Rosa Salvia su “Passione Poesia”

Mercoledì 22 febbraio 2017 alle ore 18.00 presso la Libreria Odradek, via dei Banchi Vecchi 57, a Roma, Presentazione di Passione Poesia. Letture di poesia contemporanea 1990-2015, a cura di Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo e Nino Iacovella, Ed. CFR, Milano, 2016. L’incontro è curato da Anna Maria Curci e Luigi Cannillo. Tra i saggisti e i poeti presenti nel volume interverranno: Luca Benassi, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Riccardo Corcione, Claudio Damiani, Annamaria Ferramosca, Ignazio Gori, Giovanna Iorio, Valerio Magrelli, Rosa Pierno, Carmelo Princiotta, Rosa Salvia, Alberto Toni, Annalisa Venditti, Isabella Vincentini, Simone Zafferani. Sono lieto di presentare per l’occasione una recensione dell’antologia da parte di Rosa Salvia, che ringrazio di cuore, avendo personalmente apprezzato molto l’iniziativa.

Voci che si intrecciano mirabilmente in un unico canto
di Rosa Salvia

Passione Poesia, come precisa Luigi Cannillo nella sua nota introduttiva, non intende essere un’antologia-museo (dalla definizione di Edoardo Sanguineti) né un’antologia-manifesto, né tantomeno legata a qualsiasi pregiudiziale ideologica o consorteria poetica.

Lo scopo è quello di proporre un’antologia articolata nello stile e varia nel suo significato (tenendo in giusta considerazione le esperienze di scrittura femminile e giovanile, la distribuzione geografica dei poeti, la poesia dialettale, le esperienze di poesia legate all’oralità e alla musica, quelle di dialogo fra poesia e prosa), in cui l’espressione poetica raccolga lo spirito di quanto è alla radice comune del pensiero e del sentire: voci che si intrecciano mirabilmente in un unico canto, distillati di oltre cento poeti e di altrettanti cappelli critici, fermo restando le peculiarità di ciascun poeta recensito (compresi alcuni quasi sconosciuti, ulteriore risorsa di questo volume) e la necessità di cogliere quanto c’è di educativo ed utile nel volo pindarico in cui si viene proiettati, data la presenza di autori molto eterogenei e in diversi casi addirittura distanti fra loro.

L’unità nella diversità dunque, tenendo presente che un “canone aperto”, o “plurale” è infinitamente più arduo da schematizzare, semplificare a oltranza (Andrea Cortellessa – “La poesia che si fa”).

Ogni gesto critico autentico (tanto più quando si tratta, come nel caso di questa Antologia, di una scelta diretta, con le annesse, spesso sottaciute esclusioni) risulta fondato sulla stessa parzialità che è insita nell’abbracciare una ben determinata individualità poetica anziché un’altra, ma con tutta la responsabilità e la problematicità che la tal cosa comporta.

Sul “Messaggero”, l’11 giugno 1986, Giovanni Raboni aveva scritto:

“E’ difficile, lo so, ammettere che i poeti importanti possano essere così numerosi. E’ talmente più facile e rassicurante credere agli assetti piramidali, e immaginare che il lavoro poetico di un secolo confluisca in uno o due autori “esemplari”, conoscendo l’opera dei quali si può sentir battere il polso di un’epoca, si può possederne tutto il significato!”

In tal senso, il criterio che ha giustificato e guidato la composizione di questo lavoro non andrà ricercato in una esattamente definita dichiarazione di poetica, si tratta piuttosto del riconoscimento di una parola poetica integra, portatrice di una più piena incisività e visibilità umana, qualcosa che si può definire come una decisione di essere.

Importante poi mettere in rilevo le carenze del nostro sistema scolastico che non consentono di fornire agli studenti gli strumenti atti a stimolare una adeguata conoscenza delle arti letterarie e della critica. Un sistema chiuso, nozionistico, quello scolastico, molto lontano dal metodo d’insegnamento socratico che guarda non all’imposizione passiva di contenuti, ma al confronto dialettico al fine di un genuino interesse per la ricerca. Secondo me, negli istituti superiori, dovrebbero aprirsi laboratori di letteratura e poesia accanto a quelli scientifici. E non solo, utilissimo sarebbe anche il confronto periodico con insegnanti universitari.

Quanto detto ci induce a porre l’accento ancor più su quella che dovrebbe essere la funzione della critica contemporanea, tenendo conto di quella spada di Damocle che è la marginalizzazione della poesia. Nino Iacovella riporta alcune riflessioni di Andrea Zanzotto:

“Il poeta è sempre una figura marginale e nello stesso tempo emarginata. Ora se noi volessimo trasformare il poeta in elemento definito nel quadro sociale e storico, noi verremo a togliere alla poesia la sua prima caratteristica, quella di essere un momento ‘in fuga’, ma fuga che arricchisce e approfondisce”.

In questo ossimoro è il mistero della poesia: una fonte di innocenza carica di risorse rivoluzionarie ancor più nel nostro tempo che vive così radicato nell’immediatezza fugace, nell’effimero considerato come assoluto, nel narcisismo patologico solleticato dai social, al punto talora di non avvertire alcuna necessità di ascolto e di reale comunicazione.

La marginalità della poesia è peraltro a mio avviso accentuata dal fatto che, almeno negli ultimi trent’anni, la critica sia, nella maggior parte dei casi, esercitata dagli stessi poeti. A tal proposito Sebastiano Aglieco pone l’accento su due questioni cruciali: la prima riguarda l’esercizio accademico che

“ha spesso coinciso con una rinuncia più o meno coscientemente professata, in quanto oggetto di analisi sono state le opere dei cosiddetti poeti ‘laureati’, passati al vaglio di un canone ristrettissimo in cui inserire scritture già storicizzate e più sicure”; la seconda riguarda la critica coltivata dagli stessi poeti “che può essere portatrice di molti difetti. Il primo è l’agire per fasce di conoscenze, filtrate da scambi di favore, amicizie elitarie, gusto personale e poetiche possibilmente affini alla propria”.

Le riflessioni di Aglieco mi hanno riportato alla mente un passo de “La Critica del Giudizio” di Kant:

[…] è immaginabile che un buon critico possa però distinguere l’apprezzamento di un vino dal fatto che esso sia di suo gradimento […]. Le preferenze personali sono importanti, ma non si può determinare in base a esse se un’opera d’arte o un vino sono di qualità. Se lo sono è perché hanno certe proprietà riconoscibili – riflesse negli standard secondo cui giudichiamo – benché possa essere richiesta una certa pratica per discernerle. Avere certi gusti è una cosa; avere la capacità di valutare è un’altra.

Aglieco mette anche in rilievo che al giorno d’oggi, quanto detto, ha portato a una certa forma di disaffezione verso il testo critico. Alcune riviste come Hebenon e La Clessidra – quest’ultima in una fase della sua storia –, non utilizzano più la recensione come strumento d’indagine e alcuni poeti hanno scelto di non scrivere più recensioni.

Certo notevole è il contributo della poesia in rete, ma resta il fatto che è “impensabile pubblicare su internet lavori corposamente impegnativi”. (Aglieco)

Tornando al discorso relativo ai poeti a loro volta critici (ne troviamo diversi nell’Antologia), si tratta di autori che da tempo hanno imparato a leggere, da tempo hanno imparato il contatto con i libri, sanno come ci si apre a una lettura, come ci si accosta a una poesia per definirne i mezzi verbali, il linguaggio, sanno come ‘insegnare’ a leggere ai lettori, sanno come allertare le coscienze. Un lavoro molto faticoso e complesso!

Talora invece, su internet in particolare, ci troviamo di fronte a una spossante cantilena di recensioni scritte frettolosamente e superficialmente al solo scopo di gratificare l’autore. Guai poi ad azzardarsi a fare qualche riflessione poco lusinghiera! Eppure altissimi poeti come Keats o Leopardi (tanto per fare qualche nome) ne ebbero ai loro tempi di critiche persino velenose!

C’è poi un altro grosso problema, messo in rilievo dai curatori di questa Antologia: spesso la letteratura è degradata a merce. Se un tal critico pratica questa vita assoggettata al commercio del libro, preferirà parteciparvi a uno stadio puramente commerciale, marcirà nel circolo vizioso dell’editoria, delle ipocrisie e delle manfrine.

Secondo me, il modo migliore per chi sente la vocazione del critico, di raggiungere i propri obiettivi, è quello di scegliere di lavorare in silenzio a un’opera critica, senza condizionamento alcuno, con estrema serietà e competenza, allo scopo anche di dar voce a quei poeti ‘sommersi’ sconosciuti o sottovalutati.

La torbida logica “degli amici degli amici”, dei gruppi chiusi e autoreferenziali, non può, a lungo andare, che danneggiare la poesia la quale cresce nella misura in cui è strumento di autentica interazione con gli altri.

Eppure, fermo restando le difficoltà e le contraddizioni, credo che la presente Antologia testimoni i risultati migliori di un lavoro che è stato fatto e che deve necessariamente avere seguito e che ha semmai potuto trarre nuova forza ed efficacia dalla relazione e dal confronto con una miriade di tipi di linguaggio poetico. Azzardando allora un’ultima ipotesi critica, è forse il caso di intravedere per la poesia, dopo estenuanti derive, la sagoma ancora incerta dell’altra riva del fiume che accoglie non nuovi poeti, ma poeti nuovi in cui ancora si rinnova, nella fluidità della parola, quel sentimento vivo e presente di libertà punto di inizio del proprio operare.

(Mille grazie a Giorgio Morale che mi ha sollecitato a scrivere questo articolo)

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