Studia, rimani disoccupato, muori

di Aysh Violet

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Ho da poco compiuto 25 anni, sono esattamente nella fascia d’età dei giovani disoccupati, senza certezze e speranze per il futuro, la fuga di cervelli, la generazione che scappa a Kreuzberg per fare il cameriere laureato. Così mi si classifica.
Davanti al Liceo classico della mia città, c’è una scritta sul muro: studia, rimani disoccupato, muori. Quando ho letto la frase, mi è venuto da ridere.
Ma posso permettermi di ridere? Non significa ridere del pensiero collettivo di una generazione intera?
Se tornassi indietro di qualche decennio non penso proprio che avrei visto una frase del genere scritta sul muro. Il sentimento comune non era caratterizzato dall’ amareggiamento collettivo, si voleva la lotta di classe, si odiava il potere, si inneggiava alla rivoluzione e si aveva la speranza di poter cambiare le cose.
Quello che la mia generazione prova oggi è dolore e paura, la convinzione, anzi, la certezza, di essere in balia di quello che avviene, di non avere le armi per difendersi. Non si vota, non si manifesta, non si pensa, non si critica. Non si crede che sia possibile un mondo diverso e, forse, non lo si vuole nemmeno.
Della lotta di classe non si sa nemmeno fare lo spelling.

Mi sono laureata in Scienze Politiche l’anno scorso. All’inizio, la mia idea dell’università era ben diversa di quello che mi aspettava realmente all’Università Statale di Milano. Dove se non alla facoltà di Scienze Politiche si dovrebbe insegnare agli studenti il pensiero critico?
Solo due professori in tre anni di studio, ci hanno fatto riflettere sulla nostra responsabilità nel mondo.
Il senso critico, del resto, è esattamente quello che manca totalmente all’interno del sistema scolastico italiano. Da quando il bambino entra nell’asilo gli viene insegnato − e se non viene assimilato, ubbidientemente imposto − quello che è giusto e quello che è sbagliato.
I bambini non possono imparare da sé, scegliere cosa credono sia bello o brutto, giusto o sbagliato.
Un bambino che agisce in modo diverso dal previsto, cioè che non obbedisce, viene subito etichettato come ”cattivo”. Ma possiamo definire ”cattivo” un bambino solo perché non obbedisce?
Arrivando alle elementari inizia quindi la vera sfida per le maestre: spezzare l’essenza dei bambini.
A chi non obbedisce: Nota!
Si terrorizzano i genitori perché loro figlio deve imparare a leggere e scrivere entro il primo quadrimestre. Non può disegnare fuori dai bordi e non può giocare liberamente nel pomeriggio perché deve studiare. Se no – come fa a passare l’anno?
Con la minaccia dei brutti voti e una marea di compiti spesso insensati si cerca di eliminare quel briciolo di libertà che è la natura del bambino stesso. Dopo le otto ore passate a scuola: lunedì lezione di inglese, martedì di pallavolo, mercoledì di pianoforte e così via. Domenica mattina la messa e al pomeriggio le gare sportive. Oltre a tutti questi impegni deve anche trovare il tempo di fare i compiti, studiare per le verifiche, iniziare ad avere le prime relazioni sociali all’oratorio, imparare a mangiare con forchetta e coltello, essere il migliore della classe e il preferito della nonna.
Se un bambino non vuole andare a scuola, se non gli piace, il pensiero comune è che sia pigro e che non voglia imparare. Ma queste sono solo menzogne. Non le prime e non le ultime che gli vengono raccontate affinché possa diventare un adulto come si deve.
Un uomo qualsiasi.

Ma in verità non è il bambino che parla quando dice che non gli piace la scuola e che non vuole andare a lezione, quando fa finta di avere mal di pancia e quando bigia − è l’inconscio collettivo che si esprime attraverso il suo personale malessere. È l’inconscio prima di essere spezzato, prima di essere addomesticato, prima che vengano inculcati tutti i luoghi comuni che costituiscono il mondo degli adulti: la carriera, il lavoro, gli obblighi e la responsabilità.
Se la coscienza critica viene così sradicata fin dal primo momento, se ogni atto ”sbagliato” o contrario a quello che sono i sani principi che la società prescrive ai suoi membri vengono puniti, come si può pensare di crescere dei ”ribelli” ¬?
Poiché la nostra fantasia è stata bandita fin dall’inizio ci si ritrova davanti ad una generazione la cui la speranza è stata annullata sul nascere, una generazione non più capace di vedere oltre l’oggi e quindi ad immaginare un mondo differente.
Quando crescono, questi bambini diventeranno certamente dei bravi cittadini, ma sono adulti nel vero e proprio senso della parola? Come si fa diventare adulto se si è sempre trattato da bambino?
In questa luce, la meccanica della società nella quale viviamo, risulta molto chiara:
Obbiettivo: essere importante, bello, ricco, famoso, essere alla moda, stare bene, essere fit, avere una bella famiglia, andare al mare ad agosto.
Sensazione di frustrazione: non valere mai abbastanza se non si possiede l’ultimo iPhone, la giacca dell’ultima foto della Ferragni su Instagram, se non si è iscritto alla GetFit, se non si sa cantare l’ultima canzone di Fedez, se non si esce alla sera a ”sbocciare” in discoteca, se non si striscia, se si beve la Belvedere nel Privè.
Raggiungimento obiettivo: fare Shopping, uscire al venerdì sera, avere tanti amici, avere l’American Express nera, fare shopping.
Mezzi per raggiungere l’obiettivo: lavoro, straordinari, carriera.
Il divertissement: il campionato, i VIP, i reality, la moda, i Fashion Blogger, gli Youtubber.
Luoghi comuni, forse, quelli che sto descrivendo, ma non per questo meno veri. La banalità di questi luoghi comuni, purtroppo, è la paurosa realtà dei giorni nostri.
Se generazioni intere crescono con in mano il cellulare e davanti alla televisione, se viene tolto loro, fin dai primi passi, la libertà di esplorare se stessi come individui, se non possono esprimersi senza paura del giudizio altrui, come possiamo allora pensare di far evolvere e far crescere degli individui pensanti che possono attivamente migliorare il mondo in cui viviamo?

Foto di Johanna Combi

17 pensieri su “Studia, rimani disoccupato, muori

  1. Hai espresso alla perfezione quello che penso da anni. Questo argomento è forse l’unico in grado di togliermi il sorriso. Io all’inizio del secondo anno di università ho lasciato, per vari motivi, sia di forza maggiore sia perché ho pensato che fare tutti quei sacrifici per pagarmi l’università senza la minima speranza nel futuro, era buttare via non solo i soldi, ma anche il rispetto per me stessa, già la società ci prende in giro, che faccio mi prendo in giro da sola? E allora ho provato a ribellarmi, a cambiare strada, a farne una diversa da quella imposta a tutti gli altri. A me piace studiare, mi piace sapere, e quindi ho continuato a farlo, ma per conto mio, senza riconoscimenti ufficiali e ai colloqui non ci credono quasi che non sia laureata. Ora che ho 34 anni e sono mamma, posso dirti che quel pensiero , quella riflessione (la stessa che hai fatto tu in questo bellissimo post) suona ancora piu forte nella mia testa, e mi fa ancora piu male. Perché io, a 34 anni, buttata da un lavoro all’altro, spesso subordinata a persone ignoranti e incompetenti che raggiungono ruoli di comando grazie a legami di sangue (neanche fossimo nel medioevo) non ho ancora trovato la mia strada e so che per farla trovare a mio figlio, dovrò mandarlo via , dovrò farlo andare lontano da me, dalla sua casa, perché qui non c’è niente…non c’è futuro per nessuno. Questo mi rende molto triste, mi spaventa, perché quando andavo a scuola, studiavamo che ai periodi di depressione si succedevano rivoluzioni, ribellioni o anche guerre, ma ora c’è solo rassegnazione.
    Scusa se mi sono dilungata nelle mie riflessioni (tra l’altro sto scrivendo da cellulare, quindi spero di non aver fatto errori di battitura)
    Hai 25 anni, per te ci sono ancora speranze, ma se puoi, credimi, è meglio che tu vada via dall’Italia.
    Un abbraccio, e buona fortuna! 😘

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  2. L’ha ribloggato su Di letteratura e vecchi merlettie ha commentato:
    Condivido in gran parte quello che scrivi. Vero che la scuola spesso e sottolineo spesso, non sempre, mira a distruggere la creatività. Tuttavia esiste un nucleo familiare, che molto più spesso, risletto alla scuola, crea questi esseri non pensanti. Allo stesso tempo e qui mi trovi in disaccordo, delare ogni responsabilità della mancanza di spirito crico nei giovani alla scuola, alla famiglia o a entrambe, è un errore. Tu vieni proprio dalla stessa società che giustamente critichi, eppure sei un essere pensante. Siamo troppi, non tutti possediamo menti critiche ad alto livello e a molti la vita dei VIP attrae, punto, senza se e senza ma. La scuola può cercare di salvare chi vuole essere salvato. Gli altri, faranno le loro scelte. Penso che la generazione attuale di giovani non abbia nessun interesse a ribellarsi: alcuni stanno comodamente acasa con i genitori, vedono nella creazione di una famiglia una fatica inutile. Altri sperano di viaggiare e lavorare all’estero perchè pensano dintrovare tutto il meglio altrove. E forse nkn hanno tutti i torti. Vuoi far ribellare i giovani? Togli il calcio x i maschietti e per le femminucce trucchi e tacchi alti. Questa è la massa. Gli altri siamo noi. 🙂

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  3. Quella che tu descrivi è la massa non pensante. La scuola non ne è interamente responsabile. In fondo, sia io che te siamo andate a scuola qui in Italia e non mi sembra che non abbiamo sviluppato spirito critico. Ti pongo una domanda provocatoria: cosa c’è di male a sognare o lavorare per diventare un blogger o un calciatore di serie A? Convengo che non siano dei filosofi, ma nella nostra società non abbiamo bisogno di centinaia di migliaia di filosofi. Ne basterebbere pochi ma buoni. Pensa al contributo di Voltaire, Rousseau e Montesquieu. Tre personcine che hanno cambiato il modo di vedere la società l’uomo e la politica. Hanno cambiato la vita in meglio a persone che sono morte senza nemmeno conoscerli di nome. Io non sopporto gli atteggiamenti critici fini a se stessi. E penso positivo, sempre. Ad esemlio, per me una fashion blogger saràuna cretinetta da un punto di vista intellettuale, però è una disoccupata in meno. Capisci? Che danno fa alla società? Nessuno. Anzi, un posto in meno da piazzare in settori già saturi. Un altro esempio? Fedez e J Ax. Scrivono canzoni super commerciali e allora? Sono bravi ad attirare un pubblico molto giovane, bene altri due disoccupati in meno! Poi siamo liberi di non ascoltare i loro brani. La ferragni non capisce un tubo di moda? Probabile. Se è per questo io non concepisco proprio la moda, ma è un
    roblema mio. La ragazzina si è creata un business, per me è stata in gamba, insieme a tutto il suo entourage, certo, non penso abbia fatto tutto da sola. Ma loro sono loro e noi siamo noi. Noi che abbiamo spirito critico, dobbiamo capire chi siamo e cosa vogliamo e realizzarlo in questa società. Quello che fanno gli altri chissenefrega! Altrimenti dobbiamo ammettere che loro sono più in gamba di noi!
    Studiare sì va benissimo, ma poi occorre rimboccarsi le maniche e fare esperienza di vita. Qui, all’estero, qualcosa si trova. Vuole determinazione.

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  4. Ho trovato questo articolo per puro caso, su suggerimento di WordPress credo, e mi ha colpito in negativo in maniera intensissima. Mi rivolgo all’autrice: hai pensato a perché mai qualcuno dovrebbe darti un lavoro? Soprattutto dopo aver letto questa cosa. Parti con un pippone ridicolo sulla malvagità delle istituzioni borghesi (come se non fossero i compagni di classe, e non gli insegnanti, a punire chi è diverso), istituzioni nelle quali sembra tu abbia vissuto l’intera tua vita senza mai dover faticare e pure ti lamenti, segno che sei ingrata verso la tua stessa gente. Dici che vuoi criticare l’autorità, e non si capisce bene che diritto ne hai, visto che non hai mai fatto niente di concreto tutta la vita; e infine elenchi una serie di status symbol che si capisce benissimo desideri ardentemente ma specifichi che non hai nessuna intenzione di farti il mazzo per averli. Insomma, da brava marxista all’italiana ci stai dicendo che vuoi farti mantenere dallo stato per tutta la vita con le mie tasse, per esercitare la tua importante attività di critica culturale, per la quale mi sembra ci siano già i bar o i blog su WordPress, al costo di un caffè. Io, che come traduttore piglio 5 cent a parola quando va bene (fai i conti su quante parole devo tradurre per fare mille euro), come dovrei reagire? Prendendoti a schiaffi?

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  5. Grazie emiliacapasso, del tuo commento, su alcuni punti sono d’accordo, grazie del commento, Johanna

    Grazie albertoaldrovandi, del tuo commento, mi spiace tu sia così incazzato, spero la tua vita prenda una piega migliore, un abbraccio, Johanna

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  6. semplicemente perfetto … 🙂
    la scuola moderna è così NON per caso, deve istruire un gregge di pecore dal pensiero unico
    capaci solo di ‘produrre e consumare’ , di essere schiavi senza lamentarsi, dare senza ricevere in cambio nulla …

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  7. ai miei tempi sui muri della scuola si scriveva Kossiga boia, eh i tempi cambiano e siamo noi, generazione precedente alla tua (Stefanie e io abbiamo grossomodo la stessa età) ad avere sbagliato tutto. Abbiamo fatto pochi figli che abbiamo tirato su a brioches, quando invece sarebbe servito un po’ di pane duro.

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  8. Mai come in questo periodo l’educazione è stata ipermorbida, la scuola poco selettiva e costrittiva. Le difficoltà che si lamentano derivano da motivi di mancata risoluzione da parte della società di problemi di fondo e da complesse ragioni di equilibri o squilibri internazionali. fare vittimismo serve a poco

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  9. Entro nel tuo blog in punta di piedi, scusa se ti do del tu ma hai più o meno l’età di mio figlio, mi interessano molto le tue considerazioni, mi “servono” per capire un pò di più quello che sta succedendo. Tratti diversi aspetti, l’educazione, il consumismo, le aspettative e le prospettive di voi giovani di oggi, le prime forse non diverse dalle nostre, le prospettive invece sembra di sì (peggiori almeno dal punto di vista lavorativo, ma forse tanti obiettivi che ci ponevamo noi alla fine non avevano nemmeno senso, ed oggi c’è una capacità di essere cittadini del mondo che noi ci sognavamo). Avevamo forse meno cose inutili ed era meno difficile rinunciarci, quello si… e forse avevamo genitori più bravi di quanto siamo stati noi, anche. Buona continuazione!

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