Lo scrittoio di Spinoza (III)

di Roberto Plevano
spinoza

A Roma intanto, il 4 settembre 1677, la Congregazione del Sant’Uffizio (è lo stesso tribunale che 44 anni prima ha condannato Galilei) riceve una denuncia “di quanto male la nova filosofia abbia parturito per mezzo d’un certo Spinosa in Olanda”. Latore ne è Niels Stensen, un anatomista danese di fama, che ha conosciuto e frequentato Spinoza a Leida nel 1662 (“ebbi occasione di pratticar familiarmente detto Spinosa di nascita Hebreo, ma di professione senza ogni religione”) e ha abbracciato poi il cattolicesimo, abbandonando gli studi scientifici e dedicandosi alla teologia e all’indottrinamento di intellettuali protestanti, nella capacità di persuasore. Con lo zelo del convertito e l’untuosità del delatore, Stensen comunica ai cardinali di aver ottenuto un manoscritto di cui Spinoza è l’autore:

Porto sempre appresso di me il manuscritto acciocche niussun altro per accidente vi sopravenendo ne cavasse qualche veleno, e per contribuire, quanto da parte mia si puote, acciocche la gloria di Dio si diffondi, e ch’a’ danni maggiori si prevenga, darò qui notizia de’ dogmi principali di questa infedeltà, e del modo come si potrebbe venire in maggior notizia sì di simili scritti, come delle persone, che v’aderiscono.

Tra i “dogmi” diffusi dagli scritti di Spinoza, ritenere “il proprio intendimento misura di tutte le cose” e “la mente umana parte della mente di Dio”. Stensen, lettore astuto, comprende che il determinismo, l’eliminazione del principio della causa finale, è incompatibile con il Dio personale della tradizione, onnipotente, giudice, benevolo, provvidente. La negazione della libera volontà gli ripugna, e passa a calunniare Spinoza e gli spinoziani: essi fanno del proprio capriccio (elezzione) una necessità che nega ogni capriccio. Dà anche suggerimenti su come vincere la fiducia di uno spinoziano e smascherarlo.

darò qui notizia de’ dogmi principali di questa infedeltà, e del modo come si potrebbe venire in maggior notizia sì di simili scritti, come delle persone, che v’aderiscono…
per via di demostrazioni matematiche dar ad intendere a tutti che nell’universo altro non sia, che una sostanza, infinita ed eterna nella quale si conoscono duo attributi parimente infiniti, estensione infinita, e cogitazione infinita e che tutto cio che si fa nell’universo si può spiegare e per l’uno e per l’altro attributo… Non vogliono ne providenza, ne libertà in Iddio, ma una necessità assoluta, senza intenzione di verun fine come nella matematica dalla natura del circulo seguono proprietà infinite senza veruna intenzione di certo fine ma per una conseguenza necessaria, sì che levano ogni virtù e vizio ogni giustizia de’ premii e de’ castighi…
Donde si vede chiaramente tutta questa filosofia non esser altro, che un parto del senso e della superbia, dove si trasporta i vizii della propria elezzione ad una necessità, che nega ogni elezione…
ogni volta, che si trova un curioso nelle matematiche e nella filosofia des cartes… cercar confidenza informandosi appresso di lui delle nove opinioni, e delle persone curiose di nove opinioni filosofiche… i seguaci di questa infedeltà o apostasia mettono tutta la loro felicità e nel gusto d’ogni senso, e nel diletto della fantasia, e per goder di questo cercano imparare quante verità naturali e matematiche possono trovare…

Il Sant’Uffizio discute la comunicazione di Stensen il 15 settembre. I cardinali stanno per acquisire il manoscritto: Stensen deve avere in corso trattative per venderlo, o cederlo per acquistare benemerenze ai loro occhi, e sono allarmatissimi: dalla denuncia capiscono che “un certo ebreo” Spinoza (a Roma forse il nome non è ancora conosciuto), incline all’ateismo, muovendo della filosofia cartesiana ha costruito una sua filosofia, nella quale apertamente, senza occultare insostenibili conclusioni, dimostra con procedimento matematico delle tesi che distruggono la divinità e il cristianesimo ( manuscriptum compositum a quodam de Spinosa Nationis Hebreae, tendentem ad Atheismum qui pariter confecit ex se ipso quandam Philosophiam ex Philosophia des Cartes, in qua apertè explicat cum demonstrationibus Mathematicis propositiones, quae tollunt divinitatem, et Christianesimum).

Una digressione. Bisogna dare atto ai cardinali del Sant’Uffizio di avere compreso, prima ancora di aver esaminato il manoscritto, che la “nova filosofia” avrebbe distrutto l’edificio dottrinale e politico costruito sull’autorità della rivelazione. È paradossale oggi riconoscere che nel XVII secolo, all’alba del moderno, le idee della filosofia erano considerate assai seriamente, a partire da coloro che le combattevano. Allora la filosofia era un fattore di cambiamento dell’ordine mentale europeo: un nuovo ordine sociale e politico avrebbe seguito. È importante ricordarlo: oggi siamo davanti a una realtà che muta assai rapidamente, su cui le nostre idee non sembrano “far presa” e avere la capacità di diffondersi e formare un’esperienza collettiva. Ma occorre sempre individuare i termini del conflitto. Con le sue attenzioni censorie, il Sant’Uffizio può aver provocato l’indesiderato effetto di assicurare a Spinoza un pubblico ben più vasto del circolo degli amici ad Amsterdam e della piccola comunità dei liberi pensatori. Oggi il potere osteggia le idee critiche ignorandole e consegnandole all’irrilevanza, nella smisurata confusione della chiacchiera.

Chiudiamo la digressione. Nel manoscritto la congregazione dei cardinali ritrova alcune tra le più gravi minacce che siano venute all’autorità dottrinale della chiesa romana, come era stata esercitata fin dai tempi di Carlo Magno. Proveniente dall’Olanda, terra di eresia calvinista e secolarismo, pare esplicitare quello che la nuova scienza della natura e il razionalismo cartesiano sottintendono: fare a meno del Dio della tradizione, della sacra scrittura, del papa di Roma. Il cartesianesimo è ormai diffuso presso molti ambienti intellettuali; le osservazioni, il metodo e gli argomenti razionali di Galilei intorno alle cose della natura vi hanno trovato una più generale visione del mondo e una nuova etica dell’impresa scientifica, che impone di rigettare il tradizionale principio di autorità in ogni ambito del sapere. I tradizionalisti tuttavia ritengono che occuparsi eccessivamente di scienze naturali è già un indulgere in una vita sensuale, e quindi condurre una vita inordinata: nelle parole di Stensen, “mettono tutta la loro felicità e nel gusto d’ogni senso, e nel diletto della fantasia”.

Descartes è sempre stato prudentissimo con la sua “nova filosofia”: ha mostrato il più grande rispetto verso la religione, ha affermato l’esistenza di Dio, ha professato moderazione, ha aderito ai dogmi della chiesa, e tuttavia il suo Dio non ha nulla a che fare con la religione, viene dimostrato a partire da un pensiero, è una dimostrazione in una catena di ragionamenti. Il suo ossequio alla religione pare una specie di empio sotterfugio, o una beffarda condiscendenza fatta calare dall’alto di una superiorità intellettuale.

E il manoscritto olandese procederebbe oltre la lettera di Descartes. Con il procedimento di una disciplina tradizionalmente subordinata alle verità teologiche, la geometria, dimostrerebbe in modo evidente e incontrovertibile l’inesistenza del fondamento stesso della fede, Dio. Se le discipline ancillari del sapere, le arti, diventano autonome al punto da togliere validità alla scienza delle scienze, la teologia, l’intero sapere umano e divino smarrisce ordine e senso, allo stesso modo in cui una rivolta di popolo contro i legittimi signori distrugge l’ordine politico voluto da Dio, e il tessuto della società umana.

In più, artefice di questa insolenza inaudita è un uomo “di nascita Hebreo, ma di professione senza ogni religione”, un ateo che nessuno riconosce e che non appartiene ad alcuna comunità. Ce n’è abbastanza (antisemitismo incluso) perché il cardinale Francesco Barberini, segretario del Sant’Uffizio, il 18 settembre, scriva (in italiano) al vicario apostolico nelle Province Unite, Johannes van Neercassel, di simpatie gianseniste:

La notizia… che in codeste parti [si riferisce all’Olanda] vadi attorno un libro manoscritto in materia di Ateismo dello Spinosa, che fù di nazione Ebreo, del quale qui si suppone, sijno anche state composte altre opere stampate, molto pregiudiziali alla purità della nostra S. Fede cattolica, hà dato motivo… di trarre a se detto libro… e di procurarne un’esemplare, come anche di que’ gl’altri già impressi per trasmetterli poi subito a questa S. Congregazione, insieme con quelle informazioni, che V.S. stimare degne

Nella lettera a Leibniz, Shuller si riferisce appunto all’inchiesta di van Neercassel, che tuttavia finisce in un buco nell’acqua. Ad Amsterdam nessuno apre bocca. In risposta (in latino) al cardinale Barberini, il 25 novembre 1677, van Neercassel comunica:

Ho condotto una meticolosa inchiesta (diligenter quaesivi), eseguendo l’ordine con cui la Vostra Eminenza si è compiaciuta di onorare il suo servo. Né tra i cristiani né tra gli ebrei ho trovato persona che abbia visto di persona il manoscritto di Spinoza che avversa la religione e propaga l’ateismo, o abbia informazioni su di esso (Verum neque inter Christianos, neque inter Hebraeos quemquam reperi, qui istud manuscriptum vel ipse viderit, vel ullam ejus notitiam habuerit).
Ho scoperto – continua il vicario – che Spinoza è morto l’estate scorsa (N.B. questa imprecisione indica che van Neercassel si fermò in Amsterdam e non si recò a L’Aja) e che ha lasciato i suoi scritti a un certo mercante di libri (bibliopola) mennonita, o piuttosto sociniano. Questo libraio, di nome Jan Rieuwertsz, con le sue pubblicazioni divulga qualsiasi cosa bizzarra ed empia sia concepita da menti petulanti e fanatiche (quicquid exoticum et impium a petulantibus superbisque ingeniis hic excogitatur). Questo libraio mi ha assicurato che nel lascito di Spinoza non è stato trovato nulla oltre ai manoscritti delle Meditazioni sui principi di filosofia cartesiana (allusione alla prima opera pubblicata di Spinoza) e che nessun altro libro di Spinoza era stato stampato, Tractatus theologico-politicus a parte.

Il disprezzo per Rieuwertsz e per il suo milieu di Amsterdam, che van Neercassel non può trattenere nella lettera a Barberini, tradisce il clima di ostilita in cui il colloquio tra il vicario e l’editore si svolge. Rieuwertsz sa di avere di fronte un nemico, sa che le chiese non devono avere nulla a che fare con il libero pensiero, e si sente perfettamente giustificato nel mentire senza riserve, sicuro che nulla è trapelato del gran lavoro di edizione in corso proprio sotto il naso del vicario apostolico. Quanto a van Neercassel, al pregiudizio antisemita verso Spinoza si aggiunge l’astio contro l’editore eretico.

Appena una decina di mesi dopo la morte del filosofo, i manoscritti del suo scrittoio compaiono in un volume di più di 800 pagine con il titolo B. d. S. Opera posthuma. Nella prefazione, Jelles avvisa che

Il nome dell’autore è stato indicato nel frontespizio e altrove con le sole iniziali, poiché poco prima del decesso egli richiese esplicitamente che all’Ethica, di cui disponeva la stampa, non fosse premesso il suo nome. Perché d’altra parte abbia posto la proibizione, è chiaro che non volle che una dottrina portasse il suo nome (cur autem prohibuerit, nulla alia, ut quidem videtur, ratio est, quam quia noluit, ut Disciplina ex ipso haberet vocabulum)


Van Neercassel scopre di essere stato ingannato. Riesce a procurarsi una copia dell’Opera posthuma nel maggio 1678 e la manda a Antoine Arnould, il quale la giudica “uno dei più malevoli libri del mondo” e tenta di impedirne la diffusione in Francia. Il 13 settembre 1678 il vicario scrive di nuovo al Sant’Uffizio:

Il mercante di libri al quale l’ebreo Spinoza ha lasciato i suoi scritti, perché la pubblicazione non fosse proibita dalle più alte istituzioni, ha mentito spudoratamente (Bibliopola… audacter mentitus est) quando, interrogato sulle opere di quello non ancora edite, mi rispose che nessun manoscritto era stato trovato, a parte alcune osservazioni su Descartes. E infatti è apparsa recentemente l’opera postuma di Spinoza, la cui divulgazione la previdente sollecitudine dell’Eminenza Vostra volle impedire. In essa però Spinoza insegna apertamente non tanto l’Ateismo bensì il deismo ( non Atheismum sed deismum ex professo docet.

Dopo l’uscita dell’Opera posthuma il materiale manoscritto messo a stampa perse valore per i letterati e fu disperso. Fino al XX secolo, l’edizione del 1677 e la versione olandese, che non ne è la semplice traduzione, costituirono gli unici testimoni del testo dell’Ethica uscito dalla penna di Spinoza. Il quadro è cambiato recentemente con il ritrovamento nella Biblioteca Vaticana del manoscritto di cui parla Stensen e oggetto dell’inchiesta del Sant’Uffizio: è effettivamente un apografo dell’Ethica, appartenuto quasi certamente a Ehrenfried Walter von Tschirnhaus, un fisico e matematico tedesco introdotto tra gli amici di Spinoza già dai tempi di Leida. Von Tschirnhaus era a Roma nell’estate 1677 e sperimentò di persona l’impegno di proselitismo di Stensen, come lui stesso riporta in una lettera a Leibniz: “non ho mai ascoltato un persuasore così efficace e argomenti così bene fondati” ([Ich] habe niehmalen dergleichen starcken persuasorem und so artlich gegruendet gehoeret). Stensen si impossessò verosimilmente del manoscritto in quell’occasione.

Il manoscritto, oggi catalogato Vat. Lat. 12838, è quasi certamente di mano di Pieter van Gent, redatto prima dell’edizione di Rieuwertsz. Il ritrovamento, di eccezionale significato storico e filologico, ha aggiunto poco però al testo stabilito, a conferma della scrupolosità del lavoro del circolo spinoziano di Amsterdam.

(parte I qui
parte II qui)

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