RIPARTIAMO DA 1

29-12-16

 

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.” (Art. 1 Costituzione)

 

E’ scritto nella Dichiarazione d’indipendenza americana del 4 luglio1776 che «a tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità». Un diritto che parrebbe sacrosanto in ogni tempo e luogo, ovviamente, se non fosse, come osservava Umberto Eco in una delle sue “bustine” (l’Espresso del 26.3.2014), che “l’idea di felicità ci fa pensare sempre alla nostra felicità personale, raramente a quella del genere umano, e anzi siamo indotti sovente a preoccuparci pochissimo della felicità degli altri per perseguire la nostra. […] “Questa idea di felicità pervade il mondo della pubblicità e dei consumi, dove ogni proposta appare come un appello a una vita felice, la crema per rassodare il viso, il detersivo che finalmente toglie tutte le macchie, il divano a metà prezzo, l’amaro da bere dopo la tempesta, la carne in scatola intorno a cui si riunisce la famigliola felice, l’auto bella ed economica e un assorbente che vi permetterà di entrare in ascensore senza preoccuparvi del naso degli altri.”

Alla Dichiarazione d’indipendenza americana preferisco perciò la nostra Costituzione, che all’art. 2 recita: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.” Una formulazione di rara saggezza ed equilibrio, riconoscendo la persona e i suoi diritti e, non di meno, i suoi doveri di solidarietà. Prevedendo, con lungimirante apertura, che i diritti del singolo vengono riconosciuti anche nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità. Perché è nella vita di relazione nei più svariati contesti che si manifesta la loro umiliazione e prevaricazione: pensiamo all’ambiente di lavoro, a quello scolastico, a quello politico, ma anche a quello familiare, dove la cronaca ci racconta sempre più di frequente i terribili abusi.

Ma vorrei soffermarmi sull’art. 1 della Costituzione, un articolo non direttamente toccato dalla riforma costituzionale bocciata nel referendum del 4 dicembre, dove le parole “Repubblica democratica”, “fondata sul lavoro”, “la sovranità appartiene al popolo” hanno forse subito nel tempo i peggiori oltraggi, rivelando il contrasto stridente con la pratica politica degli ultimi decenni. Contrasti che hanno finito per caricare la scelta referendaria anche di una valenza antisistema.

Dalla piena e corretta applicazione dell’articolo 1 della Costituzione si dovrebbe dunque ripartire. Perché è evidente che in barba alla volontà dei Costituenti i cittadini sono stati privati del diritto di partecipare alle scelte che li riguardano, di decidere del loro destino di persone e di comunità. E la nostra sovranità ha così finito per spegnersi, una volta posta la croce su un simbolo che è atto di delega irrevocabile senza possibilità di contestazione, di confronto, di rendiconto. I  cittadini “sovrani”, a quel punto, possono soltanto attendere la fine del mandato dei loro rappresentanti – cinque lunghi anni in cui essi possono fare tutto e il contrario di tutto – per poterli sostituire con altri all’interno delle istituzioni.

Tutto questo non è più accettabile. Ai cittadini dovrà essere consentito al più presto, dopo una nuova legge elettorale realmente democratica (sistema proporzionale con scelta delle preferenze e doppio turno), di partecipare all’elaborazione dei programmi politici, decidere i candidati, partecipare alla discussione sui temi importanti e alla scelta delle soluzioni, di cui i rappresentanti prescelti dovranno finalmente tenere conto, costruendo così ciò che è sempre mancato: il democratico legame con l’elettorato.

Ripartire da questo articolo vorrebbe anche dire fare un altro passo importante: restituire priorità al lavoro e dignità alla persona, quale condizione fondante e caratterizzante la nostra comunità; un lavoro la cui creazione non può essere demandata soltanto all’iniziativa delle imprese, sostenute nei decenni on fiumi di denaro, come se fossero gli unici soggetti sociali legittimati e capaci di produrlo, il lavoro. Il lavoro, quando non viene offerto da imprese e da privati, va creato, inventato, o favorito in via diretta allo Stato e dagli altri Enti, con risorse pubbliche. Perché il lavoro, oltre che essere un diritto, caratterizza la civiltà e la cultura di una comunità e, pertanto,  non può che essere tutelato come la più preziosa delle risorse, il più cogente degli obblighi.

Un lavoro da intendersi ormai ben oltre lo stereotipo della produttività e della domanda di mercato. Un lavoro che deve sempre assicurare dignità e giusta retribuzione al lavoratore (“proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.” Art. 36 Cost.).

Questo chiedono fortemente le persone, questo va finalmente dato nel rispetto del patto sociale che la Costituzione rappresenta. E sia il 2017 l’anno della rinascita della democrazia, della partecipazione dei cittadini, del lavoro per tutti!

(Giovanni Nuscis)

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