L’isola misteriosa. La Biblioteca dei libri inutili. N. 2

Come per l’idea rimasta incompiuta di realizzare un Catalogo delle idee chic, che avrebbe dovuto essere il seguito e la conclusione del romanzo Bouvard e Pécuche di Flaubert, letture e proposte di libri singolari eppure dimenticati.

Hocynus Orca , Stefano d’Arrigo (1975)

Hocynus Orca di Stefano D’Arrigo, può essere considerato il Moby Dick della nostra letteratura, per aver fatto del mare e dei suoi abitanti l’epico scenario di un’imponente opera simbolica. D’Arrigo stesso affrontò l’impresa come di fronte a un capolavoro del Novecento. In realtà, in quest’opera volutamente monumentale sono presenti Omero e Joyce, più che Melville, l’insonne ritorno alla propria Itaca, più che l’ossessivo inseguimento di una chimera.

Stefano D’Arrigo scrisse in poco più di un anno un romanzo dal titolo La testa del delfino, prima stesura dell’opera che alla fine prenderà il nome di Horcynus Orca. Nel mezzo, la variante de I fatti della fera. L’impresa durò in tutto diciannove anni, dal 1956 al 1975.

Nel 1975 dunque ha fine una tormentata storia editoriale e creativa. All’inizio fu Elio Vittorini che propose a Mondadori di pubblicare il romanzo La testa del delfino, una volta che fosse compiuto. D’Arrigo vi mise massicciamente mano e nel 1960 consegnò all’editore un’opera molto più vasta, dal titolo I fatti della fera. Ma il libro, che sarebbe dovuto uscire nel 1961, venne pubblicato solo quindici anni più tardi, quando D’Arrigo decise di porre termine ai continui ritocchi e ai progressivi ampliamenti. Ecco che l’Horcynus Orca risultò alla fine un romanzo con quasi il doppio delle pagine rispetto a I fatti della fera.

Nel 2000, per iniziativa della Rizzoli, viene alla luce la prima edizione del romanzo di D’Arrigo, a cura di Walter Pedullà. Un testo rimasto prima sconosciuto, di cui Vittorini, appunto, ma anche Italo Calvino, vollero anticipare un centinaio di pagine nel terzo numero della rivista «Menabò» già nel 1960, aprendo uno dei più accesi dibattiti culturali ed editoriali del secondo dopoguerra.

Nelle due stesure, tuttavia, è rimasta inalterata la trama: l’epopea simbolica del protagonista ‘Ndria Cambria, il giovane marinaio — Ulisse che parla un dialetto ionico — che nell’autunno del ’43 ridiscende l’ultimo tratto della penisola per tornare a casa, viene traghettato da una “femminota” — Ciccina Circé — sulla sponda siciliana, incontra il padre che parla l’intera notte e rientra nella comunità di pescatori ridotti alla fame dalla guerra; prova a guadagnare i soldi con i quali poter comprare loro una barca ma muore vogando nel porto, colpito da un proiettile sparato nella notte da una sentinella inglese. Le varianti più cospicue riguardano la seconda parte del romanzo, con l’aggiunta di numerosi episodi, e quella incessante tessitura sulle parole che ha prodotto un meraviglioso impasto linguistico, incrocio di dialetto, lingua colta, popolare e neologismi.

E al centro l’apocalittico eppure seducente duello fra l’orca e i delfini, le fere. Un duello interminabile, dove, tuttavia, anche la morte (l’orca) può alla fine essere sconfitta.

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