L’uomo che senza saperlo ci ha regalato le bollette

di Marino Magliani

Libri: Fibonacci, l'uomo che ci regalo' i numeri
All’uscita di Una questione privata di Fenoglio, nel 1963 mi pare, Calvino disse: ecco il libro sulla Resistenza che avremmo voluto scrivere tutti. Con L’uomo che ci regalò i numeri, di Paolo Ciampi (Mursia 2016), non si potrà certo dire: ecco finalmente, dopo otto secoli, i numeri…

E neanche ecco, finalmente, Fibonacci, ma ecco, finalmente, un altro ottimo libro di Ciampi certamente sì. Un doppio incipit: una discesa attraverso la mineralità dei vicoli esotici, gli odori, le spezie, la luce al tramonto. E un salto, quel salto, di secoli, con una bambina di nome Stellina, figlia della voce narrante, tutta presa dai compiti di aritmetica. Del resto, questo, come tutti i libri di Ciampi, è un libro di geografie e tempi, e il lettore salta da Pisa o ci arriva attraverso un suo fantastico viaggio. Il lettore passa dalla Toscana e approda in Cabilia, conosce la città delle candele, e nel mentre l’autore lo conduce per mano nel mondo di queste figure magiche che sono i numeri, e se, di tutto questo sapevamo già qualcosa non fa nulla, Ciampi riesce a farcelo gustare come se fosse la prima volta, per poi, non di rado, raccontarci cose di cui davvero non sapevamo nulla. Cose che nemmeno potevamo immaginare. Maghi, imperatori, isole e foreste e città. E c’è sempre Fibonacci che diventa nostro fratello e c’è sempre Stella e vorremmo che diventasse bravissima in aritmetica. E alla fine ci troviamo a trattare i numeri come se fossero amici fragili, e vorremmo proteggerli, sentirli come fossero storie, coltivarli, farli nostri, perché lo sono, nostri e di Fibonacci che li ha traghettati fin qui per noi. Se un bambino che studia aritmetica si accorgesse di qualcosa di tutto questo sarebbe già il miracolo della letteratura. La fragilità dei numeri. Gabriel Miró la chiamava così. Sosteneva che ben pochi numeri sanno reggersi in piedi da soli e che Fibonacci aveva costruito per loro dei piedi grandi ma il tempo li ha consumati. Le brezze e le onde salate, e secondo Miró pochi numeri, così come sono, avrebbero la possibilità di resistere. Il numero 1 ad esempio sì, si regge in piedi più o meno da solo ma dipende da come lo si scrive, il piede dev’essere largo: un trattino che fa da buona base. 2 pure, ce la fa, guardate che base, dice Miró. 3 no. L’arco inferiore oscilla al primo filo d’aria e si sbilancia. Anche 4 è senza futuro, e poi ha troppe personalità, con questa tastiera non riesco ma Miró mostrava almeno tre possibilità di 4, anche un 4 somigliante a una sedia, e quasi tutti senza base. Chissà se il nostro Fibonaci aveva un 4 privileggiato. Poi… orrore. Il 5 come il tre, crolla inesorabilmente. Il 6 pure? No, il cerchietto inferiore del 6 pesa ben più della virgolina superiore e bilancia, del resto secondo Miró il 6 è il segno della sufficenza. Il 7 sì, resiste a patto che la gamba sia appoggiata a una traversina obliqua piantata per terra. 8 sì, purché non faccia vento, (qualche previdente lo riproduce col cerchietto superiore più piccolo), mentre il 9 è inesorabilmente destinato a crollare come la Liguria in mare.

Ciampi intitola un capitolo del romanzo La bellezza e il mare e ci racconta ancora con Proclo che dove c’è numero c’è bellezza. Mi accorgo che è l’ultimo capitolo, quello in cui l’autore si diverte a lasciare nel presente oggetti narrativi, segni, tracce, sottigliezze, se non dell’arte geometrica di Euclide, di una geometria magica e privata, come per un futuro archeologo dei suoi giorni (immagine che piazzo sempre qua e là e che mi arriva dalla poesia di Giuseppe Conte), sicuramente Stella, la bambina che sta studiando i numeri.

Io invece torno a pensare al titolo che avrei suggerito a Ciampi, perché alla fine Leonardo Fibonacci ci ha fregati tutti e coi numeri ci ha tolto la speranza di un mondo senza bollette.

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