Sempre più vicino, di Raul Montanari

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di Guido Michelone

Arrivato al quattordicesimo romanzo – senza contare racconti, saggi, poesie, drammi sparsi in numerosi altri libri – lo scrittore bergamasco, ma milanese d’adozione, si conferma il talentuoso affabulatore di sempre, in grado di attrarre il lettore dalla prima all’ultima pagina, grazie a meccanismi narratologici via via collaudati quasi alla perfezione. Continua a leggere

Marino Magliani, “Il creolo e la Costa”

marino-magliani-il-creolo-e-la-costaMarino Magliani, Il creolo e la Costa, Fusta editore, 2016, pp.155, € 16

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di Stefano Costa

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C’è qualcosa che nasce dalla penna di Marino Magliani e che riesce sempre, romanzo dopo romanzo, a narrare di uno specifico tassello di mondo: e per uno scrittore qual è Magliani, mi dico, quel mondo è sempre lo stesso, eppure in espansione.

Quest’illusione – quella di abitare un mondo unico e plurale assieme – è generata dalla specificità semantica: luce, solitudine, qualcosa che ha a che fare con il silenzio. Qui, ne Il creolo e la Costa, la semantica del silenzio è stata declinata all’esperienza dell’attraversamento. La figura principe – quella di Manuel Balgrano: il generale che ha dato i natali all’Argentina – è personalità storica e personaggio romanzesco insieme. Dal Nuovo continente al Vecchio, da Buenos Aires a Londra, da Londra a Costa d’Oneglia: l’attraversamento fisico è solo una rotta, niente più.

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GIANNI TETTI, “GRANDE NUDO” (NEO EDIZIONI)

Intervista di Giovanni Agnoloni

copertina-grande-nudo-gianni-tetti-neo-edizioni-hi-resEcco la mia Intervista a Gianni Tetti, autore del romanzo Grande nudo (Neo Edizioni), terzo romanzo della cosiddetta “trilogia del vento”, che segue a I cani là fuoriMette pioggia.

– L’ultimo atto di una trilogia intitolata al vento, in una terra, la Sardegna, ridisegnata in un orizzonte distopico, sfregiata e inquinata. Quale la radice di questa intuizione?

Il vento come mezzo attraverso cui far viaggiare le storie. Il vento porta gli odori, porta il caldo o il freddo. Il vento porta via le cose, o le fa tornare quando meno te l’aspetti. Dalle mie parti si dice che quando soffia lo scirocco sia il diavolo che corre per le vie (lo scirocco era un protagonista di Mette pioggia, il mio romanzo precedente). Qualcun altro dice che nei posti dove c’è troppo vento la gente sia un po’ matta. Testa di vento è colui che dimentica le cose. Vicino alle fabbriche, il vento è sollievo o morte. Porta via i fumi inquinanti, o te li sbatte in faccia per tutto il giorno. Trovo che il vento sia un elemento imprescindibile per capire la mia isola, e in generale il carattere di chi ci vive. E trovo che sia una metafora perfetta del tempo che scorre e sgretola tutto, e dell’esistenza, contraddittoria, casuale, piacevole e sgradevole al tempo stesso. La distopia è apparente, solo uno specchio un po’ deformante. Ma riflessi in quello specchio ci siamo proprio noi, e non fatichiamo a riconoscerci. Parlo della realtà che viviamo oggi. Gli attentati, i terroristi, la fede, la paura, l’egoismo, i terremoti. Tutto sta accadendo ora. Più che intuizione, la chiamerei constatazione. Continua a leggere

SONIA CAPOROSSI, “EROTOMACULAE”

Recensione di Giovanni Agnoloni

da Lankenauta

Sonia Caporossi, Erotomaculae, Algra Editore 2016

erotomaculaeIl suono è al centro della poesia di Sonia Caporossi. Erotomaculae esemplifica alla perfezione il succo del percorso letterario e musicale di questa autrice (e musicista), che in questa raccolta di versi esplora i territori dell’eros adottando forme e seguendo percorsi che richiamano le avanguardie novecentesche, e in particolare il futurismo, con l’uso delle “parole in libertà” (il che, ovviamente, non significa “a caso”) e soluzioni grafiche non solo accattivanti, ma funzionali a sottolineare la ritmica interna al testo. Penso ad esempio alle anafore evidenziate dalle iniziali delle parole in neretto: Continua a leggere

Il destino, di Riccardo Ferrazzi

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L’umanità ha sempre creduto al destino. Le religioni, che pure lo interpretano in modi diversi, si guardano bene dal negarlo. L’illuminismo lo ha ridicolizzato e la scienza lo considera una superstizione. Per la mentalità corrente chi crede al destino è un fatalista, un rinunciatario pusillanime che non prende iniziative, non ha l’ansia di migliorarsi e, così facendo, non è utile a se stesso e agli altri. Eppure tutti i giorni capita qualche fatto del quale non riusciamo a dire altro che: “Era destino!”. Continua a leggere

Luigi Maria Corsanico legge Benjamin Fondane

da qui

Benjamin Fondane

 

È a voi che parlo

(B. Fondane, Le mal des fantômes, cit., Préface en prose, pp. 151-153)

voce recitante: Luigi Maria Corsanico

 

Horowitz plays Wagner-Liszt Isolde’s Liebestod.

Menashe Kadishman, Fallen Leaves, in mostra al museo del giudaismo di Berlino.

Gustav Klimt – La morte e la vita (1908, Vienna, collezione privata) Continua a leggere

Fausto Carratù, L’immaterialismo scientifico della fisica del Novecento

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Fausto Carratù, col suo libro Non ci posso credere… L’immaterialismo scientifico della fisica del Novecento, dimostra di essere uno dei pochi interpreti al mondo capaci di rendere comprensibili le scoperte della fisica quantistica ai profani. Qui sotto riportiamo il testo inserito nei risvolti di copertina. Coltiveremo questa preziosa collaborazione.

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Col Novecento scendono dal trono millenario il fondamentale principio di non contraddizione e la relazione causa-effetto ereditati dalla grande Grecia, escono di scena certezza ed inoppugnabilità che hanno sempre contraddistinto la scienza, escono di scena tempo e spazio assoluti, con la disgregante relativizzazione di entrambi, esce di scena quella materia che ha sostanziato di sé la più dilagante ideologia del secolo, esce di scena l’universo come entità unica ed immutabile, esce di scena il predominio della geometria euclidea e dello spazio piano tradizionalmente concepito, esce di scena l’etere che riempiva l’universo, escono di scena la fede estrema nello sperimentalismo e la plurisecolare diffidenza verso la capacità deduttiva della mente, esce di scena ogni presunzione di obiettività ed ogni autonomia tra osservatore ed osservato, tra uomo e natura, tra scienziato e fenomeno, esce infine di scena quel vuoto che con la impossibilità ontologica del nulla aveva vissuto la geniale anticipazione parmenidea. Continua a leggere

SUL TAMBURO n.31: Alberto Figini – Paolo Dapporto, “Lupo Alpha”

alberto-figini-paolo-dapporto-lupo-alphaAlberto Figini – Paolo Dapporto, Lupo Alpha, Carmignano (Firenze), Attucci Editrice, 2016

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di Giuseppe Panella

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Il lupo alpha è considerato di solito il capobranco, l’animale-guida cui si ispirano le azioni degli altri lupi e a cui essi fanno riferimento per le scelte fondamentali riguardo la loro vita. Secondo le teorie etologiche più recenti, non è una figura di capo autentico e non ha mansioni dittatoriali-direttoriali ma è un esempio di vita e di azione per altri animali più deboli e più gregari nel loro orientamento di vita. Danilo Gini viene indicato dal Pubblico Ministero nel processo che lo vide protagonista e che ne sancì la condanna a due ergastoli per omicidio e traffico di droga proprio come un lupo alpha, un capobranco astuto, spietato, capace di indurre al delitto coloro che lo circondano e che dipendono moralmente dalle sue decisioni.

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Luigi Maria Corsanico legge Mahmoud Darwish

da qui

 

Mahmoud Darwish

Ti ho sconfitto, morte

Murale (Epoché, 2005)

(trad. italiana Fawzi Al Delmi)

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Karlheinz Stockhausen- Choral (1950)

Immagini da: “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman

 

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82. L’occhio di Dio

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Eravamo, dunque, sempre alla ricerca della chiave, del punto di passaggio per accedere a uno strato più profondo di noi stessi, ben sapendo che si tratta di un cammino infinito, specchio fedele di una ricchezza inesauribile, la perla preziosa, il tesoro nel campo di cui si racconta nel Vangelo. Prendevamo coscienza del ruolo giocato, in questo senso, da una domanda rivolta al Signore, sotto molti aspetti decisiva: chi sono io per Te? Una richiesta volta a superare l’ottica perennemente insufficiente del nostro sguardo su noi stessi, viziato da complessi, sensi di colpa, distorsioni di ogni tipo. Solo il Volto Santo rifletteva la nostra identità reale, l’immagine di Dio, l’umanità coi suoi pregi e difetti, ugualmente preziosi in una sana relazione con gli altri e con se stessi. Ecco spiegata la chiave utilizzata dalla spiritualità cristiana più attendibile: essere al cospetto di Dio, non perdere mai il contatto con la Fonte di verità e di vita, pronta e riflettere il suo amore nell’intimo della persona. Era la vera indipendenza, la liberazione da ogni condizionamento fuorviante, la guarigione dallo sguardo cattivo che corrompe il sentimento di sé e di ciò che ci circonda. Mi veniva in mente l’immagine di una nebulosa singolare, detta “l’occhio di Dio”. Sì, c’era uno Sguardo, una prospettiva misteriosa, in cui ogni essere vivente avrebbe trovato la chiave della sua più profonda verità.

Claudio Damiani, Cieli celesti

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di Rosa Salvia

 

Con cieli celesti ancora una volta Claudio Damiani ci regala un mosaico di poesie narrative e ragionative al tempo stesso, allucinate e ispirate, di grande intensità, complessità e sapienza.

Il titolo è quello della raccolta più importante dell’amico poeta Beppe Salvia cui Damiani rende omaggio con una bellissima epigrafe.

Con la sua vigile attenzione al fermentare delle cose, ai loro orli, a quella luce particolare, finitima, da giorno morente già dentro la notte, che ne rivela la realtà profonda, emozionale, Damiani si apre a una disponibilità nuova all’oltranza e alla visione, che prolifera però, nella sua fedeltà a se stesso, dalle cose stesse. E’ una disponibilità anche al buio, al vuoto della Storia. Continua a leggere

L’intesa è un fatto palpabile

di Roberto Plevano
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(pezzo ospitato qualche tempo fa, con piccole varianti, nel blog di Veronica Tomassini, che ringrazio)

§ L’intesa è un fatto palpabile

Del soggiorno sul lago Luca P. conservava pochi ricordi.

E pure erano stati i primi giorni che lui e Anna G. avevano passato insieme. Era stata la prima volta che Luca P. aveva visto quei luoghi. Il primo incontro con le amiche di Anna G. (dimmi con chi vai…). La prima volta di altre cose.

I ricordi sono questi.

Camminano lungo una strada in terra battuta sul versante di una collina, sotto alti castagni, querce, robinie (purtroppo), qualche pino marittimo; il bosco conserva profumi e umidità, deve essere esposto alla tramontana, oppure il giorno è nuvoloso. A tratti appare tra gli alberi la distesa turchina del lago. La strada serpeggia e sale a una chiesetta nel bosco, pietra e intonaco giallo. Si cammina col passo rilassato di chi sta prendendo una pausa da una qualsiasi attività ritenuta più importante, senza prestare attenzione a dove mettere i piedi. Luca P. è tanto assorbito da se stesso, da quello che sente di dover dire e quello che è meglio non dire, addirittura dalla sua andatura, dalla posa, dall’intonazione della voce, dalla qualità della confidenza e amichevolezza, o piuttosto riserbo, da mostrare con le amiche di Anna P., delle quali non gli frega assolutamente niente, ma con le quali sta tacitamente negoziando un’approvazione – e che effettivamente non avrebbe mai più rivisto –, da non rendersi pienamente conto che Anna G. gode di un sostanziale vantaggio ambientale: lei è a casa sua – e non è l’unica sua casa –, e gli altri sono stati, come dire, graziosamente ammessi. È una cosa che conta. Luca P. non si accorge nemmeno che forse, forse, Anna G. potrebbe fargli intendere che lui, in quella casa, sarebbe più benvenuto di quello che le circostanze implicherebbero. Quest’ultimo punto è però rimasto, negli anni a seguire, oggetto di congettura, oltreche di eccesso di condizionali.
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Rime baciate

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La forza della vita, la pressione
del sangue che ti spinge, che consente
di aspettare, di credere che venga
qualcuno, e che séguiti a scavare,
nonostante l’assurdo, il gelo addosso,
il dubbio che sia folle continuare.
Tu resisti, resisti, non lasciare
che vinca la paura, ascolta il sangue,
la forza della vita che trascura
i dettagli, che spera, si, all’ingrosso,
eppure immaginando esattamente
la mano che ora appare, quella faccia
di vigile del fuoco sorridente,
la carezza del mondo, lì, a pregare.

Who Understands Me But Me di Jimmy Santiago Baca (USA, 1952)

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They turn the water off, so I live without water,
they build walls higher, so I live without treetops,
they paint the windows black, so I live without sunshine,
they lock my cage, so I live without going anywhere,
they take each last tear I have, I live without tears,
they take my heart and rip it open, I live without heart,
they take my life and crush it, so I live without a future,
they say I am beastly and fiendish, so I have no friends,
they stop up each hope, so I have no passage out of hell,
they give me pain, so I live with pain,
they give me hate, so I live with my hate,
they have changed me, and I am not the same man,
they give me no shower, so I live with my smell,
they separate me from my brothers, so I live without brothers,
who understands me when I say this is beautiful?
who understands me when I say I have found other freedoms?

I cannot fly or make something appear in my hand,
I cannot make the heavens open or the earth tremble,
I can live with myself, and I am amazed at myself, my love,
my beauty,
I am taken by my failures, astounded by my fears,
I am stubborn and childish,
in the midst of this wreckage of life they incurred,
I practice being myself,
and I have found parts of myself never dreamed of by me,
they were goaded out from under rocks in my heart
when the walls were built higher,
when the water was turned off and the windows painted black.
I followed these signs
like an old tracker and followed the tracks deep into myself,
followed the blood-spotted path,
deeper into dangerous regions, and found so many parts of myself,
who taught me water is not everything,
and gave me new eyes to see through walls,
and when they spoke, sunlight came out of their mouths,
and I was laughing at me with them,
we laughed like children and made pacts to always be loyal,
who understands me when I say this is beautiful?
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L’ospitalità: l’ultima voce contro il male

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di Nicola Vacca

Edmond Jabès, poeta e filosofo,  nella sua opera ha accompagnato la scrittura poetica, sempre di straordinaria  intensità, con una meditazione intorno ai grandi temi come il tragico, il dialogo, lo straniero, il concetto di ospitalità. L’autore egiziano  non ha mai smesso di  interrogarsi  sulle questioni cruciali della nostra epoca.

Nei suoi libri si trovano tutte le ragioni dell’impegno di un poeta che ha amato la lotta.

Ma sono le ragioni malvagie dell’essere umano e la sua inclinazione alla distruzione del male  i punti sui quali si sofferma il poeta non smettendo mai di pensare da filosofo. Continua a leggere

81. Tic toc

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La chiave non poteva essere che la profondità. Solo in questa prospettiva si poteva leggere il presente, appeso al filo tenue dell’approvazione altrui, della sicurezza indotta dal seguire il branco. In questo senso, non valevano più le categorie di un tempo: destra/sinistra, innovazione/tradizione; la linea di demarcazione era tra chi si accontentava di piacere al mondo e chi accettava l’impegno di ascoltare lo spirito, mai immediato, sempre esigente nel chiedere ricerca, sensibilità, ponderazione. Il discorso riguardava anche la Chiesa, che doveva scegliere tra il plauso in prima pagina dei giornali finanziati dalle lobbies, o la fatica di udire la Voce, di accedere all’Oltre, dove dimorano l’umiltà, la verità, la pace. Ricordavamo una frase letta chissà dove: “Il modo in cui gli altri ti trattano fa parte del loro cammino, il modo in cui reagisci fa parte del tuo”. Una maniera per dire che amore e libertà si declinano nella zona dove puoi essere te stesso, dove non tutti sono pronti ad applaudirti, dove corri il rischio di essere incompreso, accusato, disprezzato, ma assapori il bene inestimabile di corrispondere al progetto del Signore. Avevo scritto una sorta di filastrocca per bambini, ma che serviva soprattutto agli adulti. Era uno stile di preghiera, ma anche di atteggiamento esistenziale, per accorgersi della linfa preziosa che fluisce in noi e che possiamo trasmettere all’esterno. L’avevo inclusa nel disegno di un cuore, che portavo sempre dietro: “Tic toc, tic toc, lo senti come batte/ il cuore? C’è la vita di Dio, senti?/ Quando preghi non fare dei discorsi,/ non recitare formule svuotate/ di senso. Invece senti: tic toc, tic toc,/ c’è la vita che scorre da lontano,/ o meglio, da vicino. È un regalo/ che riempie il tuo silenzio, la tua fame/ d’amore. Fa’ che parli la Scrittura,/ la Parola donata con la vita,/ e solo allora dialoga con Cristo,/ col suo Cuore: tic tic, tic toc, Signore”.

DUE RIFLESSIONI

lalupa

(ripropongo in un unico testo, con alcune variazioni, due mie rifessioni apparse nel 2014 e nel 2015 sul mio blog, Da presso e nei dintorni, e sul sito Carteggi letterari)

I.

“Poiché i versi non sono – come crede la gente – sentimenti; essi sono esperienze”.
A suo tempo, arrivai a Rilke ed al suo “Malte” per il luminoso tramite delle traduzioni e degli scritti critici di Giame Pintor, e poi di Furio Jesi, meteore intellettuali e morali, la cui scomparsa da giovani lascia forse immaginare e rimpiangere un diverso presente. Continua a leggere

Biografie a confronto: Barack Obama e Fidel Castro

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di Guido Michelone

Nel giro di poche settimane escono dalla scena politica due figure-chiave della Storia contemporanea e della realtà internazionale, Barack Obama e Fidel Castro, ai quali l’editore Rizzoli dedica subito due biografie molto interessanti, sebbene tra loro assai diverse per metodo, svolgimento, contenuto. Continua a leggere