A proposito di Derek Walcott

                                                    di Rosa Salvia

                                 

Il negro rosso che ama il mare

Io sono solamente un negro rosso che ama il mare,

ho avuto una buona istruzione coloniale,

ho in me dell’olandese, del negro e dell’inglese,

sono nessuno, o sono una nazione.

 

(Derek Walcott, Mappa del nuovo mondo, Adelphi, Milano 1992)

 

In questi versi c’è in nuce un aspetto determinante della poesia di Derek Walcott: quello dello spazio vivo che incalza, microcosmo o macrocosmo che sia.

Figlio di genitori mulatti della piccola borghesia intellettuale (il padre, morto quando lui aveva un anno, era un funzionario del governo britannico, che si dilettava di pittura) nacque nel 1930 nella piccola isola di Santa Lucia nei Caraibi.

 

Come altri poeti del Nuovo Mondo, da Whitman a Neruda, Walcott rifiuta di ritornare sulla Storia. Dei luoghi nativi accantona gli orrori e i rancori ereditati dal passato coloniale attraverso la potenza di una poesia alta, sacrale e istintiva tesa a celebrare la bellezza della natura, dell’amore e dell’arte.

La lettura, con il vigore e il grande respiro dei versi, trasmette euforia, incoraggia, tesa com’ è alla ricerca della gioia che viene dal di fuori dell’essere e dalla più minuta briciola del presente perché il tempo non esiste se non come istante, immanenza, alla maniera di Whitman.

 

Ieratico e fraterno, Walcott ci induce a uno stato mentale di libertà, pronti a vedere meraviglie: aironi bianchi, arcate della foresta di bambù, colonnate dei palmizi, volte delle cattedrali, ricominciando tutto da capo, al di fuori della storia matrigna, e con l’innocente esultanza con cui si saluta un nuovo giorno nella luce paradisiaca dei Tropici.

 

Egli mette in salvo (anche attraverso il laborioso importante impegno teatrale) la grande tradizione poetica inglese, da Shakespeare e Marlowe, dalla Bibbia di re Giacomo e Milton, che la madre, insegnante, recitava ai figli ancor prima che sapessero leggere. Si abbevera costantemente ad essa al fine di comunicarci, con grande talento e spregiudicatezza, il senso dell’esperienza caraibica in un linguaggio talora indiretto e allusivo, scoppiettante di metafore, percorso da una forma musicale che trova anche nelle dissonanze e nelle fratture ritmiche la conferma della propria vocazione al canto.

 

Tornando sul concetto di spazio vivo, quello di Omeros, il poema per il quale Walcott ottenne nel 1992, il Premio Nobel, è grande come un oceano in cui le parole si rincorrono in una rappresentazione del dramma della vita e della morte di cento personaggi di cui alcuni giganteggiano come eroi omerici.

Walcott percorre questo oceano con vigile disciplina scrutando orizzonti di una vastità quasi sconosciuta ai contemporanei, applicando regole metriche come ad esempio la terzina dantesca.

C’è infatti in questa immensa opera un nesso inscindibile fra realismo ‘visionario’ e classicismo e allegoria dantesche.

Il nostro Eugenio Montale scrive questa riflessione su Dante: “[…] il procedimento allegorico crea la condizione necessaria all’accrescimento di quell’immaginazione sensibile, corposa, che è propria di Dante. In parole povere, i soprasensi hanno bisogno di un senso letterale estremamente concreto. […] Dante crea gli oggetti nominandoli e le sue sintesi sono fulminee. Di qui il suo particolare classicismo.” (Eugenio Montale, Dante ieri e oggi, in Atti del Congresso internazionale di studi danteschi, vol II, Sansoni, Firenze 1966, pp. 315-333)

Tali parole ci permettono di cogliere ancor meglio lo spirito dantesco della poesia di Walcott che oscilla come un pendolo tra classicismo e modernismo, ostile agli audaci oscuri sperimentalismi.

Con Omeros infatti, Walcott è riuscito a comporre i frammenti luminosi e lancinanti della coscienza contemporanea in un disegno in cui ogni singola parola e ogni singola immagine appaiono feconde, in grado di stabilire legami e generare senso e significato, scudo dal male del mondo.

 

Inoltre Luigi Sampietro, in una bellissima recensione al poeta accompagnata da poesie da lui tradotte dalla raccolta Whithe Egrets – Aironi bianchi (Rivista “Poesia” –  Anno XXIII – Marzo 2010 – N. 247), fra l’altro scrive: “Walcott è un poeta che pensa con gli occhi. Non bisogna lasciarsi ingannare dalle sue strabilianti metafore. Se non si riesce a “vedere” ciò che sta dicendo, si può stare certi di essere fuori strada. E – aggiungo – nel tradurlo bisogna sempre fare una verifica visiva. O persino teatrale. E domandarsi: “che cosa sta succedendo? Che cosa sta rappresentando?” Nomina sunt numina. […] Tutto ciò che nomina diventa degno di essere battezzato. Il nulla della realtà storica dei Caraibi si dissolve alla luce della creazione. L’eterno miracolo di un nuovo giorno”.

E ancora: […] “diciamo che si tratta di una poesia che chiama alla mente l’ultima maniera di altri due grandi vecchi: quella di Tiziano Vecellio, quasi cieco, che dipinge a grandi e rapide pennellate o addirittura con le dita; e il non finito delle sculture di Michelangelo Buonarroti, in cui restano visibili i segni della sgorbia e dello scalpello”.

 

Il tema fondamentale, letterale e metaforico, di tutte le raccolte poetiche di Walcott è il ritorno: il ritorno di un nuovo giorno, la riconciliazione del figliol prodigo, l’approdo del viaggiatore sorpreso dallo stupore, la riflessione del peccatore impulsivo, la morte come nuovo inizio.

C’è sempre nei versi un che di fluido, organico, tempestoso, la corporeità selvatica di un uomo che può credersi l’Omero del suo tempo e del suo spazio, in totale discontinuità con i cultori del nulla, della crisi, dell’impossibilità, francesi soprattutto.

 

Dunque la poesia di Walcott si pone da un lato come forza eversiva, espressionismo energico e creativo, meditazione attiva che scardina il conformismo di ogni ordine, dall’altra come canto che celebra il presente, la realtà nei suoi aspetti ora minimi ([…] “Devo far posto nella casa della mia / testa, trovare lo spazio, almeno fintanto che ancora ne resta / qualcuno, per metterci un sacrario illuminato con lucciole e / stelle.), ora solenni ([…] “I rondoni / in volo sono frecce con l’arco che fanno le prove, e il fuoco / del giorno romba sopra Cartagine, sopra Alessandria, / le città tutte sono tizzoni sopra l’impero del sole, la notte / cieca ha scelto una fanciulla per vedere le cose più / in grande e questa è santa Lucia, patrona delle palme / e dei pini, che ha per alfabeto le rondini di Siracusa”.)

 

 

Per tutto questo e quanto ancora Derek Walcott è un poeta che amiamo, per tutto questo e quanto ancora ci mancherà.

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