Lo scrittoio di Spinoza (I)

di Roberto Plevano
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È la mattina del 21 febbraio 1677, siamo nella provincia d’Olanda a L’Aja. Hendrik van der Spyk, pittore e decoratore, si appresta a recarsi nella chiesa luterana con la moglie Ida Margareta per la messa della prima domenica di carnevale. I due vivono con i sette figli, il maggiore dei quali ha appena nove anni, in una casa sulla Paviljoensgracht. Una delle camere al piano di sopra è affittata, ormai sono sei anni, a un ospite quieto e riservato, un uomo di lettere che vive per lo più in solitudine e provvede personalmente ogni giorno al suo vitto.

I coniugi van der Spyk sono in buoni rapporti con il loro inquilino. Capita spesso che lui scenda di sotto e chiacchieri amichevolmente a lungo con Hendrik e Ida Margareta, spesso commentando le prediche del pastore in chiesa, a cui presenzia raramente ma di cui pare conoscere il contenuto meglio di chiunque altro. Qualche volta fuma con piacere la pipa. La sua vita è tranquilla e ordinata: si contenta di poco, i suoi pasti sono semplici e una mezza pinta di vino, qualche volta un boccale di birra, gli basta per due settimane; anche se viene invitato in qualche casa, raramente accetta, preferendo sempre vivere del suo. Alla sera si ritira presto nella sua camera, che contiene un paio di tavoli, alcune sedie, un letto, una libreria con un centinaio di volumi, uno scrittoio. Mostra grande scrupolo di saldare regolarmente il conto dell’affitto.

Nonostante la frugalità della sua vita, l’uomo veste sempre in modo elegante, qualità che, nota Jean-Maximilien Lucas, il suo primo biografo, raramente si trova in un filosofo. Di bassa statura, ha il corpo ben proporzionato, è di aspetto piacevole e, come fu osservato, “portoghese”: la pelle scura, i capelli nerissimi e ricci. E infatti proviene dalla famiglia de Espinosa, ebrei sefarditi stabilitasi ad Amsterdam all’inizio del ‘600, di origini portoghesi: il nome viene probabilmente da espinhosa, ‘luogo di spine’. Gli è stato dato nome Baruch, che significa ‘benedetto’, ma dopo il suo allontanamento dalla comunità ebraica di Amsterdam è conosciuto con il nome di Bento Spinoza, o presso i dotti, col latinizzato Benedictus.

Sappiamo che i van der Spyk conobbero davvero il loro inquilino in un drammatico momento.

Nel terribile 1672, l’anno dei disastri, Francia e Inghilterra attaccarono la Repubblica delle Province Unite. I francesi, passato il Reno in giugno, aggirarono a sud le difese olandesi alleandosi con i governi di Münster e Colonia, e strinsero Utrecht d’assedio; la città cadde in pochi giorni. Gli olandesi ricorsero alla misura estrema: ruppero le dighe e allagarono la campagna, isolando la provincia. Il popolo intero sembrò perdere la ragione, il governo alla disperazione, il paese perduto. I costi furono pesantissimi: nelle città vi furono sommosse e rivolte orangiste contro il governo repubblicano. Il Gran Pensionario d’Olanda, Jan de Witt, fu ferito a L’Aja in un attentato e costretto alle dimissioni, mentre il fratello fu imprigionato sotto accusa di tradimento. E poi, l’orrore: i due de Witt presi da una turba inferocita e sobillata di orangisti, torturati e linciati nella piazza, i corpi appesi per i piedi, sventrati, le interiora arrostite e distribuite in un orgia cannibale. Un’evidenza raccapricciante di quei fatti sono i pochi resti dei de Witt, oggi custoditi (ed esposti in una teca) nel Haags Historisch Museum.

E fu la sera di quel giorno, il 20 agosto 1672, che Hendrik van der Spyk chiuse a chiave la porta di casa e impedì fisicamente al suo ospite di uscire e andare incontro agli scannatori dei fratelli de Witt, e a una più che probabile, orribile morte. Spinoza era sconvolto: sostenitore della politica di Jan de Witt (che conosceva il Tractatus theologico-politicus, in circolazione già da due anni), era stato testimone del conflitto civile in seno alla società olandese. E pure mai avrebbe pensato che gli stimati, rispettabili, timorati da Dio, suoi concittadini de L’Aja si sarebbero abbandonati alle bestiali passioni scatenate quel giorno.

Hendrik van der Spyk vide Spinoza uscire di fretta dalla sua camera, molto agitato, con in mano un cartello fresco di inchiostro: “ULTIMI BARBARORUM”, cioè, i peggiori tra i barbari, da deporre sul luogo del supplizio. E, chissà, allora non pensò all’incongruenza di una scritta in latino, la lingua dei dotti, che un uomo solo andava a opporre alla furia dei massacratori, non pensò all’inutilità di quel gesto dimostrativo, che pochi avrebbero compreso, non pensò al gesto estremo di pietà verso i due sfortunati fratelli. Pensò forse che quell’inquilino mite e riservato sarebbe stato fatto a pezzi, e non sarebbe servito a niente, e nessuno avrebbe notato un’altra piccola morte in quello scenario raccapricciante. E così chiuse a chiave la porta e non permise a Spinoza di uscire, e possiamo soltanto immaginare la concitazione e le parole che proruppero, la sorpresa, il dispetto, e infine la rassegnazione di Spinoza. E possiamo immaginare anche che, grazie a Hendrik, Spinoza finalmente comprese poi l’avventatezza di ciò che era stato sul punto di fare, e seppe che il suo padrone di casa era un uomo con la testa sulle spalle, degno di fiducia per le cose importanti.

La camera nella casa dei van der Spyk rimase la dimora di Spinoza per il resto della sua vita. Lì diede una forma definitiva alla sua opera sistematica di metafisica e proseguì il lavoro su altri progetti che non potè concludere, come il Tractatus politicus, nelle cui pagine la sorte dei de Witt dà luogo a una soltanto apparentemente spassionata considerazione sulla natura umana. Se gli uomini si associano spinti dalle passioni, e non soltanto da un calcolo razionale dei vantaggi che potrebbero trarre, ne segue che tutte le passioni entrano nel gioco politico, anche quelle considerate abiette:

Questo è certo, e nella nostra Etica lo abbiamo dimostrato: che gli uomini sono necessariamente soggetti alle passioni e sono fatti in modo che commiserano gli infelici e invidiano chi è felice, sono più portati ad essere vendicativi che compassionevoli, e, inoltre, che ciascuno pretende che tutti gli altri vivano a modo suo, che approvino ciò che egli stesso approva, e rifiutino ciò che egli rifiuta.

Torniamo alla domenica del febbraio 1677. Spinoza scende di buon mattino a salutare i padroni di casa. Il giorno prima si è sentito poco bene e si è coricato presto. Per questo con lui c’è un amico medico, Lodewijk Meyer, fatto venire apposta da Amsterdam. Spinoza non ha mai goduto di buona salute, è molto magro e tossisce spesso, forse è tisico. I padroni di casa non hanno dato molto peso al malessere, dal momento che si è intrattenuto con loro come al solito. Il medico li incarica “di acquistare un vecchio gallo e di cuocerlo la mattina stessa affinché Spinoza a mezzogiorno potesse sorbirne il brodo”, così Johannes Koehler (lat. Colerus), autore nel 1705 di una seconda biografia del filosofo. Koehler era un pastore luterano tedesco, che aveva risieduto a L’Aja dal 1693 al 1707 e conosciuto personalmente Hendrik van der Spyk. A pranzo Spinoza mangia di gusto. Quello fu il suo ultimo pasto. Al ritorno dalla funzione del pomeriggio, i van der Spyk sono informati dal dottor Meyer che il loro inquilino e amico è morto attorno alle tre del pomeriggio. Aveva quarantaquattro anni. Meyer riparte la sera stessa per Amsterdam.

Hendrik van der Spyk si incarica delle esequie, che avvengono, quattro giorni più tardi, nella protestante Chiesa Nuova sulla Spuy. Koehler ci informa di un corteo di sei carrozze e della presenza di “molte persone importanti”, di cui però non riferisce i nomi. A sepoltura finita, Hendrik van der Spyk invita i presenti a casa sua e, secondo consuetudine, offre del vino (nota di venti brocche per 19 fiorini e 13 soldi, con ricevuta di pagamento).

In quei fatidici giorni, il pittore e decoratore Hendrik van der Spyk è però occupato anche in un compito, assai riservato e importante, che Spinoza gli ha affidato e che soltanto lui può eseguire. Secondo la testimonianza di Koehler, van der Spyk in persona, molti anni dopo, rivelò che:

Spinoza aveva dato disposizioni che il suo scrittoio (zyn lessenaar), con gli scritti e le lettere in esso contenuti, subito dopo la sua morte fosse inviato ad Amsterdam presso Jan Rieuwertsz, stampatore della città, cosa che egli fece puntualmente.

Possiamo dedurre che il filosofo non si illudeva deì poco tempo che gli restava da vivere, e aveva ordinato meticolosamente le sue carte per la consegna all’editore; e anche che temeva che le carte cadessero nelle mani sbagliate e fossero disperse, nel passaggio ai legittimi eredi (la famiglia aveva estraniato Spinoza, la sorella Rebecca e il nipote Daniel de Casseres non avevano interessi filosofici e letterari), o distrutte per intervento di altri. Un lessenaar è un mobiletto con funzioni di scrittoio e leggio (escritoire), con cassetti e serrature per riporre carte e documenti, di solito portatile.

(continua)

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