Lo scrittoio di Spinoza (II)

di Roberto Plevano

Gnadenbild_Mariahilf,_Innsbruck

Il ritratto di Spinoza si trova in alcune copie dell’Opera posthuma del 1677. L’epigrafe è opera di Lodewijk Meyer o Johannes Bouwmeester.
BENEDICTUS DE SPINOZA
Colui il quale conobbe la natura, Dio e l’ordine delle cose,
Spinoza, si poteva vedere con questo aspetto.
È mostrato il suo viso, ma a rappresentare la sua mente
nemmeno la mano di Zeusi sarebbe capace.
Essa si fa valere negli scritti: là tratta di cose sublimi.
Chiunque desideri conoscerlo, legga i suoi scritti.

Hendrik van der Spyk agisce senza indugio. Morto Spinoza, i suoi beni corrono il rischio di essere subito confiscati. Il dottor Meyer porta la triste notizia agli amici e discepoli di Spinoza, che si mettono immediatamente al lavoro per assicurare ai posteri il lascito intellettuale del filosofo. Nei giorni immediatamente successivi al decesso, forse prima del funerale, lo scrittoio è imbarcato sul battello per Amsterdam. Il coraggioso Jan Rieuwertsz lo attende e lo prende subito in consegna. Tra gli amici più stretti di Spinoza, Rieuwertsz è stato l’editore delle opere di Cartesio in olandese e di Spinoza ha già fatto uscire i soli lavori resi pubblici in vita: nel 1763 i Renati Descartes principia philosophiae more geometrico demonstrata – Cogitata Metaphisica (Principi della filosofia di Cartesio dimostrata in modo geometrico – Pensieri metafisici) e nel 1770 lo scandaloso (per il tempo) Tractatus theologico-politicus, in forma anonima e con false indicazioni di luogo. Spinoza vi sviluppa una critica serrata alla tradizione biblica ebraica e, in generale, alle religioni istituzionalizzate, nega che esista un qualsiasi rapporto tra filosofia e teologia, e dimostra che fondamento di ogni società e stato deve essere il libero pensiero, vale a dire il pensiero razionale, il solo che possa definirsi libero. Scopertone l’autore, gli avversari di Spinoza lo denunciano come “il libro più pericoloso che sia mai stato pubblicato”.

Le precauzioni di van der Spyk sono ben giustificate. Da una lettera che gli inviò Rieuwertsz il 25 marzo 1677, a un mese esatto dai funerali, sappiamo che la spedizione dello scrittoio non è passata inosservata.

I parenti di Spinoza – scrive l’editore – cercarono di sapere a chi era stato inviato lo scrittoio, poiché essi reputavano che dentro vi fosse molto denaro e vollero consultare i marinai per informarsi a chi fosse stato destinato. Però a L’Aja non si registrano i pacchi consegnati all’attracco delle barche, sicché non vedo come potrebbero venire a saperlo. È assai meglio che essi non sappiano. Con ciò, termino…

Lo scrittoio così ansiosamente ricercato non contiene denaro, bensì qualcosa di incommensurabilmente più prezioso: la corrispondenza personale con le minute delle lettere inviate, alcune opere incompiute, e soprattutto il lavoro a cui Spinoza si è dedicato fin dal 1661, a cui nelle lettere si è riferito con le parole mea philosophia, in cui ha affrontato le difficoltà “a raggiungere il concetto dell’essenza di Dio partendo dalla critica della cognizione; che era la via percorsa dal Descartes nelle Meditazioni, e che Spinoza condannerà ripetutamente come via disperata e senza uscita” (G. Gentile).

Ogni tanto – scrive Spinoza ancora nel 1661 – sospendo il lavoro. Temo di offendere i nostri teologi e di sollevare contro di me, che proprio non posso sopportare le polemiche, tutto l’odio di cui sono capaci.

L’odio dei teologi. Sono parole gravi. In materia di religione e di libero pensiero, nel ‘600 le istituzioni olandesi mostrarono molte volte la medesima intolleranza della Chiesa cattolica. Al sinodo della Chiesa Riformata Olandese tenuto a Dordrecht nel 1618, i calvinisti respinsero integralmente le Rimostranza arminiana; il clero arminiano fu costretto al silenzio e mandato al confino, le comunità dissidenti, come i Mennoniti, perseguitate. Ugo Grozio fu condannato alla prigione a vita, il leader dei repubblicani olandesi, Johan van Oldenbarnevel, di simpatie arminiane, decapitato a L’Aja quattro giorni dopo la conclusione del sinodo. In seguito, i consigli delle chiese evangeliche calviniste e i teologi nominati nelle Università esercitarono un costante controllo sulla circolazione delle persone e delle idee. Nel campo cattolico, Antoine Arnauld approfondì la conoscenza del pensiero di Descartes e avviò il movimento giansenista su posizioni razionaliste, ma altrimenti la tradizione logica e teologica medievale rimase dominante. Nel 1663 le Meditazioni e altre opere di Descartes furono messe nell’Indice; nel 1671 l’Università di Parigi proibisce il cartesianesimo.

Spinoza è considerato e amato nella cerchia di amici, discepoli ed estimatori, che hanno un rapporto diretto con lui, ma è stato, e continua ad essere, bersaglio di continui, furiosi attacchi e anatemi, da ogni direzione. Messo al bando fin da giovane dalla comunità ebraica di Amsterdam, Spinoza è ritenuto eretico sia dai cattolici che dai protestanti. Non ha cercato mai il favore dell’accademia o della politica, anzi, è avversato anche da filosofi razionalisti, allievi di Descartes, docenti a Utrecht e a Leida, le sole università dove i libri di Descartes sono permessi (nelle parole di Spinoza, “certi sciocchi cartesiani i quali hanno fama di condividere le mie idee”, e che “per allontanare da sé questo sospetto non hanno cessato e non cessano tuttora di screditare ovunque le mie opinioni e i miei scritti”, lettera 68); dal vecchio Thomas Hobbes, che a proposito del Tractatus Theologico-Politicus ha detto che “non si sarebbe mai permesso di scrivere simili insolenze”; dai deputati civili delle Provincia di Olanda e di Frisia, che hanno chiamato per energiche misure contro “libri profani” pubblicati con titoli falsi (ancora contro il Tractatus); dal governo della città di Amsterdam, che ha incarcerato per le sue idee filosofiche e religiose un caro amico di Spinoza, Adriaan Koerbagh.

Man mano che stende le parti della sua opera, Spinoza le fa ricopiare da copisti di fiducia e le manda agli amici, che si riuniscono periodicamente per discuterle. Uno di essi, Simon de Vries, descrive a Spinoza per lettera gli incontri del circolo spinoziano, che avvengono ad Amsterdam nell’Orfanotrofio dei Mennoniti:

uno a turno legge; espone il concetto che si è formato e quindi dimostra ogni cosa secondo la serie e l’ordine delle vostre proposizioni. E se accade che non si resti l’un l’altro soddisfatti, si è convenuto di annotare la cosa e di scriverne a voi affinché, se è possibile, ci sia resa più chiara, onde potere così sotto la vostra guida difendere la verità contro coloro che professano con superstizione la religione e il cristianesimo e sostenere vittoriosamente l’urto di tutto il mondo.

Quella di de Vries non è un’iperbole. Spinoza davvero ha contro il mondo di allora, a cui soltanto si oppongono la forza delle sue idee e la tenacia del circolo dei suoi amici.

In realtà, già nell’estate del 1675 la sua opera definitiva, l’Ethica ordine geometrico demonstrata, è finita e pronta per i tipi di Rieuwertsz. Spinoza stesso, raccontando dei cartesiani a lui ostili, descrive al segretario della Royal Society di Londra, Heinrich Oldenburg, le circostanze che lo inducono a rinunciare alla pubblicazione. A malapena nasconde il disappunto e la delusione:

proprio quando ricevevo la vostra lettera del 22 luglio, partivo per Amsterdam, con l’intenzione di consegnare al tipografo il libro di cui vi avevo scritto. Quand’ecco spargersi ovunque la notizia che un mio libro su Dio era sotto il torchio di stampa, e che io mi sforzavo di dimostrare in esso che Dio non esiste. E la notizia era da molti creduta; sicché alcuni teologi (che forse ne erano gli autori) approfittarono dell’occasione per lamentarsi di me davanti al principe e ai magistrati. (…) Informato di ciò da alcuni uomini degni di fede, i quali aggiungevano anche che i teologi mi tendevano insidie in tutti i modi, ho deciso di sospendere l’edizione che stavo preparando (editionem, quem parabam, differre statui) in attesa di vedere che piega prendono le cose, e di informarvi del fatto per averne un consiglio. A dire il vero, la faccenda sembra andar peggio di giorno in giorno, e tuttavia sono incerto su come debba comportarmi.

L’Ethica ritorna quindi nello scrittoio del filosofo. Non sappiamo se quella copia sia stato il manoscritto autografo, o, più probabilmente, un antigrafo redatto da un copista sotto la supervisione di Spinoza stesso, in vista della pubblicazione. In ogni caso, doveva essere un esemplare finito della sua philosophia esposta in un sistema complessivo, con titolazione, divisione in capitoli, note, indicazioni editoriali, ecc. Il contenuto dello scrittoio è la stessa storia intellettuale e umana del filosofo (i due percorsi, trattandosi di Spinoza, procedono paralleli): oltre all’Ethica, vi si trova il Tractatus de intellectus emendatione, un primo tentativo, non finito, di elaborazione filosofica; il Tractatus politicus, redatto negli ultimi anni e interrotto dal decesso; tutto l’epistolario personale; infine, un Compendium gramatices linguae hebraeae.

Jan Rieuwertsz e Lodewijk Meyer si mettono all’opera sull’edizione dei manoscritti, raccogliendo gli amici del circolo spinoziano. Il lavoro della piccola commissione in quel 1677 è indefesso. Con Meyer collaborano Johannes Bouwmeester, Georg Hermann Schuller, e Pieter van Gent per le opere latine; Jan Hendriksz Glazemaker, Jarig Jelles e Jan Rieuwertsz per le versioni in olandese, da pubblicare in concomitanza come De Nagelate Schriften van B. d. S.. Editare un testo come l’Ethica, metterlo a stampa, non è un mero trasferimento, ma richiede un impegno continuo, di attenta lettura delle indicazioni dell’autore, di scelte lessicali, di discussioni su punti controversi, di scioglimento di ambiguità, di indicizzazione: in breve, tutto il lavoro editoriale che soltanto letterati già al corrente con il pensiero, il linguaggio e il metodo di Spinoza possono condurre a termine. C’è l’epistolario, che è parte integrale della vita intellettuale del filosofo e testimonia le sue intense relazioni con gli uomini di cultura del tempo: vengono scelte e pubblicate 74 lettere, quelle che contengono discussioni teoriche, tre cui alcune che hanno come destinatari gli stessi Meyer e Jelles. Una delle lettere a Meyer, la numero XII dell’epistolario, è un piccolo trattato sull’infinito che espone gli argomenti poi sistemati nella prima parte dell’Ethica; un secolo e mezzo dopo Hegel ne farà un’analisi nella Scienza della logica. Infine, le opere incompiute.

Rieuwertsz fa trapelare poco o nulla del gran lavoro. In luglio, Schuller informa Leibniz sui progressi dell’edizione; in ottobre gli raccomanda discrezione, dal momento che “è certo che i teologi stanno ansiosamente investigando”; infine, gli annuncia la distribuzione del libro all’inizio del nuovo anno.

(continua)

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