I grandi uomini


di Riccardo Ferrazzi

Secondo gli antichi, gli uomini che si elevavano al di sopra della massa avevano caratteristiche divine.
Non bisogna credere che questa idea sia del tutto scomparsa nel mondo moderno: Manzoni chiamò Napoleone “uom fatale” (l’idea del Fato resiste anche alle scosse dell’illuminismo!). E nel secolo scorso, per incensare i dittatori, si scomodò spesso la Provvidenza e il favore di Dio. Nel mondo greco eroi mitici come Ercole o Castore e Polluce erano considerati semidei, cioè esseri umani che si erano innalzati a una dignità celeste. A Roma Cesare e Augusto, e persino Claudio, e in seguito Vespasiano, Tito e Domiziano, ebbero l’appellativo di “Divus”.
Al giorno d’oggi questa abitudine degli antichi sembra dovuta a un misto di ingenuità e di piaggeria. Oggi impera una visione da “sogno americano” secondo la quale il successo dipende unicamente dalle capacità personali. Ma forse gli antichi non erano poi così ingenui e siamo noi a scambiare i nostri desideri con la realtà.
Per ottenere il successo le capacità personali sono una condizione non sempre necessaria e quasi mai sufficiente. Chi lavora in una grande azienda impara presto che per far carriera non basta dimostrare di saper fare questo o quello: bisogna come minimo “attaccarsi al carro giusto”, “conoscere le persone giuste”, “avere gli amici giusti”. Allo stesso modo, chi tenta la carriera politica deve legarsi al carro vincente.
Il più delle volte è soltanto questione di fortuna: chi parte da zero e non ha relazioni di sorta può impiegare anni anche solo per identificare le “persone giuste” (figuriamoci poi avvicinarle e farsele amiche). Col tempo potrà avere (oppure no) l’occasione di entrare in rapporti con persone che forse gli offriranno un’opportunità; ma le sue possibilità di affermazione dipendono dal successo degli amici ai quali si legherà. Insomma: la fortuna (altrimenti detto: il favore degli dei) ha un peso preponderante.
Chi non fosse convinto pensi alle figure politiche (non solo italiane) degli ultimi settant’anni: emerite nullità sono diventate ministri o addirittura presidenti di superpotenze mondiali, mentre persone valide e preparate non sono riuscite a emergere. È sempre stato così. Nella storia di Roma gli homines novi (cioè quelli che non appartenevano a una delle grandi famiglie) si contano sulle dita di una mano. Eppure fra i cosiddetti “ottimati” c’era di tutto: Scipione, il vincitore di Zama, ma anche quel Varo che perse le legioni nella selva di Teutoburgo. Cesare e Nerone. Augusto e Marco Antonio.
Il punto di vista di greci e romani teneva conto anche del fatto che nei grand’uomini erano grandi tanto le virtù quanto i vizi. Ci si domandava: se le loro grandi virtù erano controbilanciate da vizi altrettanto importanti, come hanno potuto emergere? Come sono riusciti a cavalcare l’onda più a lungo degli altri? La risposta era: se questi uomini sono stati così fortunati, evidentemente godevano del favore degli dei.
E in effetti non c’è dubbio che Alessandro Magno e Giulio Cesare siano stati favoriti dalla sorte, più che dalle loro capacità. Uno era un maniaco sessuale, l’altro un impulsivo. Tutti e due soffrivano di epilessia. Eppure la dimensione dei loro successi andava oltre la misura umana. Non è poi così strano che gli antichi, per rendersi ragione di tanta fortuna, abbiano pensato al favore degli dei.
Oggi chi considera la fortuna come un segno del favore divino viene ritenuto ingenuo, eppure questa ingenuità sopravvive dove meno ci aspetteremmo di trovarla. Per esempio, nella dottrina calvinista che identifica il favore di Dio nel successo in affari. Oppure in Napoleone che, quando gli si proponeva di promuovere un generale a maresciallo, rispondeva: “Sì, lo so che è in gamba; ma è fortunato?”. Il che, anche in piena rivoluzione illuminista, veniva praticamente a significare: quest’uomo è favorito dagli dei?
***
In quasi tutte le avventure di Alessandro Magno la concretezza e l’abilità (che furono le sue doti migliori) passano in secondo piano di fronte a un’audacia che spesso è temerarietà o addirittura incoscienza. Questo re ragazzino pensava – lucidamente – che avrebbe potuto imporsi ai suoi generali solo guidandoli in un’impresa che senza di lui non avrebbero nemmeno osato immaginare. Ma per mettere in atto un piano così azzardato aveva bisogno di una fortuna sfacciata.
Dire che nella battaglia del Granico gli dei lo assistettero può sembrare una mera formula letteraria; ma chi legge il resoconto della battaglia deve convenire che il comportamento del re fu poco meno che demenziale. Del resto, il Granico fu solo un assaggio: l’intera idea della campagna persiana era un capolavoro di avventatezza e la successiva decisione di portare la guerra in India rasentò la pazzia.
Nel pieno della sua offensiva Alessandro trovò il tempo di effettuare una diversione in Egitto, dove si fece riconoscere “figlio di Zeus” dai sacerdoti di Zeus-Ammone. Fu una specie di commedia degli errori. Plutarco, nel riferire le parole del sacerdote, parla di un errore dovuto alla scarsa conoscenza della lingua greca e sostiene che Alessandro ci credette a metà, o anche meno, ma trovò comodo alimentare la diceria come instrumentum regni.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...