Alessandro Zaccuri, “Lo spregio”

alessandro-zaccuri-lo-spregioAlessandro Zaccuri, Lo spregio, Marsilio, 2016, pp.120, 16 €

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di Marino Magliani

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Leggendo Lo spregio, (Marsilio, 2016), di Alessandro Zaccuri, anche se il libro è ambientato nel comasco e io mi trovavo nell’estrema Liguria occidentale, ho ritrovato quel senso di frontiera invernale e piovosa che conosco molto bene. È tuttavia l’ultimo dei temi, e non avrei mai immaginato che decidendo di scriverne avrei iniziato proprio da “quel senso”. Sia chiaro, è qualcosa che vivo io, e che a molti lettori magari non è importato o non l’hanno saputo riconoscere, e comunque non lo sceglierebbero come attacco di un pensiero, visto che qui le cose ottime non mancano. Forse ne parlo perché quel senso che fa della frontiera un dentro o fuori, in realtà, se vogliamo ben vedere, nel libro appare molto sullo sfondo. Come rimane ai margini l’altro senso di frontiera, quello di una zona pulsante che prende un bel po’ di là, in questo caso di Svizzera, e un bel po’ di qua, la vallata italiana di traffico intenso. Ma è davvero così, lo è come se a Zaccuri non fosse importato ricreare con dovizia di dettagli (quando lo fa lo fa bene) certe atmosfere? Io un’idea ce l’ho.

Zaccuri usa un linguaggio sobrio, dicono i lettori del suo libro, a tratti spoglio, e per essere fedele a quel linguaggio probabilmente ha lavorato anche sul paesaggio. Dev’essere così. Zaccuri lo scuoia, il paesaggio, come se fosse anch’esso parola necessaria e basta. Eppure – quanto mi contraddico -, devo stare attento a non metterla troppo in questi termini, perché alla fine non è mica vero un bel niente, la frontiera resta, si respira, e restano le descrizioni, quelle che devono restare, ora precise, ora gelide, restano come restano le cose degli umani e gli oggetti e la luce. Alla fine devo decidermi: non sarà che Zaccuri, a proposito di frontiera, ce l’abbia costruita nei particolari e poi tolta, in parte? Come se ce l’avesse smontata, a pezzi, ma solo dopo averci detto ecco era questa… Come se avesse sottratto, asciugato, lasciando certe cose sotto, la pennellata trasparente di un Breugel su un particolare perfetto dello stesso Breugel, per restare a un fiammingo che credo ami. Ecco cosa volevo dire, la frontiera era un pretesto, volevo dire che qui non c’è nessun passeur biamontiano romantico o perdente, ma il puro spallone cinico, coi suoi prodotti veri, la frontiera invisibilmente reale, senza poesia. Il lirismo è talmente arido che proprio non c’è, essicato nel e dal testo. Già. Era un pretesto, dunque, potevo dirlo, e lo ripeto prima di passare ad altro, per provare ad aggiungere qualcosa su una lingua così perfetta, incisa su una panchina, fatta e studiata per raccontare una storia altrettanto ossuta, regolata dalla frenesia, e da quella stessa frenesia misurata. In un’intervista Zaccuri sostiene di aver prima incontrato i personaggi, il Moro, il padre trattore-criminale, ad esempio, e poi il luogo, poi successivamente la storia, che però si legava al personaggio, bisogna dirlo. Il senso del misurato qui è stato proprio nell’aver ricostruito per questo personaggio (ma anche per Angelo, anche per i figli di don Ciccio – tranne Salvo che pensa a vivere e basta-, gente che fatica, con lavori normali, se non addirittura umili) un modo di vivere così reale, per nulla “narrativo-sensazionale”. Il Moro possiede questa trattoria, ereditata dai vecchi, e la fa lavorare bene, e la fa rendere, e parallelamente compie i suoi lavori di contrabbando e crimini. Il lettore sprovveduto, io almeno, la prima cosa che fa è pensare: questo è davvero scemo, incassa ottime cifre dal crimine e si mette a servire in tavola, mentre potrebbe farne a meno. Giustina, la moglie, no, lei va bene, lei è geneticamente preparata a fare la cuoca e a sgobbare e basta, a soffrire per il figlio e basta, ma lui… E il figlio, questo figlio non naturale? Questo Angelo che guadagna con le prostitute e potrebbe fare anche lui la bella vita, che gli piace tra l’altro fare la bella vita, che fa, sgobba anche lui in trattoria… E non c’entra qui l’emulazione (la storia gioca su questo fatto: scoprendo che il padre infrange la legge, il figlio farà di tutto per passar anch’egli il solco e superare “criminalmente” il padre), ma lo fa perché – forse perché così è quel mondo? – padre e figlio, pur nel condurre una vita estrema sono personaggi veri, che riflettono, sanno perfettamente che un’esistenza passata a servire in tavola e stare dietro il banco ti offre una buona copertura. È in queste cose che sembrano normalissime che Zaccuri sa gestire perfettamente la pagina. Certo, non si può mica finire così, con un complimento, senza neanche dire che il libro è pieno, come fanno notare in molti, di rimandi religiosi, e che in fin dei conti lo si può leggere anche semplicemente come si legge un ottimo romanzo di crimine, e anche un romanzo sull’amicizia, anzi sulla fratellanza, anche se qui di fratelli e tanto meno di Abele non ce ne sono. Sono sempre più certo che non si può chiuderla così, o forse sì, e una volta tanto provo a imitare Zaccuri: la misura di ciò che volevo dire è questa. Punto. Il resto è avvicinarsi alla Veduta alpina di Bruegel.

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