Vivalascuola. L’italiano siamo noi

Gli studenti non sanno più scrivere, leggere e parlare l’Italiano. Sui banchi di scuola e all’università. Periodicamente arriva l’allarme, con lunghi intervalli di silenzio. Invece da 30 anni la politica scolastica mantiene ferrea continuità. Il Politecnico di Milano impone l’inglese come “lingua ufficiale” nelle lauree magistrali, malgrado con una recentissima sentenza (n. 42/2017) la Corte costituzionale abbia ribadito la centralità costituzionalmente necessaria della lingua italiana. E nelle scuole? Anche qui. Si realizza il programma di Berlusconi: Inglese, Internet e Impresa. 400 ore alle Superiori sottratte per l’alternanza scuola-lavoro, altre ore perse per il giochino del Clil. E in aggiunta: meno risorse, più alunni per classe, meno insegnanti, meno ore di lezione. E con i decreti attuativi della L. 107, la “Buona Scuola” di Renzi, si preparano altri tagli agli insegnamenti di base, tra cui ancora quello dell’Italiano. Ma, come scrive Giovanna Lo Presti, “privare gli studenti della possibilità di avere sufficiente competenza nella propria lingua nativa, distraendoli con lo specchietto per le allodole dell’angloamericano è un atto regressivo, è negare l’accesso ad una eredità comune preziosa”. Sarebbe ora di una nuova, diversa e attiva politica linguistica italiana: questo chiediamo con questa lettera al Presidente della Repubblica, che chiediamo di firmare e fare firmare.

Indice
(clicca sull’indice per andare subito all’articolo)

.L’italiano siamo noi. Lettera al Presidente della Repubblica. Per una nuova, diversa e attiva politica linguistica italiana.
I primi firmatari
Giovanna Lo Presti, Senza le parole non ci sono le cose
Giancarlo Consonni, Che errore l’Inglese obbligatorio al Politecnico. Fermiamo il proliferare della “non parola”
Claudio Marazzini, L’italiano resti in Italia la lingua del sapere
Maria Luisa Villa, Anche la scienza per contare deve parlare come Dante
Nicoletta Maraschio
Giacomo Devoto, Saremmo ridotti a bruti

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Lettera al Presidente della Repubblica. L’italiano siamo noi. Per una nuova, diversa e attiva politica linguistica italiana.

Con una recentissima sentenza (n. 42/2017), la Corte costituzionale ha ribadito la centralità costituzionalmente necessaria della lingua italiana, quale elemento fondamentale di identità individuale e collettiva, nonché elemento costitutivo della storia e dell’identità nazionale.

Il giudizio dinanzi alla Corte – traendo origine dalle delibere del dicembre 2011, con le quali il Politecnico di Milano, imponeva l’inglese come “lingua ufficiale” nelle lauree magistrali e nelle Scuole di dottorato, escludendo, dunque, l’italiano – aveva ad oggetto l’art. 2, c. 2, lettera l), della legge 240/2010, che consente, per il miglior perseguimento dell’internazionalizzazione, l’attivazione di corsi “anche” in lingua straniera.

Ora, dice la Corte, “le legittime finalità dell’internazionalizzazione non possono ridurre la lingua italiana, all’interno dell’università italiana, a una posizione marginale e subordinata, obliterando quella funzione, che le è propria di vettore della storia e dell’identità della comunità nazionale, nonché il suo essere, di per sé, patrimonio culturale da preservare e valorizzare”.

Non solo. L’esclusività dell’inglese, “imporrebbe, quale presupposto per l’accesso ai corsi, la conoscenza di una lingua diversa dall’italiano, così impedendo, in assenza di adeguati supporti formativi, a coloro che, pur capaci e meritevoli, non la conoscano affatto, di raggiungere «i gradi più alti degli studi», se non al costo, tanto in termini di scelte per la propria formazione e il proprio futuro quanto in termini economici di optare per altri corsi universitari o, addirittura, per altri atenei”.

Detta imposizione potrebbe, inoltre, “essere lesiva della libertà di insegnamento, poiché, per un verso, verrebbe a incidere significativamente sulle modalità con cui il docente è tenuto a svolgere la propria attività, sottraendogli la scelta sul come comunicare con gli studenti, indipendentemente dalla dimestichezza ch’egli stesso abbia con la lingua straniera; per un altro, discriminerebbe il docente all’atto del conferimento degli insegnamenti, venendo questi necessariamente attribuiti in base a una competenza – la conoscenza della lingua straniera – che nulla ha a che vedere con quelle verificate in sede di reclutamento e con il sapere specifico che dev’essere trasmesso ai discenti”.

Molto saggiamente, dunque, la Corte, consapevole dell’importanza di una lingua veicolo della comunicazione scientifica e tecnologica, non ha dichiarato l’illegittimità della disposizione scrutinata, ma ne ha fermamente censurato l’interpretazione aberrante, perché della legge “è ben possibile dare una lettura costituzionalmente orientata, tale da contemperare le esigenze sottese all’internazionalizzazione (…) con i principi di cui agli artt. 3, 6, 33 e 34 Cost.”, sicché i corsi di laurea interamente in lingua straniera potranno affiancare, non sostituire, quelli in italiano, garantendo sempre un percorso formativo nella nostra lingua.

Insomma, l’affermazione dell’italiano come «unica lingua ufficiale» del sistema costituzionale «non ha evidentemente solo una funzione formale, ma funge da criterio interpretativo generale», teso a evitare che altre lingue «possano essere intese come alternative alla lingua italiana» o comunque tali da porre quest’ultima «in posizione marginale» (Corte cost. n. 159/2009).

D’altra parte, secondo la Corte, proprio l’esigenza dell’internazionalizzazione – correttamente intesa – fa sì che il primato della lingua italiana risulti oggi “costituzionalmente indefettibile” non certo quale “difesa di un retaggio del passato, inidonea a cogliere i mutamenti della modernità” ma in quanto “garanzia di salvaguardia e di valorizzazione dell’italiano come bene culturale in sé”, elemento di una “biodiversità linguistica”, che costituisce espressione della specificità del modello europeo di società, nel contesto di una politica che concilia democrazia, pluralismo culturale e integrazione sovranazionale degli ordinamenti.

Il punto è che la sentenza non chiude la vicenda, che dovrà tornare di fronte al Consiglio di Stato mentre è ormai improcrastinabile il recepimento dei principi enucleati dalla Corte mediante atti di indirizzo generali, rispettosi dell’autonomia universitaria e, insieme, del primato della lingua ufficiale della Repubblica, anche al fine di evitare ulteriori violazioni degli stessi principi, con gli inevitabili riflessi sulla programmazione universitaria.

Più ancora, è urgente – e i tempi sembrano maturi – mettere in campo tutte le azioni (legislative, di ricerca, di formazione, di digitalizzazione dell’immenso patrimonio librario e archivistico italiano, etc.) atte a tutelare, promuovere e valorizzare la nostra lingua, in Italia e all’estero, a iniziare dall’esplicito riconoscimento in Costituzione dell’“italiano come fondamento culturale della Repubblica e propria lingua ufficiale.

È tempo, insomma, di dar vita a una nuova, diversa e attiva politica linguistica italiana.

(Per firmare: QUI)

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Primi firmatari
Maria Agostina Cabiddu – Politecnico di Milano, Emilio Matricciani – Politecnico di Milano, Adriana Angelotti – Politecnico di Milano, Stefano Crespi Reghizzi – Politecnico di Milano, Giancarlo Consonni – Politecnico di Milano, Mario Fosso – Politecnico di Milano, Renzo Rosso – Politecnico di Milano, Graziella Tonon – Politecnico di Milano, Maria Cristina Treu – Politecnico di Milano, Lorenzo Mezzalira – Politecnico di Milano, Giuseppina Macrì – Avvocato in Arezzo, Alessandro Dama – Politecnico di Milano, Michele Gasparetto – Politecnico di Milano, Claudio Marazzini – Presidente Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio – Presidente emerito Accademia della Crusca, Paolo Caretti – Università di Firenze, Luigi Lombardi Vallauri – Università di Firenze, Rosamaria Marini – Materie letterarie Istituti di istruz. superiore – Firenze, Maria Luisa Villa – Accademia della Crusca, Giovanni Serges – Università di Roma 3, Emanuele Banfi – Università degli Studi di Milano Bicocca, Domenico Storace – Università di Firenze, Michele Gazzola – Humboldt-Universität zu Berlin, Paolo Berdini – urbanista, Lidia Decandia – Officina dei saperi, Francesco Trane – Officina dei saperi, Laura Marchetti – Officina dei saperi, Daniela Poli – Università di Firenze, Carlo Cellamare – Officina dei saperi, Ilaria Agostini – Università di Bologna, Giuseppe Saponaro – Officina dei saperi, Vittorio Boarini – Officina dei saperi, Roberto Budini Gattai – Officina dei saperi, Romeo Bufalo – Università della Calabria, Piero Bevilacqua – Università la Sapienza, Pier Luigi Cervellati – urbanista, Maria Pia Betti – scuola secondaria – Grosseto, Antonio Porta – Politecnico di Milano, Luca Piero Marescotti – Politecnico di Milano, Amedeo Bellini – Politecnico di Milano, Giovanni Baule – Politecnico di Milano, Luigi Procopio Quartapelle – Politecnico di Milano, Stefano Longhi – Politecnico di Milano, Pellegrino Bonaretti – Politecnico di Milano, Marco Lucchini – Politecnico di Milano, Francesco Vescovi – Politecnico di Milano, Arturo Baron – Politecnico di Milano, Marco Politi – Politecnico di Milano, Aldo Castellano – Politecnico di Milano, Marina Cristina Tanzi – Politecnico di Milano, Maurizio Vogliazzo – Politecnico di Milano, Marcello Magoni – Politecnico di Milano, Giuseppina Gini – Politecnico di Milano, Alfredo Ronchi – Politecnico di Milano, Valentina Dessi – Politecnico di Milano, Ezio Puppin – Politecnico di Milano, Fabrizio Campi – Politecnico di Milano, Gianfranco Pertot – Politecnico di Milano, Anna Tiziana Drago – Università degli studi di Bari, Alessandra Cherubini – Politecnico di Milano, Francesco Repishti – Politecnico di Milano, Federica Boschetti – Politecnico di Milano, Franco Chiaraluce – Università Politecnica delle Marche – Ancona, Pierantonio Frare – Università Cattolica di Milano, Elena Landoni – Università Cattolica di Milano, Francesco Spera – Università degli Studi di Milano, Paola Petrini – Politecnico di Milano, Lorenzo De Stefani – Politecnico di Milano, Gianfranco Fiore – Politecnico di Milano, Cesare Mario Arturi – Politecnico di Milano, Angelo G. Landi – Politecnico di Milano, Amedeo Bellini – Politecnico di Milano, Luigi Pietro Maria Colombo – Politecnico di Milano, Paola Ponti – Università Cattolica di Milano, Antonio Zollino – Università Cattolica di Milano, Enrico Gianluca Caiani – Politecnico di Milano, Mariateresa Girardi – Università Cattolica di Milano, Silvia Morgana – Accademia della Crusca e Università degli Studi di Milano, Lorenzo Giacomini – Politecnico di Milano, Luigi Tesio – Università degli Studi di Milano, Fabrizio Frezza – Sapienza Università di Roma, Frank Marzano – Sapienza Università di Roma, Cristina Tonelli – Politecnico di Milano, Maurizio Quadrio – Politecnico di Milano, Anna Anzani – Politecnico di Milano, Giuseppe Polinemi – Università degli Studi di Milano, Maria Rosa Giacon – docente di Liceo – Venezia, Paola Polito – Lettrice di Italiano – Università di Copenaghen, Federica Millefiorini – Università Cattolica di Milano, Annalisa Andreoni – IULM – Milano, Giancarlo Gioda – Politecnico di Milano, Lucio Curreri – Université de Liège, Massimo Prada – Università Cattolica di Milano, Secci Rosa – pensionata, Secci Battistina – pensionata, Secci Caterina – pensionata, Giovanni Pighizzini – Università degli Studi di Milano, Gianfranco Bonola – Università degli Studi Roma 3, Enrico Elli – Università Cattolica di Milano, Mario Fiorentini – Università di Trieste, Elena Granata – Politecnico di Milano, Gabriele Crespi Reghizzi – Università di San Pietroburgo, Cesira Macchia – Politecnico di Milano, Lucinia Speciale – Università del Salento – Lecce, Cristina Bergo – Politecnico di Milano, Antonello Boatti – Politecnico di Milano, Rocco Ronza – Università cattolica di Milano, Luigi Tesio – Università degli Studi di Milano, Donatello Santarone – Università degli Studi Roma 3, Marcello Buiatti – Università di Firenze, Sergio Brenna – Politecnico di Milano [torna su]

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Senza le parole non ci sono le cose
di Giovanna Lo Presti

Nel linguaggio si esprime al massimo grado la nostra essenza umana; lingua madre è una bella espressione per ricordare che noi nasciamo, come individui sociali, con atti di comunicazione e che imparare significa, in primo luogo, apprendere la propria lingua naturale.

E’ un caso se oggi i nostri bambini, i nostri ragazzi e tanti adulti soffrono di una patologica povertà linguistica? E’ un caso se le “tre I” sono state la parola d’ordine della pedagogia berlusconian-renziana e nessuna delle “tre I” stava per “Italiano”? E’ un caso se il Ministero dell’Istruzione promuove il CLIL, cioè l’insegnamento di una disciplina non linguistica in lingua straniera, sottovalutando il rischio che deriva dal mediare un contenuto in una lingua poco conosciuta, spesso, sia da chi insegna sia da chi impara ed ignorando i deludenti risultati legati all’apprendimento curricolare delle lingue straniere?

Ancora una volta, per comprendere quel che sta accadendo, la scuola deve guardare all’esterno: privare gli studenti della possibilità di avere sufficiente competenza nella propria lingua nativa, distraendoli con lo specchietto per le allodole dell’angloamericano è un atto regressivo, è negare l’accesso ad una eredità comune preziosa. “Le lingue rappresentano una ricchezza, bisogna studiarle e tramandarle. Con la perdita della loro pluralità, ecco un mondo più monotono. E’ un mondo con una sola lingua, l’angloamericano. E’ la lingua del computer, quella che ci porta il cyberspazio, il Web. Non si può dimenticare il rischio elettronico. La rivoluzione di Gutenberg era una trasformazione graduale, non una trasformazione metafisica. Quella di oggi è un triplo salto mortale metafisico“. Con la consueta lucidità George Steiner mette in luce quel che si intravvede in filigrana nel trionfo dell’angloamericano: l’affermarsi di un mondo omologato e sostanzialmente autoritario, sottomesso ad un’unica logica, quella del profitto.

Interrompere il filo che lega le parole alle cose non ci porterà lontano. “Rem tene, verba sequentur: se i verba non ci sono, non c’è nemmeno la res”. Lo diceva Benedetto Croce, e non senza ragione. [torna su]

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Fermiamo il proliferare della “non parola”
di Giancarlo Consonni

Tra i beni culturali la lingua è il più condiviso: quello in cui milioni di parlanti hanno lasciato un segno, quello a cui più intimamente si lega l’identità di un popolo. Come ha scritto Carlo Dossi, sussistono «strettissimi rapporti fra la lingua e l’indole di una nazione»: vi si può leggere «la storia del popolo che ne usò e ne usa».

La storia delle lingue è influenzata fortemente anche dai rapporti di forza: conquiste, legami di dominanza e dipendenza segnano fortune e sfortune di una parlata. Oggi la fortuna arride all’inglese, ma il vento potrebbe volgersi in pochi anni a favore del cinese; e così via. Intanto però la globalizzazione potrebbe avere come esito epocale un impoverimento complessivo dell’umanità legato al prevale di una lingua veicolare, efficace per comunicare in sedi specialistiche ma non esente dal rischio di un uso riduttivo e impoverente. Come si stanno moltiplicando i «non luoghi» (Marc Augé), ci sono manifestazioni del proliferare della «non parola»: di un eccesso di messaggi verbali che veicolano il nulla.

La lingua con cui ci esprimiamo e comunichiamo non è solo un mezzo, un attrezzo che si possa prendere e riporre a piacimento. È sostanza di cose vissute e create. Le parole che escono dalla nostra bocca o che affidiamo alla scrittura sono intimamente intrecciate a quello che siamo come individui, gruppi, collettività. Dicono una verità che è impossibile mascherare.

Per questo una lingua, ogni lingua, è patrimonio non solo di chi la parla ma dell’umanità intera. Chiunque ne faccia esperienza, ascoltandola o parlandola, entra in un mondo; fa esperienza di un modo di disporsi nel mondo. Per questo le lingue, tutte le lingue, vanno difese.

La lingua però non ammette una difesa d’imperio. Si difende una lingua solo contribuendo alla sua vitalità e in questo conta il dinamismo economico-sociale ma soprattutto la ricchezza umana e culturale dei parlanti. La lingua può arricchirci o impoverirci: può essere portatrice di nutrimenti per lo spirito, per la nostra umanità, può aiutarci a orientarci nel mondo; ma può anche immiserirci, può essere un fattore di disorientamento.

Se una lingua non può essere difesa per decreto, può però essere danneggiata da scelte calate dall’alto, magari pensate per offrire più strumenti ai giovani nella difficile congiuntura economica e occupazionale, ma che limitano fortemente il suo naturale spazio d’uso, di sperimentazione e di evoluzione. È il caso della decisione del Senato Accademico del Politecnico di Milano di adottare a partire dal 2014 l’inglese come lingua obbligatoria per il biennio delle lauree magistrali. Nel Politecnico esistono già filoni d’insegnamento in inglese in tutti corsi di laurea: basta questo per rispondere all’obiettivo dell’internazionalizzazione dell’università italiana. Rendere l’inglese obbligatorio per tutti è invece un indice di provincialismo e di rassegnazione nei confronti di un declino che va combattuto con tutte le energie, a cominciare dalla ricerca e dalla cultura.

Per l’università italiana, e non solo, la sfida è semmai un’altra: rinsaldare quanto più possibile la capacità di allievi (e docenti) di produrre pensiero e conoscenza. Su questo fronte la dimestichezza con le lingue straniere è quanto mai indispensabile, ma non può andare a scapito delle straordinarie potenzialità che offre la padronanza della lingua madre.

Se la scelta del Politecnico di togliere di mezzo l’italiano dalle lauree magistrali si estendesse all’intera università italiana, avremmo come risultato l’impoverimento della formazione in un Paese che offre da tempo preoccupanti segnali di un pesante ridimensionamento della ricerca e della pubblica istruzione. [torna su]

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L’italiano resti in Italia la lingua del sapere
di Claudio Marazzini

Caro direttore, la sentenza n. 42/2017 della Corte Costituzionale su italiano e inglese nell’università ha suscitato un vivace dibattito, e alcuni critici denunciano presunti dannosi vincoli posti ora ai programmi di internazionalizzazione. Ciò non è vero: nessuno impedisce alle università di attivare corsi in inglese. Semplicemente la Corte invita a farlo in maniera non sconsiderata. Qualche critico ha avuto il coraggio di lamentare una limitazione di libertà, mentre invece questa sentenza, così come la prima del Tar di Lombardia, è la risposta a un tentativo di autolesionistica abolizione totale dell’italiano. Questa sentenza difende dunque la nostra libertà di scelta, contro ogni autoritarismo linguistico.

Altra confusione perniciosa: molte voci si levano per spiegarci che l’inglese è l’esclusiva lingua internazionale della scienza. La sentenza della Corte non richiede però che ci addentriamo nell’esame di tale problema, o che torniamo sull’altro luogo comune, cioè il latino nell’università del Medioevo come esempio di universalismo pre-anglofono: l’università moderna non discende direttamente (per fortuna) da quella medievale. Tuttavia – e questo è il punto – la lingua della scienza non c’entra per nulla con la sentenza: la Corte non ha mai discusso quale essa sia o debba essere; ma ha discusso quale debba essere la lingua della didattica. La didattica non è la scienza. La didattica consiste nelle lezioni che si tengono all’università allo scopo di formare operatori delle varie discipline. Non tutti costoro diventeranno ricercatori e andranno a lavorare nei grandi laboratori internazionali. È vero che siamo ormai abituati a spedire all’estero centinaia di migliaia di laureati (ci siamo riusciti anche senza i corsi in inglese). Ma per fortuna molti laureati non andranno a vivere all’estero. Qualcuno rimarrà, e dovrà operare da noi e spiegare in italiano a italiani cose necessarie alla nostra società, che non può essere esclusa dal sapere con disinvoltura.

È anche giunto il momento di abbandonare il paragone con paesi come Finlandia e l’Olanda. È necessario un confronto diverso. Il raffronto, infatti, deve tener conto del numero degli abitanti: la Germania ne ha oltre 80 milioni, la Francia 66 milioni, l’Italia 59 milioni, la Spagna 46 milioni, l’Olanda 16 milioni, la Finlandia 5 milioni e mezzo. Si rifletta sul fatto che la Lombardia da sola ha 10 milioni di abitanti, e Lazio, Campania, Sicilia e Veneto viaggiano attorno ai 5 milioni di abitanti: ciascuna di queste regioni è dunque paragonabile alla Finlandia. La politica linguistica di Sicilia, Campania, Veneto potrà essere eventualmente raffrontata – se si vuole – a quella della Finlandia, a beneficio di chi ama questi paragoni, ma converrà aver chiaro che una nazione la quale conta tanti abitanti quanti quelli di una regione italiana non può avere la stessa politica linguistica che si raccomanda invece per una delle nazioni europee che superano i 50 milioni di abitanti. Non a caso, la Germania, nel rivendicare il ruolo del tedesco tra le lingue di lavoro dell’Unione, ha sempre fatto valere il criterio del numero. La Spagna, per parte sua ha sempre puntato sugli ispanofoni nel mondo, calcolabili attorno a 350 milioni. Un po’ di attenzione al mondo reale, sicuramente plurilingue, ben diverso dalle università medievali dove si leggeva noiosamente la lezione in latino, gioverebbe a intendere meglio le esigenze del nostro tempo.

Converrà anche smettere di assumere un atteggiamento di presuntuosa sufficienza ogni volta che si parla della cura della lingua in Francia, con attiva partecipazione dell’Académie. Un esame della politica economica espansiva della Francia mostra che i francesi se la cavano benissimo a livello internazionale, anche se guardano alla propria lingua con un sentimento intenso di affetto e fiducia. Rispettare gli spazi della propria lingua non vuol dire non imparare l’inglese. Infatti mediamente i francesi lo parlano meglio degli italiani. Tra le due cose, amore per la propria lingua e conoscenza delle lingue straniere, non c’è alcuna contraddizione. È dunque scandaloso che qualcuno si sia scandalizzato perché la suprema Corte ha messo per iscritto una cosa che dovremmo pensare tutti, e cioè che per nessuna ragione si può ridurre la lingua italiana «a una posizione marginale e subordinata, obliterando quella funzione, che le è propria, di vettore della storia e dell’identità della comunità nazionale, nonché il suo essere, di per sé, patrimonio culturale da preservare e valorizzare». (La Repubblica, 21 marzo 2017)

* L’autore è Presidente dell’Accademia della Crusca.

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Anche la scienza per contare deve parlare come Dante
di Maria Luisa Villa

Caro direttore, amputato del patrimonio comunicativo nei settori tecnico-scientifici, l’italiano diventerebbe in breve tempo un arcaico dialetto. Ne seguirebbero un indebolimento del rapporto culturale con la comunità di appartenenza, un isolamento del sapere di vertice, e un aumento della incomprensione tra pubblico e scienza.

È dubbia la possibilità che questi danni possano essere compensati da un massiccio afflusso di studenti stranieri di elevato livello culturale. Molti sospettano che continueremmo ad accogliere solo quelli che non riescono a passare il test di ingresso in America, Inghilterra, Germania e paesi nordici. Conviene riflettere su questi rischi, poiché la connotazione competitiva e imprenditoriale che le università sono state indotte ad assumere nel mondo attuale, le spinge a confondere i propri principi organizzativi con quelli delle imprese multinazionali. Nascono da qui molti malintesi che oscurano la consapevolezza che le università, anche nel tempo dell’economia della conoscenza, sono pur sempre istituzioni con compiti culturali peculiari, ben diversi da quelli di una impresa. Le imprese multinazionali non sono legate a un territorio, si collocano dove appare più conveniente, progettano su tempi brevi e possono nascere, aggregarsi, rimodellarsi, delocalizzarsi, rilocalizzarsi e morire con relativa facilità. Gli atenei non sono mobili, ma incardinati in un territorio, dal quale ricavano sostegno materiale e culturale.

Giova sottolineare che gli atenei che hanno raggiunto un maggior respiro internazionale sono quelli che hanno saputo immergersi nel territorio istituendo con esso un continuo scambio di informazioni, relazioni e risorse. Tipici ma non unici sono gli esempi dell’Università di Stanford-Silicon Valley e MIT-Boston. Per vincere la competizione per i migliori cervelli non basta adottare l’inglese didattico ma occorre offrire beni e servizi che suscitino interesse, e questo dipende anche da una impronta culturale “contestuale al luogo” che li distingua dagli analoghi beni e servizi reperibili altrove.

Solo conservando ed estendendo creativamente ad altri settori lo “stile italiano”, che è stato vincente a livello internazionale nei settori della moda, del design, dell’architettura e del cibo, possiamo sperare che l’Italia venga scelta dagli studenti stranieri. Lo “stile italiano” fu ciò che permise a Perotto nell’Olivetti degli anni Sessanta, di creare il “programma 101”, primo modello di personal computer ora esposta al MoMA. Niente era più italiano e niente era più internazionale dell’Olivetti degli anni Sessanta, ma la limitatezza manageriale impedì a Valletta di comprendere il valore della “Perottina”, decretandone l’abbandono e sancendo così l’uscita del nostro Paese dall’elettronica avanzata degli anni a venire. Sarebbe bene non ripetere questi errori, recuperando fiducia nelle nostre capacità di creare innovazione. Il compito per noi è apprendere le lingue dei vicini senza abbandonare la nostra, perdendo con essa la ricchezza del contesto locale: sarebbe tragico parlare bene in inglese e non avere più niente da dire. (La Repubblica, 21 marzo 2017)

* L’autrice ha scritto L’inglese non basta: una lingua per la società (Bruno Mondadori).

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Lettera di Nicoletta Maraschio sulla sentenza della Corte Costituzionale, 22-03-2017

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Saremmo ridotti a bruti
di Giacomo Devoto

«La mobilitazione linguistica attuale parte da una candida ammissione: che le lingue siano solo una immensa raccolta statica di tasselli disposti in un mosaico, tanto precisi, isolati e definibili, da poter essere numerati. Se l’immagine fosse vera, la lingua sarebbe un codice mediante il quale formuleremmo i nostri messaggi attraverso numeri simboli sigle, manovrando pulsanti. Le traduzioni sarebbero automatizzate da tempo. La lingua universale, almeno nello scritto, sarebbe raggiunta. Saremmo, anche, ridotti a bruti».

Giacomo Devoto, Il lettore, in Corriere della Sera, 26 ottobre 1968, ora in Id., La civiltà di parole/2, Vallecchi, Firenze 1969, p. 93 [torna su]

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Lettera di Nicoletta Maraschio sulla sentenza della Corte Costituzionale, 22-03-2017

6 pensieri su “Vivalascuola. L’italiano siamo noi

  1. Stiamo davvero diventando un paese di analfabeti e, in quanto tali, incapaci anche di apprendere l’utilissimo inglese che invece, a quanto pare, i ministri danno fin troppo per scontato.

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  2. Certo! L’analfabetismo funzionale è al 75%, la stessa percentuale è quella degli italiani che non consultano siti in inglese. Non ci sarà una corrispondenza? Cioè che, come dicono gli insegnanti di lingue straniere, gli studenti faticano a imparare una lingua straniera perché non conoscono nemmeno la loro lingua madre?

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  3. perdere la padronanza della lingua equivale a perdere sovranità. Stiamo asservendoci agli invasori, per il momento linguistici. Aggiungendo a questo la crescita degli stranieri, in pochi anni la sovranità dell’idiomo nazionale precipiterà a zero. A quando la bandiera a srttelle e strisce? Iscriviamoci al Politecnico e poi pretendiamo l’insegnamento in italiano, movendo causa al Politecnico. Andiamo sul concreto….

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  4. Aggiungo che i tagli delle ore nei licei, da trenta a ventisette al biennio e da trentatré a trenta al trinnio, hanno penalizzato proprio le materie umanistiche.

    Tagli voluti dalla Gelmini e mantenuti da tre governi del sedicente centrosinistra.

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