Intervista di Guido Michelone a Silvia Colasanti

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È imminente il debutto de Le imperdonabili. L’ultima lettera di Etty Hillesum, la nuova composizione di Silvia Colasanti in scena il 26, il 27 e il 30 gennaio, rispettivamente ad Ancona, Macerata e Pesaro, per il circuito ‘Marcheconcerti’, di nuovissima costituzione. In quest’intervista, l’Autrice ci parla di questo lavoro particolarmente legato al mono della poesia femminile, visto con l’occhio e l’orecchio di una donna musicista.

Il tuo nuovo lavoro Le imperdonabili è realizzato anche per la Giornata della Memoria: ma cosa rappresenta questa data per una persona, un’artista, una donna nata esattamente trent’anni dopo la fine dell’Olocausto?

Pur essendo molto sensibile a tale ricorrenza, come artista non amo lavorare su temi che talvolta si prestano a una facile retorica. In questo caso, ho però accolto subito con grande interesse la proposta di Guido Barbieri, per ‘Marcheconcerti’,  di pensare ad un lavoro di teatro musicale su Etty Hillesum, anche perché nei Diari della scrittrice, gli anni della Shoah sono sullo sfondo di un viaggio interiore, della storia di una crescita personale che – pur intrecciandosi indissolubilmente all’esperienza della Shoah – è la storia universale del percorso di un’anima.

Le imperdonabili verte – a livello di contenuti letterari – sulla poesia o meglio ancora su alcune poetesse. Ce ne parli?

Il lavoro prende il titolo dal saggio di Laura Boella, Le imperdonabili, intese quali donne consumate da passioni assolute, prima di tutto quella per la scrittura. “Imperdonabile”, secondo la poetessa Cristina Campo, citata dalla Boella, è chi coltiva la “passione per la perfezione”: uomini e donne per cui la scrittura è un’imprescindibile quanto dolorosa necessità quotidiana. Etty Hilesum, la figura più luminosa ed estrema di questa élite di “cuori pensanti”, è stata scelta da Guido Barbieri, Alessio Pizzech e me quale figura centrale del dramma, ed è attorniata dalle figure quasi oniriche di altre quattro poetesse: la Campo, Marina Cvetaeva, Sylvia Plath, Goliarda Sapienza, di cui la Hillesum si sente contemporanea, nel suo appartenere al flusso senza tempo dell’umanità.

Come ti sei avvicinata da musicista al mondo della poesia? E come viene da te trasformato questo approccio in senso teatrale e drammaturgico?

La poesia è una mia grande passione, ed ho spesso avuto modo di lavorare sia su testi poetici recitati, sia su testi che hanno assolto la funzione di riferimento programmatico per lavori di musica assoluta. La presenza dell’elemento drammaturgico, oltre che poetico, anche in composizioni di musica “assoluta”,  è una faccenda che sembra obsoleta, ma è più viva che mai. Io credo sia importante, specialmente oggi, utilizzando un linguaggio più denso e complesso, mantenere chiara e sempre viva la direzione del percorso formale “raccontando” con i suoni qualcosa che non mi vergogno di chiamare “una storia”. L’elemento drammaturgico e un’idea di narrazione in generale sono sempre presenti in tutti i miei lavori, anche quelli puramente strumentali: mi accompagnano costantemente nella fase creativa e accompagnano il pubblico in quella dell’ascolto. Nel teatro musicale invece la musica contiene il dramma stesso: dunque, determinate situazioni emotive, espresse anche attraverso il testo, spesso vengono presagite dai suoni, altre volte amplificate.

Partendo o terminando al momento con Le imperdonabili,  a quali Autori ti senti idealmente o spiritualmente vicina?

Fare un elenco dei miei riferimenti è difficile: correrei il rischio di stilare un catalogo illimitato. Succede soprattutto per una ragione: la meravigliosa apertura dei limiti cronologici e il respiro d’un calendario allargato, fenomeno tutto del nostro tempo. È come se la memoria storica si fosse improvvisamente potenziata: posso andare, nella mia musica, da Monteverdi a Berio perché oggi più che prima le circostanze permettono riferimenti ampi e in grande quantità. Naturalmente essi, per disparati che siano, vanno tutti a convivere nella nuova opera.

Nelle mie corde poi, credo sia chiara tutta la linea che va da Schubert a Mahler a Henze, una specie di neo-espressionismo, inteso non come “vocabolo” prescrittivo, da prendere ed usare alla lettera, ma come istanza estetica: l’espressione per me – accanto alla forma – dev’essere sempre presente e chiara. Ho cominciato con Monteverdi, poi ho parlato di Schubert, sono finita a Mahler, perché, per noi compositori, il passato lontano e il tempo recente si sono oggi in qualche modo avvicinati, permettendoci d’utilizzare in un determinato momento quello che riteniamo essere l’ingrediente più utile.

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