Francesco Scopelliti – Il LaGo BaCcAn

Il LaGo BaCcAn
di
Francesco Scopelliti

A tutti i migranti che ho incontrato e a quelli che non ho mai visto perché non sono mai riusciti ad arrivare al mio scoglio.

Non vi credo se dite il contrario: l’acqua di un fiume, di un torrente, di un lago o di un mare, fa paura quando diventa scura. Nel suo punto più profondo e buio, dove non si può leggere il fondale, il limite, ecco, fa paura. Non fate gli ipocriti, non mi dite che non è così; cazzo se fa paura!
Quella del Lago Baccan è un storia di avventura, di capitani più o meno coraggiosi, di coraggiosi più o meno capitani. Dove tutta una comunità vede ed osserva da anni e da anni finge di non vedere ed osservare.

Da bambini si hanno più speranze, questa è una banalità, ma per questo non bisogna arginare i bambini in uno stato permanente di poca attendibilità. “Si, non ascoltarlo, è un bimbo”, “prendi le sue parole per quello che sono”, palle! Un bimbo è un bimbo, non un idiota, solamente un uomo di piccola taglia, e a volte possiede saggezza a volumi, come una biblioteca di un dipartimento intero della Normale di Pisa. Il bambino ha paura delle acque scure e lo dichiara, fa outing, a differenza di voi che camminate sul bordo in silenzio, con il passo lento ed i sudori freddi.
Lì dove è il torrente, che in realtà è solamente un affluente del torrente grande, cioè che già perfino quello grande è piccolo in realtà, poco sopra l’inizio del paese, sta il lago Baccan.
Largo non molto, poco più di otto metri, forse dieci dai. Alimentato da una cascata di piccole dimensioni, un tuffo d’acqua. Nascosto tra canne e rovi. Profondo? Tante volte noi mocciosi eravamo andati ad osservarlo, quel suo occhio centrale era nero come la notte, un buco nell’acqua. Per noi poteva essere due metri come mille. Forse poteva calarsici un palombaro finendo il cavo, forse sotto si muovevano mostri di rare fattezze, forse fatti di estrema rarità.
Tutto era possibile. Per noi in quell’occhio nero come il petrolio si sviluppava un gorgo che era in grado di risucchiare ogni cosa verso le profondità della terra, per noi in quel buco poteva anche esserci una porta dimensionale che ti de-costruiva e poi ti ricostruiva chissà dove, ti de-costruiva e ti ricostruiva, ti de-costruiva e ti ricostruiva, infinite volte in infiniti mondi.

Mia madre mi raccontava che loro da giovani ci facevano il bagno. Si, come no! Ce la vedo mia madre bassa e tarchiatella che sfida i buchi cosmici. Come no! Noi tutti che avevamo visto almeno dieci estati, ed ergo perfino dieci inverni, non avevamo visto nessuno farci il bagno.
In realtà mia madre aveva ragione, ma questo non potevo saperlo, e che negli ultimi anni avevano costruito molte case dal lago in su, erano gli anni ottanta, e le fogne le allacciavano al primo rivolo d’acqua, così dentro il tunnel temporale, nell’occhio spazio-quantico, sicuramente erano stati de-costruiti e ricostruiti molti stronzetti, per questo motivo nessuno ci si tuffava più.

Alla fine, io e i miei amici, la scarpata l’avevamo scesa troppe volte senza concludere un bel nulla. Avevamo perfino sondato il fondale con una lunga canna, ma niente, non si era arrivati a toccare il fondo.
Sono un sagittario e se ho capito qualcosa del mio oroscopo è che amo l’avventura. Ho paura di tutto, ma la paura più grande è quella di avere paura. Non puoi chiedere ad un sagittario di non infrangere le regole, di non sognare di varcare il limite. E’ ansioso, vero, ma di tutto, perfino di mettersi nei guai.
-Il lago Baccan doveva essere navigato!-

E mi prese come una febbre, una malattia, con il senno di poi ho capito cosa ha spinto Colombo ad andare a mendicare da una regina ingombrante come Isabella di Spagna. E’ come un sogno incontenibile: quello di lasciarsi andare sulle acque alla ricerca di un mondo migliore, di una speranza, della felicità.
Anche perché gli scienziati dicono che l’uomo arriva dall’acqua, che ne è strisciato fuori tanti anni fa; che prima era poco meno che un pesce pallo, un medusone, una frittura mista. Che prima del prima immaginabile c’era solo acqua, che siamo fatti d’acqua, che beviamo almeno un litro e mezzo di acqua. Che la sua formula “due di idrogeno ed una di ossigeno” fa volare anche l’uomo nello spazio; perché se prendi l’acqua e la smonti e in seguito la rincolli esplode come una bomba, la bomba H appunto, che non fa fumo, ma acqua, o forse sbaglio.
Un desiderio liquido, un amore fluido; alla stalla, alla stalla; gli attrezzi, gli attrezzi; l’ingegno, l’ingegno.
Abitavo vicino al mare, cioè dieci chilometri nell’entroterra, ma di famiglia di origine contadina, e di barche non sapevo un’H.
E qui il dubbio: marinaio si nasce o si diventa?
Di necessità virtù volendo tutto si diventa: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si diventa, diceva più o meno così.
Già emozionato al pensiero delle grida più classiche: “terraaaaa!”, “Salpiamoooo!!!” trovai il giorno dopo un bancale di legno vicino al cassone della spazzatura. Ecco lo scafo, lo scheletro del mio vascello, la spina dorsale delle mie ambizioni. L’ossatura del nuovo mondo.
I migranti non migravano ancora così come accade ora, ma a rileggere questa storia adesso ho capito che non c’è solo la fuga obbligata di chi rischia la vita, ma c’è anche la bellezza di chi coltiva la voglia del viaggio; il lasciarsi tutto alle spalle dietro un mare d’acqua, come su quei barconi scalcinati che faticano ad oltre passare il mare, così come il mio bancale.

Nello stretto e scuro carruggio sotto casa dove stava la stalla degli attrezzi si lavorava ogni pomeriggio, senza sosta, senza tregua; la mattina a scuola erano disegni e bozzetti, teorie di galleggiamento.
Febbraio, di quelli con il cielo liscio come la focaccia, quella delle nostre zone, con su appena olio e sale, senza nuvole, senza pioggia, senza neve, solamente qualche raffica di aria fredda. Veniva buio presto, già il carruggio è una cosa buia, che di cielo ne vedi solo una striscia su in alto. Una piccola lampadina che pendeva attaccata ad un ferro, nessun lampadario, solo il filo. Il bancale su di un tavolo, che per farlo ci vuole un albero, frutto, seme, come per il bancale. I sogni vengono tutti dai semi, anche quelli mancati.
Prima lo avevo impermeabilizzato avvolgendolo in più giri di un foglio di plastica spesso, che per fare quello non serve il seme, ma la trivella. Inchiodato il telo avevo timore di esagerare, non sapevo nulla di Archimede, della spinta di un corpo in un liquido che più lo mandi giù più si tira su. Non avevo neppure ragionato che le barche enormi, quelle con il camino sputa fumo grande come un razzo, sono di ferro. La mia esperienza empirica era scientificamente corretta anche se limitata, sapevo che il legno galleggia, il ferro no! Quindi quanti chiodi? Non troppi, la mia ricetta diceva Q.B.
Passava molta gente e buttava l’occhio dentro, ma alla gente importa poco di capire cosa fa un tappo di dieci anni chiuso in una stalla umida a lavorare come un matto. Non gli importa o non vuole saperlo, perché non può e non deve dimostrare curiosità nei confronti dell’ingenuità, dell’irrazionalità. Ce li vedete distinti signori di campagna, con la camicia a quadri e gli scarponi grossi, o donne con la vestaglia lacera da cucina portata come la divisa di un corazziere, che si fermano a disquisire con un bambino su quale sarebbe il modo migliore per navigare il lago Baccan? Non sarei così convinto che il loro disinteresse sia tutto nel bollare l’impresa come inutile, ma molto del distacco sia dovuto alla paura gli possa piacere.

Eccola! Però così era una semplice zattera di plastica, un po’ irritante per essere l’apice di un percorso ingegneristico. Non bastava, serviva di più. Doveva fare più scena.
Però è pure vero che a volte sono le cose semplici quelle che vincono. Comunque l’idea di affrontare lo spazio ed il tempo su di un bancale incelofanato non rendeva proprio l’idea, appunto era un’idea più che un viaggio, e un’idea così spoglia era un po’ come spogliarsi delle idee.
Non era convincente assolutamente. Vicino al motorino arcaico del nonno, che stava lì con le ruote sgonfie e l’aria di una vecchia signora grassa che sbuffa con le braccia penzoloni dal tavolo, c’era una bottiglia di plastica. Il metodo scientifico ormai era l’unico parametro dei miei ragionamenti, e così con la complessità di un calcolo su un Quasar, ma anche grazie alla fulminea intuizione newtoniana, senza pensare alla questione che la plastica era in grado di imprigionare l’aria, nel mio cervello riecheggiava potente ed immensa la scoperta: bottiglia galleggia!
Più bottiglie più galleggio!
Ed era già sera, quasi buio, che i gatti cercavano di entrare nelle case per dormire sotto qualche stufa, che il cielo non era già più rosso, che rapido come solo in inverno stendeva il suo lenzuolo oscuro, che stavo legando una ventina di bottiglie tutto intorno allo scafo.

Il giorno dopo mi limitai ad alzare delle piccole tavole di compensato come bordura, creando così delle ringhiere che le davano stile e classe.

Pronta, finita.

La osservavo con ammirazione, ma il suo posto non era lì. Era nata per allontanarsi dallo scoglio del fiume e per posizionarsi sopra il nulla, sopra il nero che più nero non si poteva. Per sfidare e seppellire le paure mie e dei miei amici e per dimostrare a tutto il mondo e forse anche all’universo che non si può fermare chi vuole viaggiare. In seconda battuta anche: -forze oscure avete nascosto per troppi anni un buco dimensionale in questo piccolo paese, ma noi che siamo svegli vi smaschereremo, vi abbiamo beccato, insomma lo sappiamo su.-
Erano più o meno le sei di sera, corsi a casa e presi il telefono, lo squillo lungo, -tuu-tuu-:
-Pronto.-
-Pront C., sei tu?-
-Si.-
-E’ tutto pronto, domani alle tre salpiamo, dillo agli altri!-

E che alla fine la mia ansia di partire era troppa e l’indomani alle tre c’era solo C. Non aveva organizzato un bel nulla e non si era riuscito a chiamare nessuno, il telefono cellulare non c’era, ci si sentiva con il fisso, mia nonna aveva ancora quello con la rotella. Non c’era manco stato il tempo di andare sotto casa della gente. Comunque nulla, io e lui. Non importa, sarà un assaggio, si pensa sempre così quando il grande pubblico latita.

Il cielo terso a tal punto che sembra di potere vedere le cartacce in terra a chilometri di distanza. Un freddo totale, avvolgente, sodomitico, quello che ferma le cose e pare possa perfino fermare il cuore, almeno ritardarlo appena.
Usciti con la zattera in mano si attraversa tutto il paese, la gente guarda, in silenzio, si volta, come usa fare di fronte a qualcosa che la inquieta. Le grandi imprese molte volte si devono alla cocciutaggine di qualcuno lasciato solo.
Finalmente sul bordo dell’acqua, non appena discesa la scarpata con attenzione: uno di qua ed uno di là, piano, attento, cerchiamo di non romperla, vai così. Lì, al limite del mondo conosciuto con davanti solo l’ignoto, restava semplicemente la possibilità di un sospiro.
L’abbiamo vista tutti e due appoggiata al pelo galleggiare quieta e calma, appena adagiata e trattenuta dalle nostre mani non si scomponeva, statica, sopra e non sotto, fiera e decisa. Funzionava, era il momento! Un piede sopra ed anche l’altro. Anche con il mio peso sempre ferma, sempre forte.

Ero pronto, uno sguardo a C., lui mi spinse.

I primi secondi il cuore sale e scende, sale e scende. Guardavo sotto di me tutto diventare sempre più scuro. La paura la tieni dentro quando non può uscire liberamente e a volte si trasforma in emozione, in gioia, come se riuscissi a digerirla, a farla amica. La paura è amica dei coraggiosi.

Nel mezzo, fermo, immobile, ogni tanto le spinte della corrente, quelle di quel piccolo tuffo che portava acqua al mio desiderio, mi fanno roteare su me stesso, dolcemente. Il nulla non mi prende, non mi de-costruisce, non mi mangia, ne divora. Mi alzo e stendo le mani al cielo. Un urlo liberatorio -Si!-.

E no, non è che poi finisce sempre bene, lo sapete meglio di me. Sotto i miei piedi una piccola macchia, trasparente: acqua. Guardavo la pozzanghera in cui avevo le scarpe e guardavo C., guardavo in basso e poi lui, in basso e lui. C. aveva capito, mi guardava e sogghignava. Imbarcavo liquidi. Non so se aveva mollato il telo di plastica in qualche punto, quale maledetto difetto non avevo calcolato, quale?
Forse marinaio si nasce, non si diventa e non si diventa neppure maestro d’ascia.
Tutto precipita così velocemente. La caduta dei gravi, l’accelerazione di gravità è roba forte, non è che si riesce a pensare a molte cose quando si è spacciati. Ero fregato, la zattera si era già inclinata parecchio e tra poco sarei stato inghiottito dal nulla, sarei diventato una manciata di energie scomposte dispersa nelle galassie.
Con la forza della disperazione presi a remare con le mani. Ci stavo riuscendo, urlai a C. di aiutarmi, lui staccò prontamente una canna, la più robusta, e me la allungò. Le imprese possono andare male, ma quando ci sono gli amici. Urka gli amici. Perdincibacco ed arcipicchia gli amici.
Sto per prenderle la canna, sono quasi salvo.

Non è andata così, la canna C. l’ha usata per respingermi al largo, spingendoti con tutta la forza che aveva. Rideva come un pazzo sto bastardo.

Si, sono affondato. L’acqua era gelata, ma non c’erano vortici o buchi cosmici. Era solo gelata e ho dovuto nuotare vestito con molta difficoltà per tornare alla riva. Io e C. abbiamo litigato, quasi quasi ci mettevamo le mani addosso, ma non c’era tempo sono dovuto andare via perché mi stavo assiderando. Tutta la strada fino a casa di corsa, in quel febbraio impietoso, tremando e balbettando dal freddo.
La stessa gente che non aveva battuto ciglio vedendoci passare all’andata, carichi di una zattera, non si scompose vedendomi al ritorno, fradicio e silenzioso.
Quando bussai alla porta, invece mia madre si scompose, cercò perfino di scomporre anche me, di de-costruirmi e ricostruirmi infinite volte in infiniti modi.

La zattera si inabissò nell’oscurità, nessuno la vide più. Che l’abbia portata via una piena o che sia in qualche dimensione a noi sconosciuta.

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