GIOVANNI NIKIFOROS, “ELIAL. IL FIGLIO DEI DUE POPOLI”

Da Giovanni Nikiforos, Elial. Il figlio dei due popoli, ed. Atene, 2016

PROLOGO

Era nato, per la seconda volta. La Terra, dopo averlo di nuovo partorito, ne ebbe paura. Il Fato l’aveva chiamata a quella gestazione, perché così era deciso che fosse.

Immani pareti di roccia riflettevano le luci emanate dall’infante, ancora fioche. La sua mente, mai del tutto sopita, si muoveva veloce, pregustando il momento in cui sarebbe riuscito a rimettersi in piedi, per non essere più abbattuto. Serviva ancora tempo, ma il tempo pare un’inezia a chi abbia riposato per ere covando propositi di vendetta. Incominciò a respirare e crescere.

Due occhi lo osservarono, poi il loro proprietario prese a risalire l’altissima scalinata quasi verticale. Si stava preparando un’epoca di dolore.

CAPITOLO SECONDO: Il figlio dei due popoli

La campagna rideva. Rideva del canto degli uccelli, del profumo dei fiori, del ronzio di mille insetti. Un sole caldo illuminava i pascoli dei Colli Evetidi. Le nubi lontane, che oscuravano il nord come il manto di un cavaliere di tenebra, qui neppure si vedevano.

Un ragazzino, seduto sotto un melo secolare per goderne l’ombra, fischiettava tenendo d’occhio le greggi. Pecore e capre brucavano tranquille in quella landa benedetta dagli Dei.

“Fa davvero caldo oggi, Elial. Mi sdraierò un po’ qui all’ombra con te” disse al giovane un grosso montone, approssimandosi.

“Vieni, Grom: mi terrai compagnia.”

Il Dono dei Linguaggi: uno dei molti che quel pastorello aveva rivelato fin dalla più tenera età, ben prima di quando normalmente i Doni della Madre iniziassero a comparire. Anche l’aspetto indicava che nella sua natura v’era qualcosa di inusuale, persino in quel mondo dove l’inusuale costituiva la norma. Un occhio azzurro e uno nero;    il colore dei capelli perfettamente ripartito a metà, seguendo la linea centrale del capo: rossi sopra l’occhio azzurro, neri gli altri. Due popoli, di cui nulla sapeva.

“Queste maledette mosche non mi danno pace: mi si infilano nelle narici, nelle orecchie, dappertutto insomma!”

“Grom, sai che con le mosche non si ragiona: ho provato a dir loro di lasciarvi tranquilli, ma sono dispettose e ostinate.”

Viveva con suo papà, in una baita in legno poco distante. Lontano dal villaggio più vicino, nel quale il padre Am-Ra non lo lasciava mai andare. Una vita fatta di prati e animali, di boschi e torrenti.

“Già, quelle figlie dello sterco: se potessi le cancellerei dalla faccia del mondo.”

“Ahahah, amico mio. Al mondo serve anche quello che non piace a te. Tutto respira insieme.”

“Che andassero a respirare da un’altra parte, allora!”

Erano andati ad abitare nella baita isolata quando lui aveva circa quattro anni. Prima stavano al villaggio, ma erano passati nove anni e ormai non ricordava i motivi di quel trasferimento.

“Come sta Guilletta?”

“Meglio: il taglio nella zampa è già quasi rimarginato, grazie all’intruglio che le hai applicato.”

“Sta brucando un po’ di Erba che Rende Lievi, come le avevo suggerito?”

“Sì, quando ne trova qualche ciuffo.”

Il padre li ricordava bene, invece, quei motivi. Le occhiate di traverso, i mormorii, il tenere lontani gli altri bambini da quel bimbo che aveva qualcosa di strano. E quando a soli tre anni e nove mesi aveva già rivelato i primi Doni della Madre, quelle occhiate si erano fatte più impaurite e quindi più minacciose, quei mormorii erano diventati frasi, quel tenersi lontani stava diventando un voler allontanare. Allora lo aveva portato via.

“Elial, non finirò mai di chiedermi come tu faccia a sapere tutte queste cose.”

“Ma te l’ho già detto: neppure io lo capisco. E papà non mi parla mai di certi argomenti, anche se ho provato molte volte a farmi spiegare. È… è come se le ricordassi, ecco. Come se le avessi già nella memoria.”

“Io, come tanti animali, non possiedo i Doni della Madre come voi, ma perbacco se mi piacerebbe!”

“Però tu possiedi il dono di quei due cornoni arrotolati! Sono bellissimi!”

Vivevano della vendita dei formaggi che il padre ricavava dal latte di capre e pecore. Di tanto in tanto scendeva in qualche paesino giù a valle a venderli e a comprare quello che serviva.

“Sai, Grom – riprese Elial – io credo che questa memoria provenga da mia mamma. È morta quando avevo un anno e non me la ricordo. Papà non mi racconta mai di lei ed evita il discorso quando gli faccio delle domande. Sui suoi occhi cala un velo e la fronte si riempie di rughe. Sembra più vecchio. Eppure io sento che c’era qualcosa di speciale in mia madre. Quando la memoria delle piante o degli esseri viventi mi parla, è come se udissi la sua voce. Non riesco a spiegartelo bene.”

“Non serve, ragazzo. Non serve. Capisco più di quello che dici. Non pensarci, ora: prima o poi le risposte arriveranno. Ora guarda quella zuccona di Guilletta che si arrampica sulle rocce, pur con la zampa ancora ferita! Non metterà mai la testa a posto, quella…”

 

 

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