Il destino, di Riccardo Ferrazzi

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L’umanità ha sempre creduto al destino. Le religioni, che pure lo interpretano in modi diversi, si guardano bene dal negarlo. L’illuminismo lo ha ridicolizzato e la scienza lo considera una superstizione. Per la mentalità corrente chi crede al destino è un fatalista, un rinunciatario pusillanime che non prende iniziative, non ha l’ansia di migliorarsi e, così facendo, non è utile a se stesso e agli altri. Eppure tutti i giorni capita qualche fatto del quale non riusciamo a dire altro che: “Era destino!”.

   La fede nel destino può aver ritardato il progresso? Può darsi, ma non è detto e sarebbe difficile dimostrarlo con casi concreti. Certo, se pure l’ha fatto, non l’ha impedito. Anzi: proprio la storia del progresso umano suggerisce l’idea che l’umanità, pur attraverso corsi e ricorsi, sia “destinata” a progredire.

   Il discrimine passa per la pretesa che il progresso umano sia mosso soltanto da cause efficienti. Ma i “nessi acausali” (come li chiamava Jung) possono avere diverse origini e dar luogo a diverse manifestazioni. Pensare a qualcuno e poco dopo ricevere una sua telefonata può essere una coincidenza, un fenomeno di telepatia o un nesso acausale. Altri fenomeni inspiegati, più che a una causa efficiente, sembrano far riferimento a uno scopo. Sono le cosiddette “cause finali” (pacificamente riconosciute dalla filosofia e negate dalla scienza) che in ultima analisi si possono ricondurre al dilemma: esiste il destino oppure no?   

   Non mancano casi in cui causa efficiente e causa finale finiscono per essere due aspetti della stessa realtà. Per esempio, il cosiddetto “orologio biologico” può dar luogo a una duplice lettura dello stesso fenomeno.

   Se un genitore a una certa età ha avuto problemi di arteriosclerosi, è probabile che più o meno verso la stessa età i figli manifestino gli stessi problemi. La lettura “causale” tende a studiare i meccanismi dell’occlusione delle arterie per individuare un principio attivo capace di combatterla. La lettura “finalistica” tende a monitorare i figli del soggetto per sottoporli ad angioplastica in tempo utile.   

   Quando la scienza medica avrà scoperto le cause della trasmissione ereditaria dell’arteriosclerosi, la lettura “causale” potrà forse permettere di risolvere il problema con una pillola. Fino a quel momento, la lettura “finalistica” sarà vincente (ma non è detto che non continui a esserlo anche in seguito).

   Molti accadimenti un tempo ritenuti “colpa” del destino sono invece determinati da cause molto concrete. Nonostante ciò, la scienza è ben lontana da aver dimostrato che il mondo si evolva unicamente in conseguenza di cause efficienti.

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   Da che cosa trae origine l’idea del destino?

   Non può trattarsi soltanto della constatazione che, prima o poi, tutti quanti dovremo morire. Se l’inevitabile fine della vita pesasse sul nostro capo come una condanna, agire in un modo o in un altro, o non agire affatto, sarebbe del tutto indifferente. Nonostante ciò, le filosofie fataliste non hanno mai impedito agli uomini di far progetti e di darsi da fare per metterli in atto. Senza contare che nell’arco di una vita si possono subire grandi imprevisti ma si può anche riuscire a sormontarli. Insomma: prima di morire può succederci di tutto. Ma che cosa accadrà? Ciò che avremo previsto e preparato, ciò per cui avremo lavorato, ciò che ci sarà costato fatica e sacrifici? Oppure qualcosa di inatteso, e magari ingiusto o ingrato?

   È probabile che l’idea del destino provenga dall’osservazione di quanto è diversa la nostra visuale quando dobbiamo decidere il da farsi e quando invece giudichiamo l’esito di ciò che ci è successo. Una constatazione che si applica alla storia privata di ciascuno, ma anche alla Storia dell’umanità.   

   In questa linea di pensiero, Martin Heidegger sostiene che la caratteristica distintiva dell’essere umano è la progettualità, e cioè la capacità di proiettarsi nell’avvenire per vedere se stesso in una condizione futura. L’uomo, dice Heidegger, si proietta in avanti fino a incontrare un limite invalicabile: la morte. E quando arriva a vedersi, per così dire, seduto a cavalcioni sul limite estremo di ogni possibile esperienza, guarda indietro e riprogetta il suo passato.   

   Questa curiosa espressione – riprogettare il passato – significa rivedere la propria storia personale secondo un’ottica diversa per individuare, in una massa di fatti che a priori appariva caotica, quelli che a posteriori risultano determinanti. Cioè significa fare lo storico.

                                                     ***       

   Normalmente, quando la Storia è da fare, la realtà ha l’aspetto del caos. I fattori imponderabili sono troppi e i più importanti sono spesso sconosciuti. Chi deve prendere decisioni si prefigge uno scopo e agisce in funzione di quello, ma può solo sperare che le sue scelte non suscitino opposizioni troppo forti e che il resto del mondo rimanga indifferente. Una speranza che il più delle volte si rivela irrealistica.

   D’altra parte, una volta che la Storia è fatta e non si può più tornare indietro, allora e solo allora ci pare di scorgere una linea di sviluppo. Se l’avessimo individuata prima, avremmo potuto inserirci nella corrente della Storia e trarne profitto. Ma pochi uomini riescono in questa impresa e i loro successi non derivano tanto da superiori capacità di analisi quanto da una specie di “fiuto”, che dura finché dura, come capita al giocatore che azzecca una “serie” alla roulette.

   A questo proposito si può dire di sicuro soltanto questo: nessuno fa la Storia. Dal 1796 al 1815 Napoleone credette di essere lui a determinare gli avvenimenti (e questa convinzione lo portò alla rovina). A posteriori, prendendo in esame la sua avventura umana, sembra più verosimile che sia stata la Storia a servirsi di lui.  

   Non è un paradosso: chiunque frughi nel proprio passato trova fatti e situazioni in cui agì nell’intento di ottenere qualcosa e ottenne invece qualcos’altro, e ci si dovette adattare, e magari finì per considerarlo la cosa migliore. È il fenomeno che, con un parolone inutilmente complicato, si definisce “eterogenesi dei fini” e che con ogni probabilità ha originato l’idea del destino.  

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   A priori, quando conserviamo la speranza che le nostre scelte possano determinare il futuro, gli accadimenti che ci circondano e ci condizionano sembrano avvenire in modo del tutto caotico. Come mai le stesse cose cambiano aspetto quando le prendiamo in esame a cose fatte, a posteriori?

   Dipende anche da come si espongono gli avvenimenti. Gli antichi li raccontavano in modo annalistico: aprivano il capitolo con la primavera dell’anno X, elencavano cronologicamente tutto ciò che di memorabile era successo fino all’inverno, dopodiché chiudevano il capitolo e ricominciavano di bel nuovo con l’anno successivo.

   La Storia, che per forza di cose può essere narrata soltanto a posteriori, se viene presentata in modo annalistico trasmette al lettore la sensazione che i protagonisti fossero in balia degli eventi. Le guerre di Roma contro Osci e Sanniti così come le presenta Tito Livio, o la guerra del Peloponneso così come la riferisce Tucidide, non danno l’idea di campagne strategicamente organizzate: sembrano piuttosto una serie di scaramucce e ritorsioni ciascuna delle quali trae origine dalle precedenti.

   Allo stesso modo, chi segue giorno per giorno sui quotidiani l’andamento dei conflitti (armati o ideologici) riceve spesso l’impressione di un susseguirsi di fatti senza capo né coda. Chi li osserva con distacco finisce per concludere che i conflitti sono situazioni in cui ciascuna parte controlla sì e no un 10% della sfera degli eventi, tenta di opporsi razionalmente al 10% controllato dall’avversario, e reagisce istintivamente al residuo 80% che appare del tutto casuale.

   Forse anche per questo è così difficile accettare una disfatta e ricominciare da zero, su nuove basi. Quando scarseggia la visuale strategica, gli sconfitti non accettano di essere stati sopraffatti da un avversario più forte: credono di essere stati traditi dalla sorte (il “destino cinico e baro”) e si sentono legittimati a cercare la rivincita.

   Invece, quando la Storia è narrata accettando l’eterogenesi dei fini, tutto sembra deciso da una battaglia o da un trattato. Le disfatte, le pretese dinastiche perdenti, la sorte dei Borboni di Napoli o degli Stuart di Scozia (per non parlare di Corradino di Svevia o di Luigi XVI) vengono rubricate sotto la voce “cause condannate dalla Storia”. Che è come dire: era destino!

   Da quando esiste la Storia scritta sappiamo di tante cause, buone e cattive, che hanno subito gravissimi rovesci. Sulle prime, nessuna si è rassegnata alla sconfitta. Tutte hanno cercato di reagire o almeno di sopravvivere in attesa di tempi migliori. La maggior parte non ci è riuscita e ha dovuto soccombere; qualcuna è riuscita a risorgere. Perché qualcuna sì e tutte le altre no?

    Se si finisce per rispondere che “era destino”, è soltanto perché guardando la Storia a posteriori crediamo di individuare una linea di sviluppo. Ma la vediamo perché esiste davvero o perché stiamo riprogettando il passato?

   L’unica risposta possibile deve partire da una constatazione: la realtà è funzione di infinite variabili e non esiste un essere umano capace di tenerle tutte sotto controllo.   

   L’agire umano somiglia pericolosamente al gioco d’azzardo: non potremo mai illuderci che, dopo tanto perdere, la fortuna torni a sorriderci. Non è detto, non è probabile, non c’è da farci conto. Però può succedere.

                                                             ***

   La scienza rifiuta l’idea del destino. Il suo argomento è: per chi guarda la Storia in prospettiva è evidente uno sviluppo tecnologico e civile che, al di là di deviazioni, inerzie e contraccolpi, ha potuto svolgersi secondo una certa logica. Gli animali non hanno avuto niente di simile. Gli uomini progrediscono perché di ogni effetto risalgono alla causa e mettono a profitto le conoscenze acquisite. Il progresso è razionale. (Sembra di sentire Hegel: il reale è razionale, il razionale è reale.)

   Anche se ripensiamo al nostro passato non possiamo fare a meno di intravedere una logica di sviluppo che ci porta a formulare previsioni sull’andamento futuro e a impostare le nostre iniziative nell’ipotesi che le cose continuino a procedere nella stessa direzione. Eppure, mentre siamo impegnati a fare la nostra storia personale, abbiamo quasi sempre la sensazione di andare a sbattere contro muri di gomma, ci muoviamo dentro a situazioni nebulose o enigmatiche, e la realtà muta improvvisamente in modi drastici e impensati che rendono vani i nostri sforzi.

   Queste esperienze ci insegnano a mantenerci aperti a ogni possibilità e a rinviare le decisioni fino a quando gli eventi avranno preso un indirizzo chiaro. Ma anche questa tattica non ci mette al riparo da sorprese sgradite. La Storia può porci improvvisamente di fronte a un aut aut e costringerci a fare le nostre scelte con lo stesso spirito con cui si va in battaglia: o si vince o si muore (perché chi perde e resta vivo può ritrovarsi in una situazione così disperata da far preferire la morte).    

   Esiste forse un modello di comportamento vincente contro la casualità del futuro? Proviamo a studiare la Storia mettendoci nell’ottica dei protagonisti. E la prima constatazione è questa: chi si attiene a un progetto razionale non avrà mai successo. I vincenti non sono gli idealisti tesi a ciò che (secondo loro) è il bene dell’umanità, bensì gli avventurieri che hanno di mira il profitto personale, gli opportunisti, gli intriganti pronti a cogliere opportunità di segno opposto con la massima disinvoltura, gli imbroglioni capaci di smentire se stessi, di barare, di cambiare bandiera senza vergogna. Gente che in ogni circostanza si preoccupa soprattutto di conservarsi una via d’uscita.

   Al di là di ogni moralismo, se Atene ha avuto un posto importante nella storia del mondo deve ringraziare Temistocle, intrigante e tangentista; l’onesto e disinteressato Aristide non l’avrebbe salvata dai Persiani.

   Ovviamente non basta comportarsi da farabutto per aver successo; ma chi rispetta le regole difficilmente riuscirà a emergere. Come dice Machiavelli, chi in ogni circostanza vuole comportarsi onestamente finirà sempre male perché la gente onesta non è. Il principe deve fare il bene, potendo; ma deve saper intrare nel male, necessitato.

   La Storia è imprevedibile: chi crede di individuare la via del progresso commette l’errore che ha spinto legioni di intellettuali a progettare sistemi sociali a tavolino collezionando delusioni e disastri.

   Non si può “fare” la Storia; tutt’al più si può interpretarla, inserirsi nella corrente, galleggiare e ritrarne vantaggi.

                                                        ***

   Ma allora come si spiega il fatto che dal paleolitico a oggi l’umanità ha sperimentato un inequivocabile progresso? È mai possibile che la Storia abbia delle ragioni che la ragione non ha?

   Gli esseri umani viventi sono miliardi e in maggiore o minor misura ciascuno di essi è in grado di farsi sentire. Tutte queste voci producono un rumore confuso ma, se qualcuno indovina il giusto slogan e raccoglie dietro di sé milioni di altre voci, il coro prevale sul rumore di fondo. E anche se la voce di un beduino analfabeta ha un peso decisamente inferiore a quello del presidente USA, gli analfabeti nel mondo sono milioni mentre il presidente USA è uno solo. E non basta: chi è disperato non ha niente da perdere, è pronto a tutto ed è facile preda della demagogia; invece l’uomo più potente del mondo deve mediare fra interessi contrastanti, affrontare elezioni e votazioni congressuali, destreggiarsi fra pesi e contrappesi, corti supreme, stampa e lobbies.  

   Stando così le cose, per rappresentare la Storia in termini matematici bisognerebbe impostare una funzione di miliardi di variabili, ciascuna con forza e limiti diversi, ma mai ininfluente, mai riducibile a costante. Oltre alle mutevoli opinioni di ciascun singolo essere umano bisognerebbe tener conto dei cicli dell’economia, dell’andamento delle annate agrarie, delle catastrofi naturali, delle variazioni climatiche di breve e di lungo periodo, della domanda e offerta di fonti di energia, del progresso tecnologico, delle mode, delle modificazioni del costume, delle migrazioni, della demografia, ecc. ecc. Ciascuno di questi fenomeni, preso singolarmente, può apparire governabile; ma ogni fenomeno si riflette sugli altri e provoca reazioni, interazioni, deviazioni. Quando si considera tutto ciò e si constata che, indipendentemente dai progetti di Tizio e di Caio, fra colpi d’acceleratore e colpi di freno, la Storia prende una direzione definita, non è insensato concludere che “la Storia ha delle ragioni che la ragione non ha”.

   I sostenitori a oltranza del “metodo scientifico” possono insistere: per complicati che siano i meccanismi che stanno alla base del progresso umano, tutto funziona a base di meccanismi di causa-effetto.

   Ma è un’affermazione che non può essere dimostrata: quando le concause sono nell’ordine dei miliardi gli effetti non possono essere calcolati nemmeno da un computer di potenza inimmaginabile. E in mancanza di questa dimostrazione non si può escludere che la struttura della realtà contenga qualcosa di simile a un DNA, un meccanismo che la condiziona al punto da dirigerla verso uno scopo.

                                                                    ***

   In conclusione, agire nella Storia è sempre un azzardo. Si può avviare una iniziativa, si può portarla avanti con grande determinazione, si può convincere – o magari costringere – un grande popolo a condividerla fino in fondo. Napoleone e Lenin (per citare i due che più hanno creduto di riuscirci) hanno messo in moto energie gigantesche. I loro progetti sono entrati nella Storia, eppure la Storia non è andata dove avrebbero voluto loro.       

   Ma quali sarebbero le “ragioni della Storia”? I poeti greci parlarono di un Fato al quale erano sottoposti anche gli dei dell’Olimpo. I filosofi stoici lanciarono il concetto di Provvidenza e il cristianesimo se ne appropriò con grande profitto. Da parte nostra non smetteremo mai di affannarci a cercar di capire razionalmente dove va la Storia ma ogni volta, quando riprendiamo in esame le nostre scelte, finiamo per accorgerci di aver preso decisioni sulla base di parametri vecchi, superati, inadeguati.

   Il senso della Storia diventa manifesto solo quando i fatti sono ormai storia passata. E a quel punto non si può fare a meno di chiamarlo Destino.

3 pensieri su “Il destino, di Riccardo Ferrazzi

  1. La storia (destino) sembra essere come un fil di ferro senza fine che può essere piegato ricurvato annodato intrecciato pur restando un unico stesso fil di ferro, non modificabile in ogni suo punto lungo la sua struttura, pur assumendo fogge mutevoli nello svolgimento.
    Ciò sinchè una ipotetica forza esterna e superiore non intervenga a spezzarlo.

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