Fascino oscuro, di Elisabetta Bordieri

spiaggia
Ne aveva incontrati di uomini di quel tipo. E soprattutto conosceva alla perfezione l’arte subdola delle loro torve lusinghe dalle quali si teneva a debita distanza. Ma era proprio quel genere di maschio, tronfio e seducente, che Margaret sceglieva con meticolosa accuratezza per le sue attività, solo che forse questa volta era stata un po’ troppo incauta e precipitosa. In ogni caso aveva assolto il suo compito e, soprattutto, ottenuto ciò che le serviva per i suoi studi. Si preparò un Gin Tonic e, con il bicchiere in mano, si accovacciò a terra, in una posizione terapeutica come una strega nelle umide latebre del suo covo, e si lasciò andare a quel piacevole e malsano ricordo.
Boston sembrava una città europea con i suoi edifici storici, quelle case basse fatte di mattoni rossi, i vicoli stretti e le birrerie agli angoli delle strade. Quella fresca mattina nascente di autunno aveva deciso di cambiare percorso, lasciare il caotico centro e andare a correre in riva al mare lungo Carson Beach a piedi scalzi. Non c’era nulla di più rilassante del profumo della salsedine all’alba, fuori da qualsiasi alienazione mentale. La sua corsa era solo un trattamento di cura creativo correlato a un piacere oppiaceo necessario per produrre una sensazione di vuoto, un vuoto rutilante che ritardava a riempire per godere delle sue recondite astrazioni tenaci e resilienti. Ma quel giorno correva per altro, ed era in attesa.

Finalmente giunsero quei passi polverosi sulla spiaggia, quella voce sepolcrale, quel viso incorporeo.

– Ciao, scusa, posso?

– Ciao.

– Piacere, Nicholas.

– Margaret.

– Freddino a quest’ora.

– Sì, decisamente.

– Sai che non è un buon metodo di allenamento correre a piedi nudi sulla sabbia? Non è salutare perché cambia l’assetto della corsa. Potresti piuttosto correre sul molo, a Millenium Park o lungo il fiume.  

– Intenditore.

– Corri sempre sola?

– Corro sempre solo ed esclusivamente sola.

– Categorica vedo. E perché, se posso?

– Per non disorientarmi.

– Non sapevo che correre in compagnia disorientasse. Perché non ci fermiamo un attimo, riprendiamo fiato e magari parliamo anche fuori di qui?

– Non siamo dentro a nulla. E poi siamo già fuori.

– Intendevo al di là di questa porzione di spiaggia.

– Lo so cosa intendevi.

– Allora rispondi senza dire assurdità.

– Il nulla non è assurdità. E’ filosofia e metafisica.

– No, ‘nulla’ è solo un pronome indefinito e tu sei una grande idiota.

E poi arrivò quella botta prevista che le perforò l’interno degli occhi e la fece traballare solo il breve tempo di rovinare a terra a faccia in giù. Invasa dalla polvere, tossì fino allo sfinimento ma più sputava anima e più inglobava il sapore acre della sabbia. Provò a tirarsi su e a girarsi, non credeva avrebbe potuto sentire tanto dolore. Poi una  seconda botta, questa non calcolata nei suoi piani, più forte della  precedente, colorata di un nero più nero del buio livido. Il tempo di sentire un liquido rosso putrido e infestante colarle giù dalla fronte che cadde in un sonno profondo.

– Dove… dove mi trovo?

Una fredda voce metallica rispose.

– Ciao Margaret, ben svegliata. In un posto sicuro.

– Conosci il mio nome. Chi sei?

– Le presentazioni in un altro momento. Tu dammi quello che mi devi e te ne tornerai alla tua spiaggetta a sgambettare quanto prima.

– Perché sono qui?

– Dovresti saperlo.

– Mi fa male tutto, non vedo niente, accendi una luce. Che vuoi da me?

– Quello che sai, e ti consiglio di sbrigarti. La luce non ti serve e non ho tempo da perdere.

– Sento freddo e mi scoppia la testa.  

– Sam, dalle una coperta e tu, Mat, prendi un antidolorifico altrimenti non ne usciamo. Io intanto le rinfresco la mente. Torniamo a noi. I dati. Dammi quei maledetti dati.

– I dati? I dati di cosa?

– Le domande le faccio io, tu devi solo dare una risposta.

– Io non so di cosa parli.

– Ah sì? Sam, Mat, pensateci voi.

– Cosa significa? Chi sono Sam e Mat?

– Due amici che ti aiuteranno a farti tornare la memoria a modo loro, e non sarà un godimento.

– Non l’ho mai persa e ti ripeto che non so di cosa parli, ricordo solo che ero sulla spiaggia.

– Lo so perfettamente dove eri e lo sa anche lui.

– Lui chi?

– Lui.

Una voce e un viso apparvero dall’oscurità magicamente dissolta. Quella voce e quel viso.

– Ciao.

– Nicholas? Tu!

– Ciao Margaret, Sì io.

– Tu! Sei stato tu!

– Più o meno.

– Sei un bastardo!

– Calmati.

– Sei un maledetto bastardo.

– Non volevo arrivare a questo.

– Mi hai seguita e mi hai spiata!

– E’ stato necessario.

– Chi è il tuo amico inquisitore?

– Non c’è nessun amico.

– Cosa dici, il tipo che mi ha seviziato la mente e sconquassato il fisico fino alla tua fatata comparsa, chi era?

– Era solo una voce camuffata. La mia. Un nastro registrato.

– Cosa? Una voce? Un nastro? Impossibile! Interagiva con me.  

– Interazione scontata.  

– Non può essere! E chi sono Sam e Mat?

– Samuel e Mathias. Due miei uomini. Inesistenti anche loro.

– Cosa?? Sto esplodendo. Chi sei? Cosa vuoi?

– Chi sono conta poco. Voglio i dati. Quei dati.

– Non so niente di questi accidenti di dati!

– E allora non mi lasci scelta.

– Che significa?

– Lo vedrai. Vattene ora.

Non tutte le vittime designate in genere erano astute e comprendevano il senso della finzione, tanto meno capivano che si trattava di un test scientifico sperimentale. Ma era certa che lui sarebbe stato più abile e che avesse già capito. Era ancora seduta a terra con il drink mai bevuto nel bicchiere, quando arrivò la sua telefonata.  

– Ciao Nicholas, un po’ in ritardo.

– Ciao Margaret, sei stata scaltra.

– Più di te, di Sam, di Mat e della voce.

– Come hai fatto?

– Banale meccanismo di manipolazione mentale.

– Non mi freghi.

– L’ho già fatto.  

– Dimmelo.

– Non do mai spiegazioni ma per te farò un’eccezione. Sapevo che eri tu il fulcro di tutto e ho deciso di farti condurre un interrogatorio vero e proprio come dipendesse dalla tua volontà. Ho associato stati emotivi a elementi esterni e variabili, il processo di apprendimento che ne deriva sfugge a qualsiasi controllo. Anche se devo dire che sei stato un soggetto complesso e difficile da gestire. Ho invertito i ruoli praticamente. Avrei potuto chiederti i dati  in modo più diretto e convenzionale, sono certa che con un rapimento e qualche tortura avresti parlato di sicuro. Ma le mie indagini hanno bisogno di cavie e tu eri quella perfetta. Ma soprattutto è stato decisamente divertente.

– Per un attimo ho sospettato un rito voodoo in effetti.

– No, solo induzione ipnotica.

– Non mi sembra di essermi mai disteso con i pensieri mummificati su un lettino di uno strizzacervelli e soprattutto non si può essere ipnotizzati contro la propria volontà. Quindi cosa sei una maga o una scienziata del futuro?

– Un po’ l’una e un po’ l’altra, in altre parole, una psichiatra. Sono mesi che ti studio per cercare di capire quale miglior modo scegliere per indurre lo stato ipnotico, ci sono nuove tecniche di ipnosi che non possono essere rivelate, talmente innovative da poter indurre l’intera umanità alla follia. Ho sfruttato la nostra passione comune per la corsa e ho fatto in modo che tu mi incontrassi casualmente sulla spiaggia, e lì eri già sotto i miei poteri, diciamo così, in una trance che si può generare a distanza, non posso dirti altro. Il  lettino poi è cosa superata da un pezzo, ma non quello del dentista dove sei stato ultimamente.

– Cosa? Che c’entra ora il dentista?

– Ti ha impiantato un microchip.

– Un cosa??

– Un mi-cro-chip.

– I microchip si applicano sugli animali.

– Oppure inseriti sotto pelle alle persone.

– Tu devi essere un pazza.

– O nei denti.

– Pazza e maniaca.

– Ti è stato impiantato un tracciatore GPS assieme all’otturazione. Un chip è grande pochi millimetri, molto meno di un chicco di riso.  

– Impiantato?

– Certo, per poter studiare i tuoi spostamenti che, però, non mi hanno portato da nessuna parte. Così ti ho ‘portato’ io sulla spiaggia insieme a me già ipnotizzato. Te l’ho detto, divertente.

– Cosa vuoi da me Margaret?

– Voglio i dati Nicholas. Quei dati.

– I dati sono in una cassaforte, inaccessibile a chiunque, la cui combinazione cambio io e solo io, esattamente ogni ventiquattro ore, tra poco in realtà.

– Con quale criterio?

– Un criterio di numeri matematico e consequenziale trascritto su un banale pezzo di carta stropicciato che porto sempre nelle mie tasche, che, se inavvertitamente trovato da terzi, non ha nessun valore.

– Dammeli subito.

– Ah si, come diceva la voce? Tu dammi quello che mi devi e te ne tornerai sulla tua spiaggetta a sgambettare quanto prima.

– Come… come fai a ricordare queste parole…?

– ”Le domande le faccio io, tu devi solo dare una risposta”.

– Rispondimi!

– Ricordo, ricordo, eccome se ricordo.

– Cos’altro ricordi?

– Che ”mi hai seguito e mi hai spiato”, hai detto così no?

– Eri in trance, non puoi…

– Non posso cosa? Ricordare con esattezza le tue parole? Forse il tuo giochino non ha funzionato bene.

– Cosa dici?  

– Dico che dovresti cambiare tecnica di studio e dedicarti alla meditazione piuttosto che all’ipnosi. Saprai sicuramente che è scientificamente dimostrato che con la meditazione si può attivare o disattivare il funzionamento dei nostri geni, quello che forse non sai è che si può ridurre notevolmente l’attività di quelli dell’infiammazione cronica che caratterizza ognuno di noi, infiammazione che è alla base delle gravi patologie neuro degenerative. La meditazione aiuta a superare le paure, ripulisce l’identità di ognuno e rende persone migliori. Molto interessante. Pensaci.

– Non devo pensarci e non soffro di nessuna malattia del cervello. Forse sei tu quello che dovrebbe meditare per ripulirsi l’anima, sempre che tu ne abbia una.

– Sam, Mat! Venite.

– Cosa? Ma che diavolo…?

Il campanello della porta assordò la stanza. Aprì di scatto come una furia scaraventando il telefono a terra.

– Ti presento Samantha e Mathilda, mie collaboratrici fidate. Esistenti, muscolose e cattive. Hai sbagliato sesso e nomi quando hai stilato le parole da iniettarmi nel cervello.

– Non…non capisco…

– Te lo spiego subito. Non ho mai raggiunto la profondità di trance che ti ho fatto credere. Pupille dilatate, sudorazione delle mani, movimenti compulsivi, tutto falso. Dovevi lavorare di più sul transfert ipnotico, sulla ritualizzazione degli eventi, sulla terapia catartica, su di me. Anche io ti studio da mesi, da molto prima di quanto abbia fatto tu, e quando il dentista mi ha chiamato per quell’otturazione mi è parso strano quell’appuntamento anticipato senza ragione, così ho capito che dietro potevi esserci solo tu e sono stato al gioco. Immaginando l’uso di un GPS per incastrarmi, ti ho sviato conducendo una vita pulita e tranquilla, poi ho trovato nel tuo PC le parole che avrei dovuto dire e, da bravo scolaro, le ho imparate a memoria. Non solo la trance si può generare a distanza, anche un furto di un computer. Così ho svolto l’interrogatorio come avevi previsto con tanto di colpo in testa, anche se mi sono concesso la libertà di rivedere il copione aggiungendo il secondo colpo che ti ha fatto sanguinare. Avrei dovuto freddarti lì e non pensarci più.

– Non è possibile, ho curato ogni dettaglio. E’ scienza. E la scienza non si discute.

– Con i dettagli non si va da nessuna parte e nemmeno con la tua scienza. Con la mia invece…

– Quale…?

– Quella dell’evoluzione. L’umanità non è che un pugno di briciole filosofiche. Tutto ciò che si crede ancora essere allo stato embrionale si è potenziato da tempo in molti laboratori segreti e nascosti in luoghi che non esistono su nessuna mappa. L’epifania dell’eternità è adesso. La contro-ipnosi è un gioco da ragazzi. Decisamente divertente, come hai detto tu.

– Ma chi sei veramente?

– Solo un tipo che hai incontrato in spiaggia e… attenta, è pericoloso correre da soli!

– E allora dammi quei dati e finiamola qui.

– Mi sembra un’ottima idea. Finirla qui intendo. I dati vanno elaborati, sono in continua evoluzione, appunto, e non possono passare nelle mani di nessuno, e nessuno dovrà mai sapere, non nell’immediato futuro almeno. Sam, Mat, è il vostro turno, non fatele troppo male. Ciao cara, e fai buon viaggio!

– No, aspetta, non puoi risolvere tutto così, Nicholas!

– Hai un finale migliore, Margaret?

– C’è sempre un finale migliore. Questo! Presto, Sam, Mat, bloccatelo! Prendete la combinazione nella tasca! Collaboratrici fidate, esistenti, muscolose e cattive di sicuro ma anche delle insospettabili spie. Basta con questa farsa. Ciao a te, caro, e che il tuo invece sia un viaggio maledetto.

– Cosa? Cosa?? Ma che fate? Nooo!!

Ne aveva incontrati di uomini di quel tipo. E, soprattutto, conosceva alla perfezione l’arte subdola delle loro torve lusinghe.  Già. Ma non uno di loro aveva mai imparato a conoscere la sua, un’arte crudele e adulterata forse, ma utile e indispensabile per le sue ricerche. In qualche modo anche doverosa per tutto il genere umano, ormai proteso in una folle corsa in solitaria verso un destino delirante, un destino che non le apparteneva, capace solo di ordire trame della storia futura velata da un vorticoso e temibile fascino oscuro.

12 pensieri su “Fascino oscuro, di Elisabetta Bordieri

  1. Inquietante dai risvolti futuristici che rivelano un tempo in cui non ci potremo fidare di nessuno…e fa capire che il futuro è già oggi quando l’approccio con l’altro è solo utilitaristico e non umano…molto bello! E molto brava!

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  2. Bello ma un po difficile. Da leggere con attenzione. Comunque una bella idea. Due loschi figuri…storia oscura e losca alla “007”. Tu sei sempre effervescente. Un grande abbraccio.

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  3. Condivido l’opinione di Daniela, è una storia molto bella e inquietante. Forse, vista la complessità dell’idea di fondo, potresti svilupparla ulteriormente in un racconto lungo, o addirittura un romanzo, di più ampio respiro e con un intreccio più articolato, nei tempi e nelle situazioni.

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  4. Intrigante storia a incastri multipli, un esempio di “speculative fiction” a sfondo filosofico, che adombra e moltiplica i giochi di maschere sovrapposte al centro della letteratura del Novecento (penso a Pirandello) proiettandoli su uno scenario post-futuristico dal retrogusto neuro-tecnologico.

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  5. Primo ringraziamento doveroso e di cuore a Fabrizio che pubblica i miei pensieri e le mie parole, e poi grazie a Emilia, Lucia, Daniela, Andrea, Maurizio, Ilaria e Giovanni per avermi dedicato parte del loro tempo.
    Un abbraccio a voi tutti!

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  6. cara eli condivido il pensiero di chi ti incoraggia a sviluppare il tuo spirito letterario in modo più ampio cercando di scrivere un romanzo
    i tuoi racconti sono tanto misteriosi quanto afffascinanti e devono essere digeriti per bene prima di poterne godere appieno il loro fascino
    BRAVA come sempre

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