DUE RIFLESSIONI

lalupa

(ripropongo in un unico testo, con alcune variazioni, due mie rifessioni apparse nel 2014 e nel 2015 sul mio blog, Da presso e nei dintorni, e sul sito Carteggi letterari)

I.

“Poiché i versi non sono – come crede la gente – sentimenti; essi sono esperienze”.
A suo tempo, arrivai a Rilke ed al suo “Malte” per il luminoso tramite delle traduzioni e degli scritti critici di Giame Pintor, e poi di Furio Jesi, meteore intellettuali e morali, la cui scomparsa da giovani lascia forse immaginare e rimpiangere un diverso presente.
Leggevo Rilke sulle panchine nei pressi della Batteria Masotto, sul lungomare di Messina, dinanzi all’antica Torre di San Raineri, un asceta d’origine germanica quivi giunto nei primi secoli dell’era cristiana.
Rilke – e la sua prosa, più degli stessi versi – era l’esperienza del mondo attraverso la poesia: il distanziarsi, il trascendere e l’esser dentro, quest’eterna, ciclica oscillazione tra la consapevolezza pratica e comunicativa e la coltivazione/possessione di una voce altra, di una possibilità di altre virtù del linguaggio, che subissasse la lingua dell’utile e della legge. In fondo, credo che quel poco che si riesce a scrivere nasca dal tentativo di ricostituzione di un’unità dell’origine del mondo, franto nella storia e nella sua vicenda. E’, la poesia, giocata su un margine: bellezza, etica e compresenza di vita e morte, un’esperienza diversa del mondo, di cui si sperimentano i segni ed i fenomeni, per ricostruirne un amoroso e persuaso senso.

II.

La creazione poetica rappresenta sicuramente la parte più viva, vivace, ricca di presenze, fertile di intuizioni, della letteratura contemporanea, e non solo in Italia. Noi in particolare soffriamo, oltre che della perdita di protagonisti come Raboni, Luzi, Sanguineti, Zanzotto, Giudici e, in ogni caso, sia dal punto di vista simbolico che materiale, della cancellazione del poeta come figura pubblica, del suo ruolo “sociale” (cancellazione “consacrata”, ab origine, dall’assassinio di Pasolini), altresì, del sempre maggior peso – proprio nel senso mercantile, come i “pesi” delle vecchie stadere o bilance – del sistema dei media, che ha scelto senza scegliere, in qualche modo ratificando il linguaggio del cantautore come unico linguaggio “poetico” ammissibile, linguaggio piano, comunicativo, che non pone problemi e che, in fondo, rassicura, nelle scelte estetiche, formali e di contenuto (sicuramente, talora, di grande presa “letteraria”).

Gli autori di poesia, che abbiano maturato qualche consapevolezza di alterità critico-estetica, rischiano di vivere una sensazione di costante frustrazione, per il misconoscimento di fatto della loro capacità di “aggiunte” di senso inedito alla realtà.
(Certo, coi nuovi strumenti, forniti dal web, le possibilità di diffusione/comunicazione apparentemente si allargano -tuttavia, con l’inevitabile avvertenza di una scarsa capacità selettiva da parte del lettore e di uno scarso senso dei propri limiti da parte di ciascun autore).

C’è un grumo di parola necessaria da pronunciare, volta ad arricchire di nuovo senso il mondo, a dare la propria irriducibile aggiunta di verità, a ridare ad esso un senso ed un’unità originaria, a prescindere poi dalle possibilità reali di pubblicazione/comunicazione. Dovendosi sempre attenere a quello speciale fenomeno di “decantazione”, che in qualche modo invocava Vittorio Sereni, in una delle sue essenziali prose: “lasciare che la parola scritta parli da sé, posto che ne abbia la forza”.
Aggiungerei anche: una poesia/parola scritta che sia sempre meno distante dall’oralità che ne è la scaturigine comunitaria (significativamente Lello Voce ha parlato di “esilio dalla voce” per molta nostra poesia contemporanea), che non tema la contaminazione tra generi (poesia e musica, poesia e pittura, poesia e teatro), malgrado i rischi di operazioni pasticciate.

La tendenza alla fissazione di un canone è inevitabile, ma irrealistica. Visto il carattere multiforme del panorama poetico nel medesimo periodo storico credo che sconti un normativismo dannoso e poco fedele. Se prendiamo il Novecento, non mi pare che Bartolo Cattafi, Emilio Villa, Adriano Spatola, Cristina Campo, Amelia Rosselli, per citare solo a titolo esemplificativo alcuni autori, possano farsi rientrare in un canone, eppure c’è in essi la capacità di una “diversa” fedeltà alla tradizione che li rende unici, in cui le regole date sono rivoluzionate, in un irrituale ed “eversivo” rispetto (penso anche ai sonetti di Zanzotto o di Raboni).

Il ruolo del poeta e della poesia nel tempo presente è apparente vano: tuttavia credo che il dualismo di Mallarmé (cittadino-artista) debba essere declinato al fine di riconquistare spazi alla capacità di trascendere, di formulare nuove ed inedite aggiunte all’immaginario sociale, avendo la forza, in primis linguistica, di comunicare una realtà apparentemente non-comunicabile. La responsabilità fondamentale è quella di dire ciò, che con onestà intellettuale, si ritiene “necessario”, fondamentale, irrinunciabile. In tale contesto lo stare insieme dei poeti, il farsi, non “gruppo”, bensì comunità aperta d’esperienze (segnate, in certi casi, dall’appartenenza a luoghi metaforici o sperienze storiche, e dalle tracce di una koiné poetica che accomuna) che segnala, oltre ad un antidoto virtuoso contro l‘isolamento e la dispersione, altresì, una scommessa fraterna, un nodo di luce nel passaggio costante dell’apertura alla compresenza, in cui si esalti ciascuna esperienza individuale, in cui si abbracci l’Altro come valore in sé.
Una scommessa che comporta una “trance” creativa, forse anche derivata da una lunga consuetudine con la parola, un’esperienza del mondo attraverso il linguaggio, una sorta di ascesi intramondana, che ha qualcosa in comune con certe dimensioni anacoretiche, ma che sia consapevole dell’origine preterintezionale, quasi biologica, della parola poetica.

Danilo Kis parla del poeta come di uno gnostico-manicheo, che di fronte al caos del mondo nella sua caduta, intende ribadirne/ricostituirne l’unità originaria.
Una poesia che, a partire da dati apparentemente memoriali, archetipici, paesaggistici, storici, etc., in realtà “morda il futuro”, mettendo ordine nella caotica materia del mondo e dell’esistenza, attraverso la capacità di canto che ogni voce possiede. A tal proposito, mi ha sempre affascinato nel parlato siciliano (che in fondo è la lingua-terra che abito…) il termine “scantu”, sinonimo di timore, terrore, ma anche, di “ammutolimento” , privazione del canto, e, per converso, il “canto” quale implicito sinonimo di coraggio dello stare al mondo. Ecco, in quest’epoca “scantata”, ammutolita di fronte al dominio dell’immagine vuota, il coraggio dell’esperienza, dell’esperimento della poesia, è quello di affermare una parola irrinunciabile, di autenticità, di pienezza materiale e morale dell’umano.

Così, nel secolo passato, un maestro dimenticato come Giaime Pintor esemplarmente invocava, nello scrivere di poesia (da studioso/traduttore di Rilke e Trakl), e nell’azione collettiva, l’instaurazione di “un rapporto sincero tra gli uomini”.

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