Claudio Damiani, Cieli celesti

cieli
di Rosa Salvia

 

Con cieli celesti ancora una volta Claudio Damiani ci regala un mosaico di poesie narrative e ragionative al tempo stesso, allucinate e ispirate, di grande intensità, complessità e sapienza.

Il titolo è quello della raccolta più importante dell’amico poeta Beppe Salvia cui Damiani rende omaggio con una bellissima epigrafe.

Con la sua vigile attenzione al fermentare delle cose, ai loro orli, a quella luce particolare, finitima, da giorno morente già dentro la notte, che ne rivela la realtà profonda, emozionale, Damiani si apre a una disponibilità nuova all’oltranza e alla visione, che prolifera però, nella sua fedeltà a se stesso, dalle cose stesse. E’ una disponibilità anche al buio, al vuoto della Storia.

Dunque uguale e nuovo è il modo in cui il poeta va incontro al mondo. E uguale e nuovo è il modo di dirlo, usando con consapevolezza, e assaporandola, la potenza della parola: una parola meditata a lungo e coccolata, a volte trepidante e lieve (L’aria tenera della tua bocca / la respiro a pieni polmoni, / ti respiro dentro nel corpo / fin dentro l’anima, cielo.), a volte angosciosa e scomoda  (Noi pochi stiamo in prima linea / e della battaglia non capiamo niente.), ma sempre affascinante e coraggiosa nel suo proporsi a un nuovo ciclo, a un nuovo modo d’esercizio della lingua poetica, sul fondamento saldissimo di una poesia che risale alla classicità dei latini e di Petrarca (come nelle raccolte precedenti) ma che ha pur sempre riferimenti moderni e contemporanei. Da qui anche la coerenza, la continuità perfetta, la compattezza del libro.

Peraltro come già Vittorio Sereni ad esempio, Claudio Damiani riesce a intridere di <> la linea aurea petrarchesca, senza rinunciare alla poesia, entro uno schema inusuale e imprevedibile, attraverso il quale passa una fitta dialogicità, con dislivelli linguistici, pluralità di voci, e anche denuncia dell’identità minacciata del poeta e dell’uomo contemporaneo.

‘Moderno’ fino in fondo, Damiani non cede al visibile, e apre una sua personale metafisica dell’invisibile, eccede la concretezza per accedere all’oltre, e sciogliere la rete misteriosa che ci imprigiona a ciò che ci sfugge, ma che inevitabilmente ci irretisce. Ramingo non cede allo spaesamento, ma si attarda nel labirinto delle immagini poetiche. Nella quotidianità, l’insignificanza si tramuta, il pensiero ricerca una diversa cifra delle cose e la poesia si scopre ad essere scienza perché nell’infinità dell’universo in cui c’è un segreto disegno divino, l’uomo è un nucleo di energia, “un quanto di tempo” come il poeta stesso scrive.

Suggestivi anche i riferimenti ai grandi pensatori presocratici (Ma se tutte le vite che sono state e che sono / e anche quelle che saranno / fossero come una palla / tutte attaccate e insieme fossero una vita sola / come la palla di Parmenide / e non ci fosse distinzione fra una parte e un’altra / né spazi vuoti né movimento / ma tutto fosse una sola cosa nell’essere / e ognuno di noi le vivesse tutte / le vivesse tutte le vite e, stanco, / fosse pronto per morire?)  

Per ritrovare un’idea dell’uomo, ossia una vera fonte di energia, nonché la stessa unità dell’essere e del sapere, bisogna ritrovare il gusto della contemplazione. E’ l’unica via, pare sussurrarci Claudio Damiani del quale seguiamo i lenti veloci percorsi pagina dopo pagina, condividendo con lui questo amore estatico di poeta che sa guardare tutto con meraviglia e sorpresa, attraverso l’alleanza primigenia di ritmo e soffio vitale.

Le sue poesie sono la soglia che divide senza separare, l’ombra e il chiaro, il moto e la quiete. Non c’è un segno che riesca a divenire davvero predominante. Il pendolo non deve percorrere molta distanza, non più dilatata nel simbolo, tra le due sensazioni di angoscia e di domanda, in mezzo alle quali sta la pace.

Claudio Damiani ricerca senza posa una stabilità, un equilibrio, una forza di gravità che tenga fermi, che dia peso e contorno all’esistenza, liquido ed elastico maestro qual è.

Conoscere il limite ed esplorarlo con semplicità e chiarezza sino agli estremi della sua possibilità di tenuta, rappresenta forse la chiave del desiderare più intenso. Damiani questo l’ha fatto sempre, dando dignità profondissima ai propri luoghi, ai propri cari, a persone e figure, rendendoli esperienza nella quale i lettori possano trovare una dimensione comune, o, se non quella, uno spazio altro da poter condividere, fissandoli dentro marche ritmiche che ne rappresentino nello stesso momento il tempo e, per fascinosa contraddizione, il loro essere fuori dal tempo del quale  fra l’altro il poeta scrive: [è bello… lasciarlo respirare questo grande animale, / lasciarlo brucare, scorrere a suo piacimento / come un gregge sull’erba verde che sempre ricresce / e tu lo guardi stando seduto / senza pensare a niente.

Talora però la sete di armonia sembra vacillare e si trasforma in una tragica e vana ricerca di un luogo che non può esistere, vera utopia dove domina incontrastato il tema dell’assenza e della morte, come in questa poesia:

                         *

Noi siamo i kamikaze, i viventi,

                         dalla nascita ci schiantiamo ogni giorno

                         sulle navi nemiche.

                         Ci droghiamo per non pensare troppo,

                         di profumi ungiamo i capelli

                         e fiori colorati, balliamo e cantiamo

                         a squarciagola, di fanciulle meravigliose

                         dalla vita breve ci innamoriamo

                         anche loro kamikaze,

                         nel loro nome la nostra vita immoliamo

                         (come loro, nel nome nostro, immolano la loro).

                         Ma a volte ci ritroviamo in solitudine

                         e riflettiamo sulla nostra vita monca,

                         guardiamo gli animali che sembrano non avere

                         coscienza della morte e li invidiamo,

                         e non vorremmo più tornare a ungerci i capelli,

                         non vorremmo più tornare a ballare e a cantare,

                         vorremmo prendere le nostre donne e fuggire

                       in un vascello incantato sull’ampio mare,

                       toccare isole meravigliose dai nomi mai sentiti,

                       assaporare frutti esotici, pescare pesci prelibati,

                       cullarci a lungo su amache all’ombra di palmizi

                       mentre il sole al tramonto infuoca mare e cielo

                       e venire uccisi in pochi minuti dagli indigeni.          

   

Siamo lontanissimi dalla figura del guerriero omerico, coraggioso, impavido, difensore del bene e della patria, la cui morte eroica, pur rappresentando la prematura perdita della giovinezza, comporta la conquista della gloria e della fama presso i posteri, così come siamo lontanissimi dal più umano guerriero di luce di Paulo Cohelo: eroe quotidiano tormentato da errori e da dubbi, il quale continua imperterrito il suo cammino verso una vittoria che può anche avere il medesimo sapore della sconfitta.   

Qui, come in altre composizioni soprattutto dell’ultima parte del libro, il guerriero pare cadere in frantumi; coscienza e ‘sfasamento’ sfuggono, slittano, l’una sull’altra. Lo sdoppiamento diventa la figura prediletta, un proiettarsi di pulsioni in fantasmi. Il ‘mal di vivere’ si fa beffe del panlogismo idealistico, succube dell’impotenza della ragione come dell’‘antica’ sacralità della scienza.   

Ad ogni modo si riescono a interpretare una profonda commozione e un desiderio perenne di condivisione, che nella poesia che chiude la raccolta non sembrano però corrisposti, per cui si avverte la solitudine del poeta, che alla fine monologa: (E alla fine me ne sono andato da solo / lasciando tutti, camminavo su una stradina / che si faceva sempre più piccola… Il monte, il cielo, le nuvole / erano fuori di me e anche dentro / e non c’era altro che questi cespugli poveri / con i loro frutti radi, nell’aria trasparente).

Tutto ciò in perfetto contrasto con il linguaggio, pur colloquiale e quasi parlato, sempre attentamente studiato per creare armonia.               

In conclusione molti sono gli interrogativi che questo intenso poliedrico volume di poesie ci lascia. La vita è un percorso di conoscenza più che di lotta? L’uomo vive solo la dimensione terrena o c’è altro? Si è macchine create da Dio o è il meccanicismo atomistico la legge universale? Il tempo è eterno presente? Il silenzio può essere un modo per parlare forte e meglio a tutti?

Dentro queste pagine ci sono pertanto tanti suoni e colori, c’è l’amore per il mondo e la sua bellezza.

C’è la voglia di capire e lottare, di raccontare e sentire, al di là dell’insopportabile peso dell’ armatura.

[… voi pensate che l’armatura ci difenda davvero?

Claudio Damiani, Cieli celesti, Fazi Editore, Roma 2016

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