Danzas De Amor y Duende, Gianpaolo G. Mastropasqua. Una lettura di Pierluigi Boccanfuso

Quando la poiesis assume la sua dimensione cosmogonica.

Tra le numerose raccolte poematiche che ho letto, non ne ricordo molte che, dal campo del mio spirito, sono riuscite a divellere un fiore di entusiasmo come questa di Gianpaolo Mastropasqua. Danzas de Amor y Duende è una scoperta preziosa, una partitura wagneriana priva di musica (a meno che non si tratti dell’accordatura poetica), è intima e remota riconciliazione con lo spartito cosmico. Una Danza di Amore e Duende, appunto. Parola, l’ultima, che non va traslata. Deve essere lasciata così, nel suo idioma originario, totemico, la cosa in sé kantiana, universale, lo spirito dionisiaco e selvaggio, nel quale il nostro riconosce ogni tentativo di evasione dalla sfera del razionale.

Opera costruita sul magismo del numero 7 (7 sezioni complessive, ciascuna composta di 7 liriche), il cui folklore rientra a pieno titolo nella tradizione pugliese di demartiniana memoria, la cui articolata simbologia affonda le radici nel Giano bifronte del sacro e del profano.
Tuttavia la poesia di Mastropasqua ha toni solenni racchiusi sotto il cielo di un’universalità che abbatte le ombre di un provincialismo sul quale, cert’altri poeti, spesso e volentieri, sono indotti a cadere. Egli resta grande; una sorta di novello Lorca ove il messaggio misterioso del cante flamenco, si concretizza in storie drammatiche ed essenziali, la figura umiliata del gitano che si trasforma in un emblema dell’umanità dolente. È capace di creare un unicum, appena percettibile, tra un’accurata ricerca lessicale potentemente vitalistica e freudiani richiami ad una palpabile e bacchica pulsione di morte, un nucleo solido dal quale un sensismo pieno, oserei dire quasi epicureo, non può sottrarsi. Un vitalismo trionfale che scorre attiguamente a quel Thanatos sempre presente, imprescindibile.
Da qui le considerazioni sulla sua lingua: un monolinguismo, il suo, disarmante nel ripetersi sempre diverso. Risalta maggiormente il senso di ciò che non è stato (o non s’è realizzato) o di quel che s’è perduto. Tuttavia presente e futuro non sono trattati come campi sincronici marginali, ma infiorettano il verso; il primo, per offrire una contemporaneità non abbastanza disillusa, il secondo quasi per illudersi, ancora.
C’è anche un po’ di Bodini nel chiaro-scuro dell’esistenza sul quale il nostro, più volte, tiene a porvi l’accento. Oltre a elementi primigeni e atavici (il richiamo ostinato e ostentato dei quattro elementi), la sacralità temporale che, nella sua indefinitezza, definisce. Una poesia sovreccitata, istintuale, caratterizzata da immagini molto potenti, raccolte da un immaginario  che si scatena, inesauribile. Eternamente sgorga nell’eterno il tempo pur mortale della sua poesia, dove si arreca un senso di smarrimento volontario, nel quale, a tutti i costi, non vuol ritrovarsi. Danzas de Amor y Duende è, a mio parere, l’apoteosi arcadica dello spirito umano e i versi che la costituiscono sono destinati a rimanere impressi a lungo nella memoria di quei lettori che li accoglieranno come un fluire magmatico, sacrale e virtuoso.

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