Luigi Maria Corsanico legge Benjamin Fondane

da qui

Benjamin Fondane

 

È a voi che parlo

(B. Fondane, Le mal des fantômes, cit., Préface en prose, pp. 151-153)

voce recitante: Luigi Maria Corsanico

 

Horowitz plays Wagner-Liszt Isolde’s Liebestod.

Menashe Kadishman, Fallen Leaves, in mostra al museo del giudaismo di Berlino.

Gustav Klimt – La morte e la vita (1908, Vienna, collezione privata)

 

Benjamin Fondane (14 novembre 1898, Iași, Romania – 2 ottobre 1944, Campo di concentramento di Auschwitz, Oświęcim, Polonia) è un uomo dalle tre anime e dalle tre identità: ebrea, rumena, francese, alle quali corrispondono i suoi tre nomi: Wechsler, Fundoianu,Fondane.
Scrittore, poeta e filosofo, saggista, drammaturgo e cineasta, i suoi scritti sono sofferti tentativi di restituire all’uomo una libertà perduta e una riflessione sul destino dello stesso. Nel 1923 si trasferisce in Francia, dove pubblica Rimbaud le voyou (1933), La Coscience malheureuse (1936), Faux traité d’esthétique(1938) e Baudelaire et l’expérience du gouffre (1942). Tra il 1943 e il 1944 lavora al poema Le Mal des fantômes; con questo titolo sarà poi designata tutta la sua esperienza poetica. Nel 1944 viene arrestato dalla polizia francese e condotto nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau insieme alla sorella Lina. Con lei condividerà la sua tragica fine.

 

André Montagne, sopravvissuto, ricorda gli ultimi giorni che Fondane passò all’infermeria di Auschwitz.

“Mi ricordo molto chiaramente come camminava attraverso le fila dei letti, con una coperta sulle spalle e sotto una camicia scadente […], facendo visita ai suoi amici francesi ospedalizzati come lui. Egli rimaneva, tuttavia, molto dignitoso, raccontava i suoi ricordi letterari, discuteva della situazione internazionale, esattamente come se si fosse trovato a Parigi in un salone, in mezzo ai suoi amici. A volte, saliva sul suo letto, vi si sedeva e parlavamo a lungo. […] Due giorni più tardi, il lunedì 2 ottobre, nel pomeriggio, dei camion vennero a cercarli. Restavano solo gli israeliti; gli ariani erano stati rinviati nel campo, al loro lavoro. Pioveva. All’appello del loro nome, uscivano l’uno dopo l’altro e salivano sui camion. Erano settecento. Vidi Fondane uscire dal blocco, passare molto dritto davanti alle SS, mentre chiudeva il bavero della giacca per preservarsi dal freddo e dalla pioggia, montare sul camion. L’uno dopo l’altro, pesantemente carichi, i camion partirono verso Birkenau. Due ore più tardi i nostri compagni venivano gassati.”  (A. Montagne, Les derniers jours de Benjamin Fondane, in Les Lettres Françaises, 26 aprile 1946, riprodotto in Non Lieu, 1978.)

 

“Anche, e soprattutto, ad Auschwitz, la scrittura, il suo ricordo, la sua trasmissione, la sua partecipazione ad altri, diventano ultimo, strenuo, baluardo contro la barbarie, esile diga che contenga il disfacimento e la perdita completa di sé stessi, inghiottiti dai segni di un numero anonimo e dal buio.”

Fonte: Alice Gonzi. «Benjamin Fondane, la poesia e il grido». Dialegesthai. Rivista telematica di filosofia.

http://mondodomani.org/dialegesthai/ago02.htm

 

“È a voi che parlo, uomini degli antipodi,

parlo da uomo a uomo,

con il poco che in me rimane dell’uomo,

con il poco di voce che mi rimane in gola,

il mio sangue è sulle strade, possa esso, possa esso

non gridare vendetta!

L’hallali è dato, le bestie sono braccate,

lasciate che vi parli con queste stesse parole

che condividemmo –

resta poco di intelligibile!

Un giorno verrà, è sicuro, in cui la sete sarà placata,

noi saremo al di là del ricordo, la morte

avrà ultimato i lavori dell’odio.

Io sarò un ciuffo di ortica sotto i vostri piedi,

– ebbene, allora sappiate che avevo un viso

come voi. Una bocca che pregava, come voi.

Quando la polvere entrava, o anche un sogno,

nell’occhio, questo occhio piangeva un po’di sale. E quando

una spina cattiva graffiava la mia pelle,

colava un sangue rosso come il vostro!

Certo, proprio come voi ero crudele, avevo

Sete di tenerezza, di potenza,

d’oro, di piacere e di dolore.

Proprio come voi ero cattivo e angosciato

solido nella pace, euforico nella vittoria,

e titubante, stravolto, nell’ora dello scacco!

Sì, sono stato un uomo come gli altri uomini,

nutrito di pane, di sogno, di disperazione. Eh sì,

ho amato, ho pianto, ho odiato, ho sofferto,

ho comprato dei fiori e non ho sempre

pagato la mia rata. La domenica andavo in campagna

a pescare, sotto lo sguardo di Dio, dei pesci irreali,

facevo il bagno nel fiume

che cantava fra i giunchi e mangiavo delle patatine fritte

la sera. Dopo, dopo rientravo a coricarmi

stanco, il cuore lasso e pieno di solitudine,

pieno di pietà per me,

pieno di pietà per l’uomo,

cercando, cercando invano in un grembo di donna

questa pace impossibile che abbiamo perso

un attimo fa, in un grande frutteto in cui cresceva,

al centro, l’albero della vita…

Ho letto come voi tutti i giornali, tutti i libri,

e non ho capito niente del mondo

niente dell’uomo,

per quanto mi sia capitato spesso di sostenere il contrario.

E quando la morte, la morte è arrivata, forse

ho fatto finta di sapere cos’era ma ora

vi posso davvero dire

che mi è entrata negli occhi stupiti,

stupiti di capire così poco –

magari voi avete capito meglio di me?

 

Eppure, no!

Non ero un uomo come voi.

Non siete nati sulle strade,

nessuno ha gettato nella fogna i vostri piccoli

come gatti ancora senz’occhi,

non avete errato di città in città

braccati dalle polizie,

non avete conosciuto le catastrofi all’alba,

i carri bestiame

e il singhiozzo amaro dell’umiliazione,

accusati di un delitto che non avete compiuto,

di un assassinio di cui manca ancora il cadavere,

cambiando nome e volto,

per non portar con sé un nome schernito,

un volto che aveva servito a tutti

da oggetto di sputo!

Verrà un giorno, senza dubbio, in cui il poema letto

Si troverà davanti ai vostri occhi. Esso non domanda

Niente! Dimenticatelo, dimenticatelo! Non è

Che un grido, che non si può mettere in un poema

Perfetto, avevo forse il tempo di finirlo?

Ma quando calpesterete quel ciuffo di ortiche

Che ero stato io, in un altro secolo,

in una storia che per voi sarà desueta,

ricordatevi solo che ero innocente

e che, come voi, mortali di quel giorno,

avevo avuto, anch’io, un volto segnato

dalla collera, dalla pietà e dalla gioia,

un volto d’uomo, semplicemente! “

11 pensieri su “Luigi Maria Corsanico legge Benjamin Fondane

  1. La dignità di “un volto d’uomo, semplicemente”, che rimane tale anche davanti al volto dei carnefici, che di umano invece non hanno più niente.
    Grazie sempre a Luigi per la suggestiva interpretazione, e a Fabrizio.

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  2. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono
    nuovamente essere sedotte ed oscurate:
    anche le nostre.
                              Primo Levi
                  -Giornata della memoria-

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