“LA VIA LATTEA”, DI DIEGO CAIAZZO

Testo introduttivo di Giovanni Agnoloni

Da poco uscito per Lupi editore, La via lattea è l’esordio letterario (su carta, almeno, ché in Rete l’autore era già presente) del poeta Diego Caiazzo. Abile e profondo tessitore di parole e stati d’animo, in questo poemetto raccoglie una serie di visioni interiori e di mondo che attingono al suo vissuto personale come alla storia recente italiana e internazionale, con particolare attenzione per gli universi della musica e del gioco degli scacchi, di cui è Maestro.

Seguono la prefazione di Franz Kraushpenhaar e la mia postfazione. Curatrice del libro, è stata Valentina Di Cesare. 

Franz Krauspenhaar

“La chiarezza e l’altitudine”

La poesia di Diego Caiazzo è qualcosa che rimanda a cose estere, alla poesia anglosassone o tedesca. Sia chiaro che un certo filone di poesia narrativa, quella più pacata e sintomatica di un disagio che però non è mai invettiva – raro in Italia, comunque – ha in influito sul poeta. Caiazzo, napoletano, è di quella genia di indigeni della metropoli, ideale capitale del Sud, che sta sottotraccia o alto nei cieli. La sua poesia, come potrete notare fin da subito, si sposta su frequenze che sembrano vicine fra loro, e invece compiono tutto il largo giro delle emozioni e delle pulsioni umane. E queste frequenze l’autore le fa diventare suono a volte sibilante, a volte rombante ma mai oltre le righe. C’è la nobile compostezza di una certa Napoli, che un amico giornalista del luogo purtroppo scomparso, Ciro Paglia, mi raccontava come discendente degli Hohenzollern, tra il serio e il faceto di quel suo bel modo di dire e di vivere. Dunque questo esordio davvero tardivo Diego Caiazzo lo fa con questo poemetto, La via lattea, che ebbi modo di leggere già alcuni anni fa. Un vero viaggio tra Paradiso e Inferno, nella coniugazione di un verbo che si fa dolore e passioni piane ma chiare. Ecco quello che può piacere e piace di questo poetare: la sua chiarezza, come se ogni volta sciogliesse il nodo gordiano delle cose ma non facendo un riassunto, bensì facendone una pura sintesi poetica. Ѐ questo che riceviamo da questo libro. Una sintesi di uno spazio vastissimo che diventa anche piccolissimo. Non c’è più limite nell’universo, l’Uomo è sempre lo stesso ma muta sempre, nel cielo della vita e della poesia.

Giovanni Agnoloni

“Versi nella notte cosmica”

Ricavare il succo di un’opera poetica articolata non è mai un’operazione banale. Si tratta di scendere al cuore (e al nucleo della mente) dell’autore, raccogliendone il ‘precipitato’. Con La Via Lattea di Diego Caiazzo, tutto questo risulta per certi versi ancor più difficile, mentre per altri, paradossalmente, più semplice. Più difficile, perché è un corpo pluristratificato, dove la confessione intima, la riflessione storica e il canto amoroso si alternano in un contrappunto che ne è la quintessenza musicale. Più semplice, perché appunto la sua natura di pellegrinaggio intimo, o di esplorazione delle vie dell’anima in un mondo saturo di materia, sembra quasi dettare di per sé il percorso da seguire, come se si trattasse di un binario preordinato.

Le stesse parole dei versi iniziali (“C’è un viaggio / che compio ogni giorno / in composta solitudine”) paiono sottolineare, in qualche modo, la natura ricorsiva e rituale di quanto seguirà. Come se il recitare queste ‘stanze’ – ché a chiamarle ‘strofe’ avrei la sensazione di sminuirle – o il ripercorrerle dentro di sé, equivalesse, laicamente, a recitare un rosario.

Diego Caiazzo (da lupieditore.it)

In altre parole, Caiazzo ha sviscerato e liberato il potenziale narrativo dei versi, cogliendo e valorizzando – in ogni ‘mattone’ di questo lungo racconto in poesia – un timbro tematico e stilistico ben preciso, capace di sollecitare determinate ‘stazioni’ dell’intelligenza sensibile del lettore e di innescare, così, reazioni intime che spettano, in ultima analisi, soltanto a lui.

Ecco anche il perché dell’alternanza di temi, sia pur nella continuità del registro espressivo. Ogni spostamento è un efficacissimo ‘distrarre’, spiazzando le difese (pre)concettuali che potrebbero intanto essersi strutturate, per poi ‘colpire’ – sia pur dolcemente, ma non debolmente – altrove.

Esiste, comunque, un filo conduttore, e senza dubbio è la Donna: da intendersi come l’amore, certo, e in quanto tale una figura capace di far infatuare di sé e di donare un’estasi dei sensi, ma anche di trasmettere un senso di angoscia, di carenza continua. Un’insufficienza irrimediabile, che rimanda alla sua altra valenza, ovvero quella di archetipo, di personificazione del Femminile, ovvero il lato intuitivo, artistico, radicato nel poeta.

La Donna, dunque, è anche la Poesia, essudazione degli strati più profondi dell’anima. O forse, junghianamente, la Donna/Poesia è l’Anima, l’archetipo che compensa la natura maschile dell’autore, veicolandolo verso la radice più viscerale del suo essere: verso il Sé. E se è vero che è qui, nel Sé, che si annida Dio-in-noi, hanno massimamente senso i versi

“Forse è questo la poesia
una via di salvezza
come la religione
un’invocazione alla divinità
sacrificio e preghiera (…).”

Così la componente mistico-contemplativa ‘entra’ nelle cose, perché ‘sacrificio’ viene da sacrum facere, ovvero ‘rendere sacro’, ma anche, più letteralmente, ‘fare sacro’. E il fare è appunto la dimensione delle cose del mondo, quelle attraverso le quali si snoda la Storia, ripetutamente evocata nel testo, come per esempio nel ricordo di Papa Pacelli, di Einsenhower, di Gronchi, o nei tanti riferimenti al gioco degli scacchi e ai suoi grandi interpreti, o ancora nei rimandi ai mondi musicali di J.S. Bach, di Gesualdo, di Glenn Gould.

Politica, logica matematica trasfusa in musica, armonia. Tutte espressioni della legge impalpabile che regola il cosmo – alla quale il poeta spesso allude, parlando degli spazi profondi dell’universo, delle intuizioni e dei cambiamenti di opinione di Stephen Hawking, delle esplosioni di astri smisurati di cui perdura ancora l’eco.

Allora, forse, quella Donna è anche la laylah della cultura ebraica, ovvero la notte cosmica, l’enorme conca di vuoto oscuro dove – infinitesimali rispetto a questo contenitore dai limiti indeterminati – si muovono, seguendo quell’onda musicale di fondo, miliardi di conglomerati di materia ed energia, tra i quali il nostro mondo, e quindi noi.

Qui emerge l’aspetto più ‘ferino’ di questa Donna, che è musica, sì, ma anche “come una belva / sicura silenziosa famelica”, che può colpire a tradimento. Ecco la questione delle questioni. La paura, il nucleo più sensibile dell’esperienza umana. La membrana che ci separa dalla morte, sottile come l’equilibrio da cui è nata la vita sulla terra. Ogni singolo atomo della storia universale, come di quella politica, sportiva, artistica e personale, riverbera quella musica e questa paura, vivendo nel battito di ciglia di un fragilissimo equilibrio. È questa la cifra della ‘narratività’ della poesia di Caiazzo. Un taglio stilistico forse lontano dal gusto prevalente in Italia, ma a maggior ragione meritevole di plauso. Non a caso, nell’aprirsi a un respiro naturalmente internazionale, fa sua la grande lezione dell’ermetismo:

Nel suo rarefarsi impercettibile
la vita diventa memoria,
come se il presente perdesse
una forma definita,
fondendosi coi ricordi;
cambia a poco a poco
la chimica dell’esistenza,
ma irreversibilmente,
lasciando a terra alambicchi rotti.

Insieme, però, vi si scorgono riflessi di simbolismo, come in

L’altro giorno mi sono mancate
le parole
ora le ho tutte ma è tardi
i francesi lo chiamano
esprit d’escalier
lo spirito che torna in sé
quando ormai si è per le scale
e davvero la vita può cambiare
per un’inezia
una parola non detta
un soffio di vento
così la mia vola via
cambia strada
senza nemmeno saperlo
e neanche può perdere tempo
a rallegrarsene
o a dolersene.

Ogni singolo dettaglio descritto, e dunque narrato, è uno showing with telling, non without – ovvero, un ‘mostrare dicendo’, e non, come di solito si raccomanda, ‘senza dire’. Diego Caiazzo sa ‘raccontare significando’, come diceva Dante:

“I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando”

(Purgatorio, XXIV, 52-54).

Restano l’ombra dei ricordi, il rimpianto di ciò che si è perso, l’eco di suoni o riflessi elettronici (“un VHS lasciato acceso”, “lo sfarfallio dei pixel”). Si assiste al disfarsi delle persone (“Passano gli anni / disordinatamente / desertificando i corpi / di coloro che amiamo”), e anche delle emozioni (“l’amore è sempre meno puro”). Inoltre, con un’apertura agli orizzonti della fantascienza, residuano le ombre delle cose, che fanno sorgere “il sospetto (…) che il mondo / non sia altro che / uno stupendo ologramma”. Tutto ciò che è stato, però, non scompare, perché il tempo, dipanandosi come un nastro ripiegato più volte su se stesso, giustappone cose separate da spazi apparentemente incolmabili.

Come un impensabile network
la rete degli affetti
collega le vite
con fili sottili fatti
di gesti inspiegabili
la carezza della madre
lo sguardo dell’amico
il bacio dell’amante
tutto accade come se
emergesse improvviso
dai visceri di un animale
da una profondità nascosta
ed è un contatto impalpabile
col mondo una strada
l’unica
aperta nell’universo.

E qui si riaffaccia il misticismo, perché dietro questa dissolvenza della realtà “si cominciano a intravedere / i contorni dell’anima”. Così ritorna Lei (forse un’implicita metafora del lato femminile di Dio?), il cui amore veglia nel cuore dell’oscurità.

Attraverso la notte
rassicurato dal suo amore
forse lei non dorme
chiude semplicemente gli occhi
per non lasciarmi solo
e svegliarmi quando non c’è più
il pericolo delle tenebre.

Tutto sembra acquistare un senso (“tra le sue braccia ricompongo / la disarmonia del mondo”), e perfino il caos pare assurgere a ‘La’ cosmico capace di accordare il cosmo intero. La Via Lattea

(…) gioca con chi l’osserva
e ne suscita lo stupore immenso
lo sfacelo della comprensione
l’infinità dei calcoli e degli sguardi
così non resta che impazzire
di fronte ai numeri incredibili
dell’amore e dell’universo.

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