“DA ROMA A DIGIONE”, A CURA DI LUIGI PREZIOSI

Da Roma a Digione. Garibaldinismi a 150 anni da Bezzecca (1866-2016). A cura di Luigi Preziosi (ed. Nerosubianco)

A centocinquant’anni da Bezzecca, una nuova antologia della letteratura garibaldina, dopo quelle pubblicate nella seconda metà del secolo scorso, tra le quali – certo imprescindibili e ancora attualissime – le raccolte di Giani Stuparich (Gli scrittori garibaldini, Garzanti, 1948), di Gaetano Trombatore (Scrittori garibaldini, Einaudi, 1979) e di Paolo Ruffilli (Antologia di scrittori garibaldini, Mondadori, 1996).

da-roma-a-digioneLa particolarità dell’antologia di Luigi Preziosi è nell’aver puntato maggiormente su una narra­zione collettiva, in seno alla quale i brani selezionati vengono a comporre un unico romanzo, che da uno specifico punto di vista racconta come nasce una nazione. Di più. Leggendolo, si possono percepire l’odore di cuoio degli spallacci e dei fuochi dei bivacchi, ascoltare i canti di marcia, sentire le carezze della brezza della primavera siciliana e lo scricchiolio del ghiaccio sotto gli scarponi delle pattuglie nei boschi dei Vosgi. Insomma, ritornano all’immaginazione di chi legge, presenti come cose vissute, gli ordini urlati con voci arrochite, gli scherzi tra commilitoni, le discussioni su repubblica e unità, la timidezza negli occhi delle monacelle palermitane, gli orrori dell’ospedale da campo, il languore di un addio alla fidanzata, il senso di sospensione del momento che precede l’assalto e soprattutto la fiducia verso il futuro – propria della giovinezza e dei protagonisti dell’epopea e del paese che stava nascendo – che suscita ancora in noi tanta ammirazione (e pure un po’ di invidia), nonostante il nostro (a tratti davvero eccessivo) disincanto.

Un estratto della postfazione:

Epica e retorica nei memorialisti garibaldini 

Luigi Preziosi

  1. Le due retoriche.

“… Oggi le due retoriche, della denigrazione di noi stessi e dell’autoesaltazione, non ci confondono più: siamo veramente maturi per capire i tempi e l’anima dei nostri garibaldini”. Così oltre sessant’anni fa scriveva Giani Stuparich, nell’introdurre la sua antologia dei memorialisti garibaldini. Si tratta di una valutazione fortemente connessa alla contingenza storica. Le speranze dell’immediato dopoguerra, il ricordo dolorosissimo della tragedia appena trascorsa, le memorie personali di volontario nella prima guerra mondiale: tutto ciò connota in maniera indelebile il saggio, ancor oggi fondamentale, dello scrittore triestino. È tuttavia per lo meno singolare che, in un contesto totalmente mutato, l’osservazione conservi oggi pressoché intatta una sua sorprendente attualità, soprattutto nel presupposto che individua l’esistenza di “due retoriche”, l’una autodenigratoria e l’altra fortemente autocelebrativa; e ciò tanto più se si pensi che giudizi così antitetici possono facilmente estendersi all’intero processo di unificazione nazionale rappresentato dal Risorgimento.

Anche oggi si contendono il campo valutazioni spesso nettamente contrapposte, ed in esse è costante la presenza di un elemento di distorsione, rappresentato proprio dalla retorica. Si accoglie qui naturalmente l’accezione meno nobile del termine, utilizzata da Stuparich: retorica intesa come enfasi espressiva, barocchismo, ampollosità, ricercatezza formale spesso volta a celare povertà di contenuti, artificiosità, eccesso stilistico non proporzionato alla materia narrata.

Un sospetto di insincerità alona generalmente gli scritti infetti anche solo da qualche parvenza di retorica, ed inquina nel nostro caso molti dei giudizi relativi al modo stesso di rappresentare gli accadimenti risorgimentali, inficiando con ciò il senso di un compito che è proprio della letteratura in senso ampio (comprendendovi quindi memorialistica, diari, epistolari pubblici e privati ecc…). La negatività che ne deriva deborda spesso anche sugli eventi rappresentati, come se la (presunta) eccessività della forma rappresentativa potesse costituire pretesto per diminuire anche la portata storica degli avvenimenti che la produzione letteraria del tempo, nel senso sopra delimitato, ha inteso raccontare. Ancora Stuparich: “Più tardi, … si cercò di trasformare la realtà eroica, quasi per non smarrirne l’afflato, in un’epopea, di elevare il fatto umano a mito: e di tale delicato e difficile compito si investì la letteratura… il sentimento diventò sentimentalismo, la poesia intima dei fatti garibaldini esteriore oratoria… Nessun poeta ci salvò la vera essenza di quel periodo eroico, né si salvò”. Ben diverso, per inciso, è stato, ed è, il destino della percezione del rapporto tra rappresentazione e significatività degli eventi raccontati in narrazioni di analogo segno relative alla prima guerra mondiale (si pensi solo alle opere di Lussu, Ungaretti, Serra, Soffici …) o all’epopea resistenziale (Fenoglio, Calvino, Meneghello…).

Se quanto annota Stuparich è vero, la sovrabbondanza retorica dovrebbe derivare da una produzione letteraria posteriore alla stagione dei protagonisti. Occorre quindi un ritorno alle fonti, ai testi originali, fondativi dell’oleografia successivamente costruita, per saggiarne il grado di “retorica” nel senso sopra accennato, tramite verifiche su una campionatura di opere di memorialisti garibaldini, a cominciare da quelli dell’impresa dei Mille, episodio storico che per evidenti motivi più di ogni altro dovrebbe fornire elementi più che attendibili sull’argomento.

(…) In linea generale, una complessiva sembianza di ingenuità pare pervadere questi scritti: se è vero che può derivare anche dal limitato valore letterario delle opere, elimina, sotto il profilo che qui ci interessa, sospetti di un uso scaltro di artifizi formali. La retorica, nel senso prima precisato, non può allora essere considerata come strumento principe usato dagli autori garibaldini per la creazione della leggenda di cui essi stessi sono stati testimoni ed in qualche caso protagonisti. È invece una sorta di sovrastruttura appoggiata sopra una materia già di per sé incandescente, che non ne avrebbe necessitato, e della cui edificazione gli autori garibaldini non sono se non minimamente, come s’è visto, responsabili. La superfetazione oleografica sembra invece inquadrarsi a dovere nel clima post risorgimentale, con risultati alti, dalle celebrazioni carducciane giù fino alla dannunziana Orazione per la sagra dei Mille, e un po’ meno alti (quali, ad esempio, le Rapsodie garibaldine di Marradi), e con finalità anche politiche, quali l’enfatizzazione del destino unitario della nazione (con conseguente valorizzazione dello stato centralista), a fronte dell’annacquamento dei significati più fortemente rivoluzionari del garibaldinismo. Fra di essi, in primo luogo, le tendenze mazziniane e repubblicane della maggior parte dei memorialisti, destinate fatalmente a restare sullo sfondo delle operazioni più apertamente celebrative del periodo. Il fascismo, successivamente impossessatosi del mito garibaldino, sottolineandone il versante più marcatamente nazionalista (non del tutto estraneo ad esso, ma da esaminare con forte spirito critico: la campagna dei Vosgi dovrebbe pur dire qualcosa di diverso, in proposito), contribuiva da par suo ad ispessire le incrostazioni retoriche dell’impresa dei Mille. Dal secondo dopoguerra in poi, il mito pare appesantito dagli eccessi retorici del passato, né vi sono forti tentativi per rinfrescarlo, in anni che guardavano con forti diffidenze alle cose militari: ancora una volta si verifica l’errore di fondo, consistente nel non tenere nel debito conto le fonti, che, come non grondano di retorica, così contengono meno episodi bellici di quanto si potrebbe supporre. L’insofferenza di un tempo per la materia si è trasferita in questi ultimi anni in tentativi revisionistici dell’intero processo unitario del nostro Risorgimento, per lo più alimentati da contingenti finalità politiche. È anche contro queste tendenze che appare necessaria non solo la piena conoscenza dei fatti raccontati dagli autori garibaldini, ma anche del m

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