SUL TAMBURO n.34: Domenico Cacopardo, “Semplici questioni d’onore”

domenico-cacopardo-semplici-questioni-donoreDomenico Cacopardo, Semplici questioni d’onore, Venezia, Marsilio, 2016

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di Giuseppe Panella

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Concetto Granaleo, detto Tino, studente a Scienze Politiche, innamorato perso della cugina carnale Ornella che lo ricambia, è stato allevato dalla zia Antonia: la madre è morta quando lui era piccolissimo e il padre è scomparso da Messina il 31 dicembre 1943 e non ha più fatto avere alcuna notizia di sé. Il giovane è molto legato a uno dei suoi tanti cugini, Demetrio, con il quale ha condiviso esperienze di vita, di caccia e di aspirazioni al successo con le donne e con la futura professione. Ma una notte, al suo ritorno a casa in tarda notte, succede qualcosa: due individui pericolosi si introducono in casa convinti che il giovane non ci sia e uccidono la zia con un colpo di coltello in pieno petto. Tino sente tutto ma non si muove dal nascondiglio improvvisato di camera sua: in seguito accuserà se stesso di una vigliaccheria congenita e meschina, umiliante e vergognosa, ma salverà in questo modo la vita (come gli dice il cugino Demetrio cui confiderà la sua debolezza).

Perché la zia, amorosa e cordiale madre putativa, è stata assassinata? Poco tempo l’omicidio, il padre Giorgio ritornerà a Messina, scortato da due guardie del corpo, in occasione del funerale della donna e con lui il giovane figlio avrà un colloquio intenso ma non particolarmente rivelatore circa i motivi della sua scomparsa (tutto viene rimandato, in questa occasione, al 1982, vent’anni dopo – la data di inizio delle vicende narrate è il 1962, nella notte tra il 18 e il 19 novembre). Anche il padre, però, ricomparso in Sicilia sotto falso nome, verrà ucciso insieme alla sua scorta e le ragioni dei delitti rimarranno misteriose anche per i più diretti interessati.

Ma il giovane marito, coadiuvato dalla sua sposa affettuosa e compiacente, vorrà andare fino in fondo alla vicenda delittuosa di cui è stato involontario protagonista e soprattutto Tino si interstardirà a sapere chi è stata effettivamente la sua madre naturale, morta anzitempo e mai conosciuta. La sua ricerca sarà coronata dal successo ma sarà una scoperta amara e agghiacciante che lascerà Tino con il cuore pesante: sua madre (non dirò chi è…) non era quella che lui pensava che fosse… Dopo questa affannosa ricerca di un’identità fino ad allora negatagli, la vita del giovane uomo proseguirà apparentemente indisturbata e prenderà un ritmo tranquillo e scandito da successi professionali e umani (la nascita di due figli, l’acquisizione progressiva in proprietà e la gestione dei beni della famiglia) finché dopo la morte prematura della moglie Ornella, l’uomo ormai maturo deciderà di trasferirsi a Roma dove occuperà il tempo dedicandosi a un negozio di antiquariato situato nel pieno centro della Città Eterna e a un nuovo amore per Elena, una donna appassionata e sincera, conosciuta e apprezzata come donna e come nuova compagna di vita.

Giungerà finalmente il tempo di conoscere le ragioni che spinsero a suo tempo il padre a fuggire dalla Sicilia e di ricevere da una sua lettera rimasta in custodia dello zio Basilio.

Il padre, buon medico stimato come otorinolaringoiatra, era diventato durante l’occupazione americana della Sicilia, il tesoriere dell’esercito e gli era stata affidata una somma molto cospicua in dollari con i quali pagare l’aiuto prestato dalla Mafia all’esercito USA in occasione dello sbarco sull’isola. Il denaro sarebbe dovuto finire tutto nelle mani della malavita organizzata e lui stesso sarebbe dovuto essere eliminato per evitare che in futuro potesse diventare un testimone scomodo.

Il padre di Tino, allora, decide di sparire facendo perdere le proprie tracce – si rifugerà nella Svizzera italiana, cambierà nome e si costruirà una nuova identità e una nuova famiglia. Molto del suo denaro, tuttavia, sarà destinato al figlio di cui non ha mai smesso di occuparsi, anche se da lontano. L’uomo, ormai disincantato nei confronti del padre e della sua figura un tempo idealizzata, pensa che in questo modo tutto sia finito ma, durante uno dei suoi periodici ritorni in Sicilia, apprenderà ancora qualcosa di nuovo sulla sua vita passata che lo convincerà ad andare via dall’isola amata ma impossibile da vivere come patria ideale e luogo del declino.

Libro sulla Sicilia soprattutto, Semplici questioni d’onore, nonostante le sequenze di “ammazzatine” che l’aprono e a cui continuamente si allude, non è un poliziesco e non è neppure “soltanto” un libro sulla Mafia, seguendo una tradizione alta che ha trovato in Leonardo Sciascia il suo culmine.

E’ la storia di una vita e, soprattutto nella prima parte, un “romanzo di formazione”, una storia d’amore molto bella, dai toni idilliaci di una passione alla Stendhal e un ritratto di costume di una regione splendida e travagliata, sconvolta da mali antichi sempre rinnovati e vigenti.

La scrittura di Cacopardo è cristallina e articolata con semplicità e piacere della scrittura, ma non disdegna squarci di poeticità intrinseca e rivissuta (non si dimentichi che l’autore non solo è autore di storie poliziesche ad alto livello di suspence e di ritmo narrativo ma è anche fine poeta di sensazioni e ricordi d’amore come nel caso di Il verso dell’innocenza, Acireale-Roma, A&B Editrice / Bonanno, 2012). I momenti di nostalgia per un tempo della vita ormai irrevocabilmente trascorso e le visioni strazianti del paese natio descritto a partire dalla sua strepitosa bellezza spiccano in un tessuto narrativo di grande lucidità e brillantezza:

«Amo la piombaggine, pianta cespugliosa e rampicante: produce fiori azzurri, quasi lilla, che tappezzano le aiole lungo la strada vecchia che da Giardini conduce a Taormina. Soprattutto le siepi di quella che fu Villa Marzotto, un gioiello architettonico affacciato sull’Etna e sulla baia dell’Isola Bella. Percorrere il tratto di strada nazionale che dalla SS114 conduce a Taormina mi rende felice: c’è un’armonia di volumi, di colori, di profumi che non ho trovato in nessun altro posto al mondo. Amo i gerani rossi che decorano le statali siciliane: da bambino, erano anni di dopoguerra, andavo a cogliere quei fiori, perché mia zia Antonia li mettesse a macerare. Producevamo così l’inchiostro rosso con il quale sono scritti i miei quaderni delle elementari» (p. 256).

In questo dissidio tra bellezza dei luoghi e delle passioni e orrore delle situazioni di sopraffazione e di dominio, vive la natura profonda del libro di Cacopardo: un thriller dell’anima, un viaggio a ritroso in un mondo che non c’è più, sostituito da un altro che sarebbe meglio che non esistesse e non trionfasse ancora oggi con la sua bruttezza e la sua spaventosa ferocia.

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