SUL TAMBURO n.31: Alberto Figini – Paolo Dapporto, “Lupo Alpha”

alberto-figini-paolo-dapporto-lupo-alphaAlberto Figini – Paolo Dapporto, Lupo Alpha, Carmignano (Firenze), Attucci Editrice, 2016

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di Giuseppe Panella

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Il lupo alpha è considerato di solito il capobranco, l’animale-guida cui si ispirano le azioni degli altri lupi e a cui essi fanno riferimento per le scelte fondamentali riguardo la loro vita. Secondo le teorie etologiche più recenti, non è una figura di capo autentico e non ha mansioni dittatoriali-direttoriali ma è un esempio di vita e di azione per altri animali più deboli e più gregari nel loro orientamento di vita. Danilo Gini viene indicato dal Pubblico Ministero nel processo che lo vide protagonista e che ne sancì la condanna a due ergastoli per omicidio e traffico di droga proprio come un lupo alpha, un capobranco astuto, spietato, capace di indurre al delitto coloro che lo circondano e che dipendono moralmente dalle sue decisioni.

Questo appellativo peserà come una pietra tombale sul giudizio che sarà dato su Gini e la sua cospicua attività criminale, anche se il giovane appassionato di motociclismo di Innsbruck non ammetterà mai il suo coinvolgimento in nessun omicidio. Gini, figlio di due emigrati di Certaldo gestori di un ristorante italiano nella città austriaca, vive molto modestamente del suo lavoro di gestore di un negozio di riparazioni e di pezzi di ricambio di motociclette. Ma il denaro non basta mai agli ambiziosi e allora Dan si dedica a una serie di rapine perfettamente riuscite (ai centri commerciali della sua città per sottrargli gioielli e oro da fondere con la fiamma ossidrica e al monopolio di Stato per impadronirsi di un grosso quantitativo di sigarette). Ma sarà il viaggio che farà in Sudamerica, sulle orme di Latinoamerica, il percorso compiuto dalla motocicletta Ponderosa di Ernesto “Che” Guevara, che lancerà Danilo nel firmamento del traffico della droga. In un ristorante italiano a Lima, città ventosa, umida e triste capitale del Perù, incontrerà Emanuele Peluso che lo utilizzerà come tramite per trasportare grosse partite di droga in Europa. Il suo tran tran di corriere della cocaina assumerà i caratteri di un lavoro regolare e ben stipendiato, con tappe scandite da viaggi a Vienna e depositi di valigette apposite:

«Tutti i mesi, per un anno, la stessa storia. Andavo all’aereoporto di Vienna, prendevo la valigetta e in pochi giorni rivendevo la merce ai vecchi clienti di Emanuele e ai nuovi della Innsbruck bene. Nessun sospetto da parte della polizia per il traffico che avevo organizzato nella mia città» (p. 85).

Tutto sembra filare liscio e non esserci problemi se non con Kurt, il complice austriaco delle rapine arrestato alla frontiera tra Francia e Spagna. Ma poi per una serie di coincidenze negative e di eventi sfortunati (tra cui l’ostinazione dello zio materno Antonio a trovarsi una donna come “cummara” in Perù durante la sua visita al nipote le cui vicende lo hanno incuriosito molto) la situazione precipita. Danilo viene arrestato a Innsbruck e detenuto nel carcere di quella città. Finisce in cella con un protettore di prostiture, Andreas, che giocherà un ruolo folle nella sua vicenda successiva. Una volta scarcerato per decorrenza dei termini, infatti, Danilo riprenderà la sua attività di spacciatore ad alto livello e cercherà Bertrand, il padrone di uno dei più frequentati night-club di Innsbruck, per continuare a soddisfare la sua clientela. In quell’occasione gli presenterà proprio Andreas che sarà assunto nel locale come buttafuori. Sarà questo atto di gentilezza (il suo compagno di carcere non aveva più trovato lavoro) a perderlo: assunto come impiegato, Andreas sarà utilizzato come killer da Bertrand e ucciderà due persone scomode per lui (uno slavo che si era impadronito di un suo locale e non voleva andar via e il vecchio amico Kurt che rischiava di diventare scomodo con le sue rivelazioni). Degli omicidi, però, sarà ritenuto colpevole anche Danilo, già condannato peraltro per il traffico di droga e per i furti iniziali. Nonostante una difesa a coltello dei suoi avvocati difensori e alcuni buoni colpi di parata rispetto a quelli, insidiosi e precisi, dei Pubblici Ministeri che si erano occupati del processo, il risultato sarà una condanna a vita per crimini probabilmente mai commessi. La vita criminosa di Danilo finisce così nel carcere di Volterra e qui inizia il suo percorso di scrittore (o almeno così si presume). Allo spaccio e alla vita spericolata tra America Latina ed Europa si sostituisce l’immobilità della vita carceraria.

A questo punto va fatta una considerazione generale sul valore intrinseco di questo romanzo scritto a quattro mani (con voce narrante attiva e onnipotente dal punto di vista della conoscenza dei fatti raccontati). Il romanzo moderno nasce, almeno in parte, da quelli che venivano definiti Newgate Novels (o Papers), ovvero i “romanzi” di Newgate, la grande prigione che sorgeva all’interno della cerchia muraria di Londra e all’interno della quale venivano celebrati i riti delle esecuzioni capitali.

Le narrazioni che prendevano nome da essa concernevano, infatti, le vite (e la loro conclusione spesso tragica) degli “uomini infami” (per usare un termine caro a Michel Foucault). Si trattava, per l’esattezza, della storia di criminali la cui esistenza culminava in delitti spesso efferati o comunque clamorosi e del decorso che la loro vita prendeva fino a un’ (improbabile) redenzione che avveniva alla fine di essa. Da queste storie che il pubblico degli illetterati amava moltissimo e che permettevano ai loro estensori di guadagnarsi da vivere con qualche larghezza è nato, secondo uno storico della letteratura del calibro di Ian Watt, il romanzo moderno (come si può leggere in Ian Watt, Le origini del romanzo borghese. Studi su Defoe, Richardson e Fielding, a cura di Luigi Del Grosso Destrieri, Milano, Bompiani, 1977). Ovviamente c’erano anche altre storie (le vicende d’amore di sempre, ad es.) che attiravano le menti dei fruitori di intrighi romanzeschi ma le narrazioni esemplari (di delitto e di riscatto insieme) degli “abitatori” (sempre temporanei) di Newgate erano tra quelle che le affascinavano per la natura straordinaria e fuori del normale delle avventure che contenevano.

Il romanzo di Figini e Dapporto sembra ricalcare quello schema antico e archetipico della narratività moderna: una storia di vicende criminali che culminano in delitto e castigo secondo la logica consolidata nell’immaginario collettivo colpisce sempre nel segno (a precindere dall’autenticità di ciò che viene più o meno sapientemente raccontato) e crea nel lettore quelle aspettative che lo rende simile ai suoi predecessori.

Lupo Alpha è allora un romanzo di stretta attualità su problemi pur sempre presenti nella mente dei contemporanei che lo leggeranno ma che rivela un cuore antico – una storia avvincente e disperata che passa dalla spensieratezza del crimine impunito alla pesantezza quotidiana dell’esistenza carceraria, dalla giovinezza senza problemi di un passato ormai remoto al presente fatto della necessità di un riscatto arrivato fortunatamente nel tempo giusto.

 

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