La grande paura americana

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Il timore di vivere sotto una sorta d’insidiosa, nascosta, feroce dittatura, soprattutto di destra, soprattutto di matrice nazi-fascista, attraversa in maniera discontinua la storia della letteratura americana della seconda metà del secolo scorso.
In un racconto poco conosciuto di BukowskiSvastica, parte dell’edizione americana originale di Storie di ordinaria follia ma mai inserito nelle corrispondenti edizioni italiane, il controverso autore americano narra di Adolf Hitler, mai morto e segretamente trasferitosi negli Stati Uniti, che riesce a sostituirsi al Presidente in carica e a prendere possesso dello Studio Ovale. Distopia lontana dai temi bukowskiani, e di conseguenza oggetto a fasi alterne di feroci critiche o di entusiastiche difese, Svastica trae ispirazione da una delle grandi ossessioni del secolo scorso: ovvero il mancato ritrovamento del cadavere del Führer e la paura mai sopita di un suo ritorno, in prima persona o sotto mentite spoglie, sul palcoscenico della Storia.
Circa trent’anni dopo l’uscita di Svastica, Philip Roth pubblicherà invece Il complotto contro l’America (The Plot Against America, 2004) un romanzo fantapolitico dove si ipotizza la vittoria di Charles Lindbergh alle elezioni presidenziali del 1940 e il conseguente avvicinamento dell’America degli anni Trenta alla Germania nazista. Con impeccabile maestria, Roth ci descrive una rapida e raggelante trasformazione degli Stati Uniti da paese aperto e democratico a nazione liberticida, ottusa e violentemente antisemita.
Si tratta solo di due esempi – senza dubbio i più eclatanti – di una produzione letteraria che annovera anche moltissime altre storie di diverso approccio (pur nel comune elemento di genere fantapolitico) in cui la presa di potere non avviene (o comunque non è avvenuta) dall’interno (e secondo regole democratiche) ma dall’esterno. Tra gli altri, non si può non citare La svastica sul sole (The Man in the High Castle, 1962) di Philip Dick, ucronia allucinante in cui l’America perde la Seconda Guerra Mondiale e viene spartita tra tedeschi e giapponesi (gli italiani, a causa della loro deludente condotta in guerra, passeranno in secondo piano).
Comunque la si voglia vedere, il reiterarsi di un tema, seppur a fasi alterne, all’interno della produzione letteraria di un Paese, è sempre sintomo di una paura, inconscia o meno, che si sente la necessità di affrontare. Lo sapeva bene anche Siegfried Kracauer, sociologo e scrittore tedesco (esule negli Stati Uniti nel 1941), che in un celebre saggio del 1947 intitolato Da Caligari a Hitler (From Caligari to Hitler), applica la psicoanalisi all’industria cinematografica e si pone la fondamentale questione se il cinema rappresenti l’inconscio o il conscio di un popolo.
Pur nelle differenze del caso (cinema e letteratura sono in fin dei conti due media molto diversi, per essenza e metodologie di fruizione) la questione potrebbe essere oggi applicata anche alla letteratura, e a quella statunitense in particolare, soprattutto alla luce di quanto sta avvenendo dopo l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti. La domanda alla quale allora dovremo rispondere nei prossimi anni potrebbe essere questa: e se la grande paura americana si fosse alla fine materializzata?

5 pensieri su “La grande paura americana

  1. la storia è diversa dalle fantasie romanzesche. I peggiori diffusori di nazismo sono i suoi disinformati critici, i peggiori nemici della democrazia sono i suoi irreali osannatori.

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  2. Onestamente mi fa più paura la “dittatura silente” di chi continua ad ignorare le proteste, di chi crocifigge i dissidenti, deridendoli o accusandoli di reati risibili ignorando volutamente responsabilità molto più pesanti. Chi urla e sbraita le sue intenzioni è più facile da tenere a bada rispetto a quel subdolo potere che compie ogni giorno ignobili e silenziose ingiustizie che non saranno mai pubblicizzate. A me Trump piace, come mi piacciono tutte le persone esplicite delle quali si possono riconoscere pregi e difetti. Come dico sempre: MEGLIO UNA BRUTTA VERITA’ CHE UNA BELLA BUGIA

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  3. Non so che dirti, Maria. I poteri subdoli, i politici ipocriti, le dittature silenti, non credo piacciano a nessuno. Purtroppo è proprio facendo leva su certi sentimenti che certi ‘politici espliciti’, come li chiami tu, hanno scritto alcune delle pagine più lugubri dell’umanità. Io preferisco e sempre preferirò la chiarezza ‘esplicita’ di un Gandhi, o per restare tra le nostre mura, quella di un Pertini, all’aggressivo e grossolano abbaiare di Trump (che, credimi, ha molti più interessi nascosti e quindi, ‘impliciti’ e non visibili ai suoi sostenitori, di quanto voglia far credere…).

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  4. L’ucronia con romanzi come Complotto contro l’America e La svastica sul sole, ci mostra come tutto sarebbe potuto essere e che la storia è fragile. Basta poco per mutare gli scenari. Anche un elezione sul filo del rasoio, può dar luogo a scenari impensabili quando vincono personaggi che fino a poco prima sembravano assolutamente improbabili. Troppo spesso la storia supera la fantasia e, a volte, in peggio.

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