Grande secolo d’oro e di dolore. Intervista a Vincenzo Pardini

Grande secolo d’oro e di dolore. Intervista a Vincenzo Pardini

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di Marino Magliani
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Prendiamo l’incipit di Grande secolo d’oro e di dolore (Il Saggiatore, 2017) di Vincenzo Pardini:
«In una stanza bianca come un sudario, il pavimento di mattoni, rossi e sgretolati, le travi che hanno resistitito ai terremoti, un giorno di febbraio del 1983 è morta Leonide Francesca Lusetti dei Longobardi, ultima discendente d’una antica casata della Media Valle del Serchio».
Il lettore è conquistato dall’onestà dell’io narrante, un discendente del casato, che nella stessa pagina ci dirà:
«Con l’aiuto della memoria e di documenti, tenterò di ricostruire una cronaca di vicende ed eventi che il tempo sta cercando di ingiallire»


… per poi riapparire a pagina 21: «Una sera d’estate, nell’aia di una casa solitaria, un suo coetaneo, che era solito raccontarmi storie, mi confidò di esserne stato innamorato. Parlando, la sua voce s’era fatta suadente, l’accento giovanile. L’amava ancora».
Ma torniamo all’onestà dell’incipit, anzi al rapporto che si crea tra l’io narrante e il lettore, un rapporto di complicità: io non ti prenderò per la manica coi trucchi, ti inviterò qui e alla fine sarai tu a decidere. Ma so già che resterai. E il lettore, (ma personalmente, io lettore appartengo a quella folta banda di lettori che vanno dietro a Pardini anche se ci portasse nel pollaio e ci raccontasse di quando le piume che stanno sulla terra indurita dal guano si sono staccate dalla pelle delle galline) io allora lo leggo con un altro respiro. Davvero senza trucchi.
Ve lo ricordate l’incipit di Cronaca di una morte annunciata di Gabriel Garcia Marquez?
«Il giorno che l’avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5,30 del mattino per andare ad aspettare il battello con cui arrivava il vescovo».
Voi mi direte: ma che c’entra? Infatti, è per dire che non c’entra, è per dare un esempio di geniale incipit che ti mostra già la fine (avete presente come scrivono le domande gli spagnoli, mettendo all’inizio il punto interrogativo, di modo che il lettore sia preparato su cosa l’aspetterà alla fine, funziona specie nei casi di frasi lunghe in cui ci si fa sorprendere dal punto interrogativo finale) e sta lì, lo stesso meravigliosamente, ad alimentare attraverso quel primo respiro l’ossigeno dell’opera intera. Ecco, e nel caso di Grande secolo d’oro e di dolore, è come se quella «stanza bianca come un sudario, il pavimento di mattoni, rossi e sgretolati» ci accompagnasse come una colonna sonora testuale fino alla fine.

D. Mi piacerebbe ci confrontassimo sull’incipit, Vincenzo, e altre cose del genere, che ci facessi entrare nella tua officina. Hai detto, su Nazione Indiana, che questo libro l’hai scritto negli anni ottanta e che col tempo hai sottratto moltissimo. L’attacco è sempre stato quello? L’io narrante pure?

R. Sì, l’attacco è sempre stato lo stesso. E anche il resto del libro è all’incirca lo stesso. Solo che ho espunto le parti che mi sembravano in eccedenza, e che se ricucite potrebbero essere un altro romanzo. Ma non lo farò. Cesare Garboli mi diceva che io buttavo sempre via delle perle. Infatti a me quello che interessa è che funzioni al massimo la macchina narrativa. E quando mi rileggo mi distacco, come leggessi il libro di un altro. Perchè credo che uno scrittore non debba avere indulgenza nè pietà verso se stesso, per il fatto che deve rendere un servizio alla letteratura, una dea che per certi versi è stata sconsacrata, fino ad essere stata ridotta a serva della politica, la quale a tutto guarda fuori che ai meriti.

D. Il materiale. Ci sono autori che abbandonano la trama per i paesaggi, ossia abbandonano sostanzialmente le storie. Ho letto una recensione a Grande Secolo di un bravo critico in cui si sostiene che qui mancherebbe una vera e propria trama, ben presente invece in altre tue opere, anche se peraltro si apprezza molto il romanzo in sé. Non sono d’accordo fino in fondo. Un altro bravo critico parla di 87 personaggi, e in questo dato mi pare la chiave di lettura. In nessun romanzo ricco e felicemente raccontato attraverso il secolo di 87 personaggi, possono mancare le storie.

R. Io non seguo le logiche normali, ossia della normalità narrativa. Non imito nè ho mai imitato qualcuno. Non mi sentirei me stesso. La trama del Secolo (il titolo è un regalo di Giuseppe Genna) sta tutta nella narrazione di Leonide; a mio avviso ogni personaggio è una piccola trama, che io concateno perchè il mio scopo era quello di raccontare per esteso un’epoca, una cultura e una tradizione. Per questo ho dovuto infrangere gli schemi tradizionali della trama. C’è anche chi mi ha detto che ho messo troppi personaggi. Non potevo fare altrimenti, perchè ognuno racconta di sè, delle sue vicende, che si specchiano, tutte, nella storia del libro.

D. Un paio di anni fa mi hanno invitato a parlare di territori anfibi in un rifugio in montagna, in un vallone nascosto, al fondo della Valle del Serchio. Il tuo mondo, che già conoscevo attraverso i tuoi libri e il silenzio dei tuoi libri e i fischi dei tuoi rapaci e gli zoccoli dei tuoi bovini e l’odore dei tuoi contadini. La bestialità dell’umano, mi dicevo, ecco dove vive, vive qui. I tuoi personaggi ci nascono, ci si fanno male, e a volte, di rado, scappano oltre la grande pozzanghera o nel Nord Europa, ma di solito sono stanziali. Si amano per sopravvivere, si odiano per sopravvivere. Tu questo mondo l’hai iniziato a vedere da bambino, mi hai detto, e in parte l’hai visto moririre prima della fine quel secolo (la bellezza del titolo secondo me), e quel bisogno di raccontare le cose onestamente, sembra l’ennesima riprova che la valle, al di là di chi la vive e la muore, può sembrare e essere stupenda e il cielo sfavillante, ma poi la vita non basta e ci si siede a raccontarcela.

R. C’è chi, come te, mi ritrova in questi paesaggi; altri no. Ottiero Ottieri e sua moglie Silvana, quando lessero Lettera a Dio, mi dissero che le mie montagne erano quelle dell’anima, non della Media Val del Serchio e della Garfagnana. Avevano ragione. Tengo i miei paesaggi presenti nei loro colori e musiche, ma poi li trasfiguro, li trasformo come faccio coi personaggi. Ma i critici, ormai, mi hanno etichettato come scrittore delle montagne della Garfagnana. La cosa non mi dispiace, ma non mi ci ritrovo del tutto. I miei muli sono gli stessi di quando ero negli Alpini a S. Candido o di quando andai in Marocco; ritrovavo la mia terra nei loro sguardi, nel loro essere. Così mi accade coi personaggi. Li prendo ovunque. Molti dalla strada o dai bar di campagna, dove gli avventori raccontano storie bellissime. Per il resto colgo l’animalità in ognuno di noi; tutti noi siamo infatti bestie addomesticate dalla civiltà, dalla cultura, dalla religione, ma il fondo del nostro essere resta animale. E di un’animalità che usa la sua intelligenza per fare guerre e obbrobri di ogni sorta. Non abbiamo il coraggio nè la forza di dire no alla guerra e sì alla pace. Il fulcro dei nostri malanni è la rincorsa agli armamenti e l’istinto, questo sì bestiale, di dominare sugli altri, se non con le armi con l’economia, coi soldi, sterco del diavolo. Insomma, non siamo mai riusciti a guarire dalla sindrome della tribù, quella che dovrebbe farci pensare che non esistono i popoli e le razze, ma la specie umana. Dico questo pensando al Padre nostro e ai Dieci comandamenti. Riuscissimo ad attuarli saremmo salvi.

 

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