Il morto colore del mare – Ubbie umanitarie (I)

di
Roberto Plevano

Gnadenbild_Mariahilf,_Innsbruck

Lucas Cranach il vecchio (1472 – 1553). Madonna dell’Aiuto (1520-1535). Olio su tavola, 78,5 × 47,1 cm.
Innsbruck, Dom zu Sankt Jakob

Domenica sarebbe giorno di riposo e cose sacre, da passare in famiglia, con persone care, se se ne hanno, con persone giuste, se si può. Come da tradizione, ma chi ci riesce più? La secolarizzazione non è un fenomeno spiegabile attraverso grandi narrazioni, un soggetto call for papers di accademici, disincantati consessi: ha a che fare con il vissuto quotidiano, muta l’organizzazione delle ore e dei giorni di tutti, lo sfondo mentale.

L’avevano capito i giacobini, che rivoluzionarono il calendario e tutta la giostra delle feste comandate. Ma insieme al sacro, tramonta l’orizzonte ultimo delle vite umane. Un giorno trapassa nell’altro e non c’è differenza. Gli uomini hanno bisogno del tempo dell’attesa, ed è bene che vivano in vista di un compimento che li porti fuori dall’ordinario – legioni di materialisti neoevoluzionisti, manipoli di postmoderni decostruzionisti contesterebbero questa tesi, sappiatelo: ma il nostro è un giudizio ponderato, siamo consapevoli di alcuni prolungati, indesiderati effetti di questa umana disposizione rispetto al tempo della vita.

Quello che ai giacobini riuscì assai parzialmente, e solo per breve tempo, è oggi conquista duratura e totale del capitalismo globale, che al termine del secondo millennio si è impadronito del tempo, divora e brucia, brucia e divora, ha preso il controllo dei corpi e colonizzato le teste della maggior parte degli esseri umani. I corpi si sono addomesticati e indociliti, le menti conformate al meccanismo e ai calcoli del potere economico e politico (mero ordine alfabetico). Ci si preoccupa ormai soltanto dal succedersi delle scadenze di pagamento.

Una società definita dagli imperativi del potere, e conformata agli interessi economici, alle esigenze pressoché assolute della produzione e scambio di merci, materiali e immateriali – e per arrivarci ci sono voluti un paio di secoli, e le azioni di milioni di persone, un movimento collettivo impossibile da rilevare durante il suo farsi e nelle sue direzioni, perché gli osservatori ci sono stati in mezzo… e a starci in mezzo si finisce che non si sa più da che parte voltarsi e dove guardare –, deve eclissare il tempo. Il tempo, il tempo vero, non il perenne prolungarsi del presente, contemporaneità senza storia, suscita domande sui fatti del passato, incertezza sulle cose future, e chiede l’attesa, che sia presentimento, ansia, timore davanti all’ignoto. Questi sentimenti si apprendono da piccoli.

Ci riunivamo nel santuario ogni domenica, alla messa del mattino, e poi veniva il pranzo insieme, tutta la famiglia. I bambini non discutevano, seguivano composti: la loro presenza era obbligatoria, e sapevano che anche i momenti di noia entrano a far parte delle giornate di feste, è una cosa normale. Dove potevano andare, se no? Almeno di domenica, noi si sta tutti insieme, come si deve, e così si fa. Anche i bambini sono compresi tra i tutti noi, nessuno glielo ha spiegato ma lo capiscono bene. La regolare occorrenza settimanale della messa e del pranzo ne rafforzava l’importanza: ogni altra cosa veniva dopo e poteva aspettare.

Il santuario è un grande edificio barocco a croce greca, costruito ampliando una preesistente chiesetta gotica: di essa rimane la facciata e la navata meridionale, che ora è lato del fabbricato successivo. Ci mettevamo sempre a destra dell’altare, riparati da volte e colonne che conservano le misure originarie, uomini in piedi, le donne sedute. Poco o nulla si riusciva a vedere della funzione. Arrivava però intenso l’odore dell’incenso, non sgradevole, a onde, corrispondenti alle fasi del rito.

Per qualche antica e ormai oscura ragione, non cambiavamo mai il posto. A mettersi di fronte all’altare e al presbiterio, ci si sente piccoli e inermi per l’elevazione e i trucchi di prospettiva dello spazio interno, espanso nella grande cupola centrale. L’occhio allora cerca riparo nella nicchia al di sopra dell’altare, ai piedi della protettrice della città. Noi, Vicentini per caso, non ci confondevamo con i più. Sotto le arcate e i colonnati della chiesetta medievale, che scavano uno spazio raccolto, in ombra, sotto i lumini appesi, i baluginii d’argento, arriva poco della luce del giorno. La preferenza per il gotico era inconsapevole, quasi inconscia; il barocco è una degenerazione del classicismo rinascimentale, propaga un’idea di religiosità ostentata che davvero non era nelle corde della mia famiglia. Si protegge anche così la nuda camera dell’interiorità, con la speranza che, più tardi, dia qualche buon frutto: la famiglia dovrebbe servire anche a questo.

La parete e le volte di questo lato sono interamente ricoperte da cornicette quadrate, una a contatto con l’altra: tanti cuoricini d’argento, tante grazie ricevute su uno sfondo di velluto oro antico e rosso quasi porpora. Evidenze della benevolenza mariana che non lasciano indifferenti: i bambini ci ritrovano il loro stesso gusto di cose piccole, decorative, preziosità un po’ magiche da collezionare.

B. Montagna, . E: B.Montagna / Pieta w.Saints /Paint./1500 Montagna, Bartolomeo c.1450 - 1523. 'Pieta with Saints Peter, John the Evangelist and Mary Magdalene', 1500. Oil on canvas, 232 x 248cm. Vicenza, Santario della Madonna di Monte Berico. F: B.Montagna / Pieta / Saints Montagna, Bartolomeo vers 1450 - 1523. 'Pieta avec saint Pierre, saint Jean l' vangeliste et Marie Madeleine', 1500. Huile sur toile, H. 2,32 , L. 2,48. Vicence, Sanctuire della Madonna di Monte Berico.

Bartolomeo Montagna (1450 – 1523). Pietà con S. Giovanni Evangelista, Maria Maddalena e Giuseppe di Arimatea (1500). Olio su tela, 232 x 248 cm.
Vicenza, Santuario della Madonna di Monte Berico


Domenica dopo domenica, per anni, senza eccezioni, stavo di fronte alla Pietà di Bartolomeo Montagna. Domenica dopo domenica, osservavo quello che senza possibilità di dubbio (se non a tutti gli effetti, ma i credenti obietterebbero) è un esangue cadavere: la crosta di coagulo rappreso su mano e piedi, il volto del trapassato, la bocca semichiusa impietrita dal rigor mortis. Il corpo a grandezza naturale, soprattutto, esce dalla tela con lo stacco drammatico del livido, dell’assenza di colori e mancanza di vita, sullo sfondo blu notte del manto della madre. Un cadavere gettato sugli occhi degli osservanti con tutta la muta oscenità del corpo nudo, spogliato di tutto, infine della vita: il morire è l’evento che nessun uomo può concepire riguardo a se stesso. Questo è il corpo di un uomo morto senza pace, con i segni della sofferenza, dei tormenti inflitti: non c’è il dio incarnato, non c’è teologia; c’è una scandalosa presenza e un mondo umano di costernazione e sgomento davanti all’ineluttabile. La madre atterrita, su cui cade il dolore più grande e intollerabile, la perdita del figlio. Il corso naturale del tempo viene sconvolto. Un volto di madre più antico del mondo: è un volto di parca a cui il filo si è stretto intorno alla gola e toglie il respiro. Un volto di madre che vede ucciso l’intero genere umano. E a lato, Giuseppe di Arimatea osserva gli osservanti con muto e definitivo rimprovero: è colpa di ognuno, è colpa vostra: voi continuate a vivere, come potete, come possiamo? Nel corpo di quest’uomo siamo morti tutti noi. Giunge le mani in un gesto di afflizione e sconforto.

Guardavo la Pietà di Bartolomeo Montagna. E un bambino non è sempre capace di fare connessioni – semmai fa associazioni – e quindi quel bambino non metteva in relazione il rito domenicale con quel dipinto. Se lo avesse fatto, avrebbe forse riflettuto sulla stranezza di un culto, che è un fondamento storico della cosiddetta civiltà occidentale, basato essenzialmente su un cadavere.

Un bambino considera e riflette a modo suo. Si mette semplicemente a guardare – è una cosa normale, naturale, così come tutto quello che accende la curiosità di un bambino, e un bambino è curioso di tutto – e non stacca gli occhi dal corpo deposto sul grembo della madre, già rigido alle estremità. Ci ritorna, minuto dopo minuto, per tutta la durata della celebrazione. Lo attira forse la nudità, oppure l’apparente stranezza della scena, come un frammento di una storia grande, che non è quella che gli hanno insegnato. Il bambino non conosce quella storia che supera il suo immaginare, ma ne intuisce il peso, un peso che in qualche modo sconosciuto grava su di lui. Avere di fronte agli occhi la Pietà di Bartolomeo Montagna, domenica dopo domenica, non può lasciare impassibili, fa qualcosa: magari cambia il bambino, impercettibilmente, ogni volta. Scolpisce la sua sensibilità, sguardo dopo sguardo. Il bambino si arresta al corpo riverso, non giunge con gli occhi sul volto della madre. I segni del dolore di un altro si vedono, e si sente il dolore, soltanto dopo aver vissuto abbastanza, e aver vissuto bene, che non significa necessariamente in modo piacevole; così il volto della madre, che è il vero centro elementale e terribile del dipinto – impietrato, livido, eterno come il cielo inquieto, coscienza di morte, che è coscienza di anima e carne, è avvolto da un velo che continua idealmente il sudario del figlio, come se fosse il medesimo tessuto – rimane lontano dal bambino, non lo tocca. La madre, assisa su una roccia squadrata, avvolta dal manto blu notte, ferma come la terra. Gli altri personaggi sono ai margini, assistono, sono lì a contornare la scena.

Il bambino, forse per la prima volta nella vita, avverte che tra il corpo deposto e senza vita che sta mirando, da cui è inspiegabilmente affascinato, e lui stesso – un lui stesso su cui non si è mai posto domande e che gli è in buona parte ignoto (tanto ignoto da non poter conoscere nemmeno l’estensione dell’ignoranza) –, esiste una relazione, più profonda ed essenziale del semplice fatto della comune umanità. Sì, quel corpo martoriato gli dice qualcosa di lui stesso, qualcosa di assai importante e che non si può esprimere con parole. Ma è qualcosa piantato in lui, e mette sotterranee radici, e, forse, molti anni più tardi, sarebbe spuntato sopra la linea dell’attenzione, non tanto come un’idea o una credenza, quanto come una sensibilità e una linea di condotta, un certo modo di sentire e condurre se stessi nel grande mondo, che resiste sempre di più alla comprensione del bambino, che non è più bambino, ma ora ha la sua famiglia, una compagna e dei figli, ha tanti impegni, è un adulto (qualsiasi cosa significhi questa parola, quasi del tutto oscura: forse, azzardiamo, il tempo e lo stato in cui si capisce che la pietà di se stessi è la stessa cosa che la pietà verso gli altri, e/o viceversa. Lo sguardo allora muove dal corpo deposto al volto della madre, e scopre che è il riflesso antico del volto del figlio. La vita desolata contempla se stessa nel corpo dell’ucciso. Ma questo, molto più tardi).

Il bambino continua a guardare il dipinto. Non può uscire, gironzolare nella chiesa – non ci ha nemmeno pensato –, e non c’è molto altro di interessante lì intorno. La scena dipinta accende un’attenzione quasi naturalistica – se si potesse usare questo termine per la curiosità infantile, che non ha nulla dell’inquietudine che cresce più tardi, quando si è grandi e conoscere diventa una necessità da cui dipendono troppe altre cose. Invece un bambino guarda le cose come gli vengono, senza discriminazioni. La postura del corpo morto, l’espressione del viso, dicono al bambino qualcosa di familiare: forse è la traccia di un bisogno di protezione che si fa gesto, come se quell’uomo cercasse il grembo e l’abbraccio della madre oltre la stessa vita. Il bambino conosce bene quel bisogno, quell’impulso a gettarsi nelle braccia di chi ci ha scaldato, nutrito, preso cura di noi. È qualcosa che fa parte del suo essere stesso, e dunque non si pone alcuna domanda: abbandonarsi sulle ginocchia, alle braccia della madre è quello che ci si aspetta da ogni bambino, se ha freddo, nei momenti di stanchezza, paura, tristezza, dolore. Quell’uomo si abbandona al grembo materno come un bambino, come non sarebbe conveniente a un uomo grande. L’attenzione al quadro, il sentimento di familiarità che si insinua tra le pause del guardare induce una specie di incantamento, una sospensione della sua coscienza di bambino condotto ogni domenica mattina – che è il giorno in cui si dorme e si sta nel tepore del letto un poco di più – alla santa messa. E, chissà, quell’immagine dipinta così bene cinquecento anni prima ha continuato a lavorare occultamente dentro di lui, lo ha accompagnato silenziosamente attraverso gli anni, ha determinato quanta parte di bambino si conserva e vive in lui, non più bambino.

(continua qui)



(Vari capitoli senza ordine qui:
MITOLOGIA: Giorgio Agamben
SCHOLIA: IO
SCHOLIA: Il terreno morale
SCHOLIA: Il commento
MITOLOGIA: Il portacenere
SCHOLIA: Daniele Del Giudice
SCHOLIA: Il buco nell’acqua.
MITOLOGIA: Un tipo da montagna
SCHOLIA: Attendere
MITOLOGIA: Il merlo ammazzato


e anche qui, insieme a titoli dei venturi:

MITOLOGIA: L’intesa è un fatto palpabile

LEGGENDA: La lunga e infelice gestazione
SCHOLIA: Sbarcare il lunario

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