Che esista l’acqua



E’ uscito
Passione Poesia. Letture di poesia contemporanea 1990-2015, Ed. CFR, Milano, 2016, a cura di S. Aglieco, L. Cannillo e N. Iacovella. Il libro sarà presentato giovedì 26 gennaio 2017 alle ore 19.30 presso la Casa della Poesia, via Formentini 10, Milano, e lunedì 27 febbraio 2017 alle ore 17.30 presso la Biblioteca Centrale di Milano, Palazzo Sormani. Sala del Grechetto, via Francesco Sforza 7, Milano. Per gentile concessione dell’editore, propongo la mia lettura di una poesia di Chandra Livia Candiani compresa nel volume.

Che esista l’acqua / che esistano le cose
Una poesia di Chandra Livia Candiani
di Giorgio Morale

Che esista l’acqua
che esistano le cose
il sasso la faina
la carezza
il vento
che esista il vuoto
smisurato
l’amore dello spazio
lo sbriciolio
della parola amore,
il suo crepitare
non dà tregua se
amore è direzione.
Le parole seminano
scavano nel cielo:
non vivono le cose
solo dentro di noi,
devono
venire al mondo,
riflesse
pronunciate.
Amare
essere amati
pelle con pelle
respiro
passo
dentro buccia
di mondo.

Che esista l’acqua. La poesia di Chandra Livia Candiani, tratta dalla raccolta La bambina pugile (Einaudi 2014), inizia con un incipit perentorio e che presuppone comunque un prima, il mondo da cui nasce, che la fa essere e che essa canta. Segue un elenco. La poesia – e la letteratura – comincia così, con un inventario, il gesto primo della parola, la parola che nomina e tiene insieme il mondo. Ogni poesia infatti parla per se stessa e per il mondo, esibisce se stessa e il mondo, è una poesia ed è la poesia. Parla qui e ora e affonda nella sua origine che sempre porta con sé. E come ogni inventario, la poesia è una improvvisazione: le cose del mondo vengono accolte così come arrivano, singolari, necessarie e casuali insieme, giungono inaspettate per noi e per il poeta stesso, e sembrano stupire non solo noi ma il poeta per primo.

L’acqua, le cose, il sasso, la faina, la carezza e il vento diventano qui sineddoche, la parte per dire il tutto: gli elementi naturali, i manufatti, gli esseri viventi, le relazioni umane. Dicono il tutto per la pregnanza che assume il particolare e per la profondità con cui la parola risuona, in virtù e dell’energia del pensiero e del suo puro suono. Chandra Livia Candiani sa esaltare il puro suono della parola, infonderle energia e risonanza interiore. È questo la poesia, parola che risuona e va direttamente all’anima. Con quali mezzi è ottenuto questo? Perché avviene questo? Forse perché la parola è evidenziata dall’abisso del verso, dal suo spezzarsi e precipitare verso l’a capo, o forse perché risalta grazie a quel “bianco tra le parole, / il loro margine ardente”, come dice la stessa Candiani in un’altra poesia della stessa raccolta La bambina pugile. Forse perché le parole sono scandite con grande pulizia, una per una, tanto che è quasi assente, quasi fosse volutamente evitata, la sinalefe, quella figura metrica che sfuma in un continuum il suono di una parola in quello della successiva dando un andamento melodico al verso. O forse per l’effetto incantatorio della ripetizione “Che esista l’acqua / che esistano le cose… / che esista il vuoto”. Il risultato è che l’acqua, le cose, il sasso, la faina, la carezza e il vento sono nominate e già esistono, basta che il poeta le dica e ne avvertiamo la gravità e la brezza, e le vediamo come se la parola le disegnasse o le scolpisse, una per una, nel loro essere.

Che esista”. È la benedizione che si fa canto, una sorta di preghiera laica, che non a caso usa l’elenco e l’anafora, risorse del linguaggio ricorrenti nella poesia di Chandra Livia Candiani e tra le più antiche e tipiche della poesia religiosa, il Cantico di Francesco d’Assisi e le poesie di Rumi in primis. È un bene che le cose esistano ed è un bene “che esista il vuoto” – lo spazio, l’aperto, il senza limite – in cui sono contenute tutte le cose particolari. Ma, come dice Rilke nella ottava elegia, “i nostri occhi sono / come rivolti indietro” e non vedono nell’aperto. Quello che chiamiamo mondo è solo ciò che è delimitato dalla gabbia che noi stessi ci siamo costruiti, anzi che noi stessi siamo. E a questo punto la prehiera non è solo benedizione del mondo, e canto, ma si fa esortazione a un capovolgimento che ponga fine alla nostra prigione al centro dell’universo.

È bene che il vuoto sbricioli quello che noi intendiamo abitualmente con la “parola amore”, poiché è un amore che si pone una “direzione”, una meta, è frutto di una intenzionalità che si sovrappone alle cose e le manipola come fossero merci. È un amore che al cospetto dell’aperto perde senso e svanisce come fuoco che crepita e si fa cenere. Le cose, queste cose di cui si benedice l’esistenza, invece non esistono solo dentro di noi, per assecondare il nostro volere. Occorre che l’uomo le lasci essere mettendosi egli stesso in un nuovo rapporto con l’aperto. Allora nominare le cose, mettere al mondo le parole e seminarle nel mondo, diventa un gesto che crea essere, fa nascere le parole e al contempo emergere le cose dette da esse. Allora è possibile che nasca in noi un amore che riconosca l’altro, ognuno con il suo passo e il suo respiro, all’interno del grande mondo. Noi stessi diventati frutto nella “buccia / di mondo”.

Colpisce in questa poesia la naturalezza del dettato poetico. Una nuova naturalezza. La naturalezza, come la complessità, assume un diverso significato a seconda del contesto in cui nasce. Così come la riscrittura parola per parola del Don Chisciotte di Cervantes da parte di Paul Menard, nel racconto di Borges, acquista un significato diverso nel XX secolo rispetto a quello che poteva avere nel XVII secolo, così la naturalezza di una poesia del 2014 non è la naturalezza ricercata dai poeti dall’Arcadia o dai Crepuscolari. E’ la naturalezza che viene dopo il Novecento delle avanguardie e delle sperimentazioni. È una naturalezza che nasce dal fatto che il poeta si è spogliato di scorie ideologiche, cosicché il suo dire no alle macerie e alla crisi novecentesche ha assunto la forma non di un appiattimento sull’esistente né di una reazione speculare ad esse, ma di un andare alle cose stesse, con uno sguardo creaturale che è un fatto estetico ed etico insieme, una conquista poetica e un atteggiamento interiore.

C’è ancora una cosa che colpisce in questa come nelle altre poesie di Chandra Livia Candiani. Si tratta di quello che i greci chiamavano entusiasmo e Coleridge chiama passione. Passione non come esaltazione e follia, come è intesa in una certa immagine vulgata dell’artista, ma come qualità propria del poeta, che non ha la funzione “di creare, bensì di portare a maggior grado di espressività ciò che già esiste” (Coleridge, Biographia Literaria). Passione che è un chiaro segno di una necessità interiore – e quando la poesia nasce da necessità interiore, come dice Kandinsky, è in grado di raggiungere l’interiorità del lettore e fa sì che l’opera crei una comunità, che è quanto è successo con La bambina pugile.

10 pensieri su “Che esista l’acqua

  1. Senza nulla togliere all’alto spessore della poetica di Livia Candiani di cui già tanto e a ragione è stato scritto, francamente mi aspettavo qualche riflessione sull’antologia, opera pregevole e di ampio respiro a cui i curatori Aglieco, Cannillo e Iacovella hanno lavorato alacremente e con passione.

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  2. Feci quam potui, Rosa.

    Ma se puoi scrivere tu qualcosa sull’antologia, si può proporre su questa stessa sede.

    Per intanto: che esista l’acqua, che esista la poesia.

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  3. Colgo Giorgio nelle tue parole sottile ironia e provocazione cui mi sottraggo volentieri ancor più per la grande stima che nutro nei tuoi confronti.

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  4. Cara Rosa, nessuna ironia e nessuna provocazione: io sono davvero nella impossibilità di scrivere sulla antologia, per il semplice motivo che non l’ho ancora letta.

    Per la stima dei curatori, il lavoro di qualcuno dei quali seguo da anni, e l’apprezzamento del progetto editoriale, a cui anche io ho aderito, posso, come ho fatto, darne l’annuncio e offrirne un assaggio ai lettori, proponendo un mio testo su una poesia che amo, ma di più al momento non riesco a fare.

    Per cui il mio invito è sincero: sarò lieto di proporre su lapoesiaelospirito un tuo testo sull’antologia, nel caso tu possa scriverlo, anzi lo accoglierò con piacere e con interesse personale.

    Un caro saluto, per intanto, e auguri di buone feste.

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  5. Scusami allora Giorgio per il mio ‘bonario’ mal pensare. Proverò a scriverne allora nella speranza che tu possa apprezzare. Augurissimi anche a te!..

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