Trittici, di Annamaria Ferramosca


Annamaria Ferramosca, Trittici – il segno e la parola, Dot.Com.Press , Milano 2016

Nota di lettura di Marco Ercolani

«La parola poetica viene così a rendere visibili con gli strumenti del suono e delle pause le medesime relazioni che un dipinto porta alla luce tramite le forme, i colori e la spazialità; grazie a quello che ho chiamato “dialogo tra le arti” la scrittura costruisce un ponte verso la pittura, non tenta di sostituirla, ma di renderle onore e di ampliare, per sua virtù immaginifica, quanto (ed è già di per sé immenso) la pittura stessa ci dona o suggerisce o trasmette per propria forza di suggestione». Queste parole di Antonio Devicienti ci introducono alla recente plaquette di Annamaria Ferramosca, Trittici – il segno e la parola (Dot.Com.Press 2016), dedicata ad artisti ormai classici (Arturo Modigliani, Frieda Kahlo) e viventi (Cristina Bove, Antonio Laglia), dove il tema dell’identità femminile domina assoluto. «Cos’è la realtà senza l’energia dislocante della poesia?» si chiede il poeta René Char. E, in questa plaquette, dislocante è il potere magico della parola, la sua ritmica armoniosa, la sensualità delle frasi che fa da musicale contrappunto all’immagine. Ferramosca scrive sulla scia di pitture, ne evoca vissuti, ne amplia sensazioni: «qui si danza una perfezione / si festeggia che cosa? / che cosa si vela nel fondo / degli occhi? o tra i capelli?… /tra poco sulla scena / si scioglieranno i capelli vorticando». La sua parola insegue una morbidezza ipnotica, dove senso e suono si rimandano richiami, e dove la realtà degli incroci fra arti diverse inventa un terzo spazio, mobile e fluttuante, carico di echi e sovrapposizioni, come un rapsodico e contiguo creare “accanto”, proseguendo nella sua esperienza poetica e ontologica nomadica, che traversa territori diversi e affini in un ciclico, vitale desiderio di metamorfosi. Come quando affida la voce alla Bambina in abito azzurro di Modigliani e le fa dire al pittore stesso: «tu dipingimi ti prego le pupille / fammi occhi chiari ben fissi nei tuoi / dovranno dire a infiniti occhi in stupore / di te di me/ nel lunghissimo tempo». E qui la poesia, appoggiandosi al tema delle creature senza pupille dipinte da Modigliani, diventa un invito postumo al pittore perché finalmente faccia uscire le sue figure dal loro cieco dimorare nel mondo. Ancora René Char, favolosamente, ci soccorre: «Lasciami convincere dell’effimero che incantava ieri i suoi occhi». E Annamaria è consapevole dell’incantamento, se così introduce il suo libro: «Tutte queste mie derive, nel senso di un mio trascinamento quasi ipnotico, ho voluto tra-scrivere».

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