettere in contatto hit et nunc (qui e ora) l’individuo con la cultura di tutto il pianeta, stando fermo, in casa, a tavolino, oppure passeggiando con uno smarthphone, così la persona da 1 a 100 anni deve rendersi conto che quella del computer, dei ‘vecchi’ mass media e dei nuovi social media è una cultura che manca di un interlocutore in carne e ossa e di un pubblico che sta fisicamente al proprio fianco: senza nulla togliere alla cultura mediale – in fondo anche quando si legge un libro, l’essere umano si isola, anzi resta solo a tu per tu con le pagine scritte – bisogna però fare lo sforzo di uscire dal proprio guscio e di incontrare il prossimo.

Ad esempio, per quanto riguarda lo sport non praticato,  infine, leggersi un libro come La Storia del calcio di Paul Dietschy è un’esperienza formativa di indubbio valore in tutti i sensi.

Cfr.: Dietschy Paul La Storia del calcio, Paginauno, Vedano al Lambro (MB) 2016.

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