“SPAZIOTEMPI MINORI”, DI MARIO LAGHI PASINI

Recensione di Franca Alaimo

Spaziotempi minori di Mario Laghi Pasini, Interlinea edizioni, 2016

laghi-pasini-spaziotempi-minori-180Dopo avere riflettuto a lungo sul significato di un titolo come Spaziotempi minori di Mario Laghi Pasini, ed esplorato tutta una serie di ipotesi che mi sembravano, però, sempre insoddisfacenti, ho preferito chiedere allo stesso autore il perché della scelta di un titolo alquanto enigmatico e perfino arrischiato per quanto riguarda la grafia di un termine composto come “spaziotempi”.

Nella e-mail di risposta, Mario Laghi Pasini  così scrive: “L’idea del titolo – scelto dopo la scrittura – mi venne rimuginando sul fatto che proponevo impronte di eventi anche lontani e dimenticati della vita che avevo imparato a costruire così, chissà come e perché. E che, solidificati in bollicine appena trattenute da fili sottili, costituivano come dei microcosmi sfuggiti allo spaziotempo reale, dove tutti viviamo, che corre via e ci travolge. Spaziotempi minori, quindi, che, forse, avrebbero potuto accordarsi e risuonare con quelli che ciascuno, magari inconsapevolmente, conserva dentro di sé, risvegliando adesione, emozione…insomma, ciò che cerca di fare la poesia”.

Si tratta di una risposta che supera di gran lunga la spiegazione del titolo e traccia, piuttosto, le linee di una poetica e di una poesia dipanatasi fedelmente lungo l’intero arco di un’esistenza non particolarmente eclatante  (in cui “nulla/ d’importante/ è accaduto”) e, però, tutta intessuta di piccoli eventi, sogni, pensieri, aspettative, così che gli echi memoriali, risuonando appena nel tempo presente, hanno bisogno di uno slancio immaginativo in più per affiorare alla superficie e di particolari strategie compositive per essere delineati ed incastrarsi all’interno di un tessuto verbale fragile e spesso quasi evanescente.

Eppure sono proprio la vaghezza, il trascolorare dei bagliori memoriali, improvvisi e fugaci, una quasi mai dismessa volontà di grazia, e una intelaiatura verbale leggera (o “i piccoli suoni senza eco”, come li definisce il poeta), a costituire la particolare attrattiva dei versi di Laghi Pasini.

Quando una più precisa immagine emerga da questo astratto paesaggio dell’anima, il lettore si trova di fronte a qualcosa di simile ad una visione  slegata da ogni determinazione spazio-temporale: “i draghi favolosi ai piedi del nido”; “il bianco pesce di seta/sussurrante”; una “voce di ragazzina” che risale “dal cristallo profondo”; o una bambina “con i calzini bianchi” che gioca “a settimana/ in un cortile/ risonante di saltelli/ e di risa leggere”. Una sorta di mondo mitologico personale, in cui non mancano due “figure” di stampo romanzesco: un eroe, il Cavaliere con il suo cavallo nero, e l’anti-eroe, un signor Opale, personificazione del male assoluto.

Essi, in verità, non si affrontano direttamente, ma rappresentano due stagioni diverse dell’esistenza: la giovinezza, ricca di sogni ed ideali, di speranze e desiderio d’avventure, e la maturità attraversata dalla percezione di una minaccia metafisica. Il loro conflitto avviene, casomai, nel teatro dell’anima, che appresta come fondale alle sue vicende interiori il paesaggio senese: le colline, le torri, i fiumi, i colori delicati e fiabeschi come in certi affreschi di Simone Martini.

In ogni caso, non sono i ricordi a costituire il fil rouge di questa poesia, ma l’osservazione da parte del poeta del processo mnestico, “dove i particolari/ e il significato/mutano/ come le quinte/ di un teatro/ le parole di un oracolo”, perché la memoria è “infedele”, e vi si mescolano “detriti così minuti” e “qualche rottame più grosso” e  ombre che finiscono con il confondersi con quelle della sera,  con “voci di servizio/ sul fondo”,  con l’allegro scrosciare di suoni di “una donna che ride”. E tuttavia questi frammenti della memoria sono estremamente preziosi, in quanto mettono in moto la poesia: “la macchina/ indescrivibile/ che traduce/ in parole inaudite/ i freschi pensieri/ e a sua volta li genera”,  e grazie alla quale la  “povertà” di una vita “si muta in nobile destino”. Né mi sembra che l’autore avrebbe potuto  consegnare ai suoi lettori una definizione più bella e più esatta di cosa rappresenti per lui la scrittura poetica,  anche a costo di rubare una sinestesia a D’Annunzio.

Veniamo così al  nucleo vivo di questa silloge, anticipato nel proemio dallo stesso autore, quando dice che: “Scrivere poesie è certo/ un atto volontario/ scriverne per anni/ lentamente e riporle/ forse non del tutto”, alludendo, dunque, ad una vocazione fedelmente seguita e non ad un’improvvisazione, ad una necessità interiore e non ad una volontà di esibizione. Come scrive il prefatore Alessandro Fo, notissimo poeta (senese d’adozione) “l’assetto limpido e fermo nei versi di Spaziotempi minori” è “il risultato di una lunga politura”.  A quest’ultima bisogna aggiungere la costante lettura dei classici (che lasciano numerosi echi e prestiti in questi testi) e, soprattutto, la passione per la parola poetica, ormai coltivata “da pochi monaci inconsapevoli/ rinchiusi/ in condomini inaccessibili/ a conservare i saperi/ e la poesia”.

Inoltre, la poesia di Laghi Pasini, nell’impegno di rendere poetica la quotidianità del proprio vissuto, finisce con l’essere anche lo specchio di una biografia del tutto particolare, che non consiste nella rievocazione più o meno ordinata di fatti concreti (sebbene dei cenni qua e là sparsi ci restituiscano anche le passioni e le tappe cruciali di una vita), ma piuttosto nella registrazione degli atteggiamenti e dei mutamenti psichici legati alle diverse età,  attraverso i quali si manifesta il desiderio di scoprire il volto dell’uomo cosiddetto comune, che, di fatto, sperimenta sempre, qualsiasi sia il suo destino,  il dissidio fra il sogno e la realtà, la ferita della delusione, l’impatto con il pensiero della morte e gli interrogativi sulla dimensione dell’oltre.

L’autore si riconosce, dunque, uguale a tutti gli altri, “Uguale a voi/ solo come tutti/ morto in pratica/ vivo senza ragione”, il che equivale ad una professione e insieme ad una richiesta di “misericordia” per sé  e per i suoi simili.

Probabilmente il testo più significativo di questa mappatura emozionale-filosofica tracciata dall’autore, è da considerarsi  “Sere”, tra i più ampi, fra l’altro,  che si possano leggere in questa raccolta.  Esso, infatti, costituisce una sorta di testimonianza sintetica del movimento della vita “dal passato che precipita” al futuro che “si affretta verso un orizzonte sempre più vicino”; da “i sogni e i sorrisi” e l’euforia (“la rassicurante certezza”) d’essere vivi, propri della giovinezza, alla consapevolezza di non avere mantenute le promesse d’allora (“con il sacco delle mie promesse non mantenute”).  Inoltre,  “Sere”  appare come uno spazio d’incontro con tutti i propri cari già morti, quelli che da vecchi furono lasciati “più marginali e soli” e poi furono salutati “col pianto”, ma senza disperazione.

Ora che il poeta è giunto anch’egli alla vecchiezza, la condizione della solitudine si rivela il segreto dolente del viaggio, lo sconforto  di quell’esilio che è per tutti l’essere nel mondo, e che ci si ingegna ad arredare di  insignificanti incombenze ( “qualche cena fuori/ la partita di basket/ la spesa alla Coop/ e altre avventure così”) e  di “canzoni disperate/ adagi stupefatti/ e marce funebri su You Tube”. Nell’ultima strofa di questa poesia trova spazio anche l’aspetto meno pacificato di una spiritualità complessa e permanentemente in questione, ché passano  “A volte al confine dell’occhio / anche angeli irremovibili/ che mi additano da lontano/ e mi porgono la punizione/ giusta sopraffina e crudele”.

Dal punto di vista tecnico, il linguaggio poetico di Laghi Pasini è caratterizzato da un’ammirevole pulizia formale: le parole appaiono scelte con cura nella consapevolezza che esse costituiscono il veicolo per raccontare il cuore delle cose, sono prive di fronzoli e però talvolta conducono sulla soglia dell’incanto  grazie ad un’aggettivazione insolita, ad un accostamento imprevedibile, ad un venire meno di legami logici, a certe rarefazioni del processo mnestico. Certi versi fanno spazio a belle campiture visive e paesaggistiche, altri riecheggiano i versi dei classici della letteratura, altri ancora  inseguono suggestioni sonore, come: “Risuonare di risa/ remote rubate/ al ricordo”; o “la veste bianca – / la vista offuscata -/ la vasta attesa -/ una piccola vita”. Scrive l’autore: “Nella vertigine aspetto/ il loro sonante venire/ così tendo gli orecchi/ come insidie di caccia”.

Infatti La poesia è un orecchio (come recita il titolo di un bel libro di Donatella Bisutti, che legge i più grandi poeti italiani, da Leopardi ai contemporanei ) e per questa sua qualità sonora porta consolazione, anche se intrisa di malinconie segrete, come quella di Laghi Pasini.

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