Il coraggio di Cion. Intervista a Daniele La Corte

daniele-la-corte-il-coraggio-di-cionDaniele La Corte, Il coraggio di Cion, Fusta Editore, 2016, pp.208, € 16
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di Marino Magliani
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Magliani: La letteratura della Resistenza è un po’ strana, come per certi aspetti lo è la Resistenza. Si scrivono migliaia di libri sull’epopea dell’esercito scalzo, mostrandola da ogni angolatura, quota, marginalità, e poi occorre aspettare il 2016 per veder sulla copertina di un libro Il coraggio di Cion (Fusta Editore) di Daniele La Corte. Cosa c’è di strano? Una sola cosa: Cion, nome di battaglia di Silvio Bonfante, nato nel 1921 e morto nel 1944, è quanto di più leggendario, assieme a Felice Cascione, ha combattutto nazisti e fascisti sulle montagne e sulle colline imperiesi. Le battute che lasciano il tempo che trovano sarebbero pronte come i mortai partigiani piazzati contro la cima di Montegrande: Cion è il Che Guevara di noialtri. Ringraziandoti per aver colmato questa lacuna, mi chiedo perché si è atteso così tanto? Era così difficile recuperare le testimonianze, i documenti, o quella sua morte, il colpo di pistola che si è sparato davanti a sua madre per non cadere in mano al nemico nasconde ancora qualcosa? Inoltre, uno dei meriti di questo libro – assieme al pericolo di incorrere nel «sensazionale» da cui sei sfuggito – sta proprio nel non essere stato concepito come la solita narrazione di una morte annunciata.

La Corte: “Cion” è una figura che potremmo, a distanza di tanti anni dalla morte, definire mitica. E’ l’uomo che ha alimentato sogni attraverso una realtà cruda anche se a tratti fin troppo umana. Ricostruire le sue gesta, la sua vita e la sua tragica morte poteva essere esercizio più facile negli anni immeditamente dopo la guerra. Occorre però tenere ben presente come le due Chiese, quella cattolica e quella comunista, reagivano di fronte al suicidio. Bonfante è morto suicida per non cadere nelle mani del nemico. Il Dopoguerra vide il ricordo della Resistenza prevalentamente gestito dal Pci e solo in parte dai cattolici. C’era la separazione netta. Da una parte l’Anpi, l’Associazione Partigiani Italiani, vicina ai comunisti, dall’altra la FIVL, Federazione Italiana Volontari della Libertà, che vedeva prevalere i cosidetti partigiani bianchi. Silvio Bonfante non era l’icona da sostenere, da ricordare. Il suicidio era una macchia difficile da accettare, da cancellare. Scelsero Felice Cascione, medico, ideologo del Pci. Oggi posso dire di avere riportato alla luce un personaggio di indubbio valore umano e pratriottico. Pochi, quasi inesistenti i documenti su cui ricostruire il personaggio “Cion”. Indispensabili, importanti le testimonianze della sorella e di alcuni dei suoi uomini ancora in vita. I loro nomi aprono il libro con accanto i loro ricordi. Per me la morte di Silvio Bonfante non mette la parola fine al mio libro e il “sensazionale” sta nel fatto che non ho voluto mettere la parola fine. La resistenza del “Cion” non è finita e si incarna oggi nel bambino di Aleppo, nuovo coraggioso partigiano. Nella parte iconografica ho messo in evidenza i disegni dei bambini siriani in fuga dalla bombe e dalla morte. “Cion” ha combattutto per la pace, ma purtroppo la guerra continua. Tutto ciò è racchiuso nel dipinto del retrocopertina, opera realizzata dal pittore greco, perseguitato e condannato a morte del regime dei colonnelli, Giorgio Oikonomoy. L’artista ha tratto spunto dal mio libro per illustrare la conteporaneità del sacrificio del partigiano Bonfante.

M: Chi era dunque questo uomo dal fisico potente e il sorriso bianco, cattolico che ha saputo comandare e guidare rossi e bianchi contro un nemico ben più numeroso e meglio armato?
L: Era qualcosa di straordinario perché prima di prendere la decisione di salire in montagna ha meditato a lungo la scelta. Da credente, come aveva risposto alla chiamata della vocazione, aveva fatto la scelta di diventare “ribelle”. Alla madre, prima di lasciare la sua casa, disse «Devo andare lassù in montagna. Quei ragazzi sono pecore senza pastore». E qui viene fuori la sua religiosità, la mai sopita voglia di diventare pastore più di anime che di pecore. Nel suo caso, però, il suo essere pastore significava diventare comandante di un gruppo di sbandati malvestiti e male armati a cui far capire che il gregge doveva restare sempre unito per non diventare vulnerabile ai tanti lupi che popolavano le montagne.

M: Parlaci per favore dei testimoni, di come sei riuscito a convincerli.
L: Rispondere a questa domanda è facilissimo perché facilissmo è stato organizzare l’incontro con i testimoni. Nessuno si è tirato indietro. Tutti hanno collaborato con lucidità per ricostruire la storia. Ci sono voluti mesi di lavoro, ma è stata una bellissima esperienza che mi ha arricchito non solo sul piano storico ma anche umano.

M: Quando si parla di Resistenza (e questo si respira nel libro) si tocca la piaga della delazione. Mimmo Franzinelli ne fa un vero e proprio catalago, ma anche tu ti dedichi parecchio al fenomeno. Ce ne vuoi parlare?
L: Il delatore, la spia, non sono un fenomeno esclusivo della Resistenza. In qualsiasi guerra, sia essa armata piuttosto che politica o industriale, la figura di chi è pronto a tradire è sempre viva. “Cion”, come altri personaggi grandi e minimi della storia, ha dovuto fare i conti con più spie. L’ultimo atto della sua vita è stato scritto da una spia sulla quale però non c’è mai stata sicurezza. Si è parlato a lungo di un guardiacaccia indispettito dal fatto che i partigiani fecessero razzie nella riserva di cui era custode. Avrebbe segnalato la presenza dei partigiani ai tedeschi che così avbrebbero circondato la zona. A volte, però, la fantasia popolare non permette a chi cerca la verità di trovarla veramente, anzi mette il bastone tra le ruote.

M: Iniziavo con: la letteratura della Resistenza è strana, come lo è la Resistenza stessa per certi aspetti. Intendevo qualcosa che la mia generazione non è mai riuscita a spiegarsi, anche se tutto questo con Il coraggio di Cion ha poco a che fare, ed è che sono stati messi al muro fascisti e nazisti colpevoli di crimini ben minori di quelli commessi da boia come il capitano Ferraris di Ordine Pubblico e gente come costui è morta più o meno anziana in un letto. La domanda te la sei fatta naturalmente anche tu, come tutti, ma l’hai mai posta a chi una risposta potrebbe dovercela? Sono solo uno scrittore che si è occupato di narrazioni partigiane, il più delle volte di partigiani bianchi ai quali è stato imposto o con noi o contro (parlo del nostro microcosmo, la soffitta dell’Italia chiusa tra le Alpi Liguri), o di soldati tedeschi che tornano quarant’anni per spostare qualche scogliosa colpa come dei Sisifo. Tu no, tu hai parlato e le hai intervistate le persone che hanno lottato e popolato quei casolari. Tu non sei al primo libro sulla Resistenza ma in qualche modo hai tracciato un sentiero, hai rimpolpato un filone e l’hai fatto con onestà occupandoti sia di coraggiosi ignoti che di icone.
L: La lotta di Liberazione è stata un’esperienza irripetibile, come irripetibile è quanto hanno saputo scrivere i Padri della Patria nella nostra Costituzione. Le tante domande che ti poni e che poni avrebbero bisogno di fiumi di inchiostro che si riverserebbero soltanto in ipotesi. Unica certezza è che l’Italia democratica è nata anche grazie a quell’aministia che permise l’apertura delle carceri anche a chi aveva, tra mille nefandezze, aderito alla Repubblica di Salò. Oggi non bisogna più fare diversificazioni parlando di storia resistenziale, tra partigiani bianchi e rossi. Occorre solo ricordare che l’Italia è stata liberata grazie al coraggio di quegli uomini e di quelle donne che, come “Cion”, hanno dato la vita per cacciare nazisti e fascisti. La Resistenza è stata fatta da comunisti, democristiani, socialisti, repubblicani, liberali, monarchici e dai tanti senza partito che chiedevano soltanto di poter vivere liberi. Ma la domanda di come molti criminali abbiano vissuto indisturbati rimane viva, parte dei tanti misteri che costellano questo nostro mondo.

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