Mantenere una piccola scintilla d’incoscienza al centro della propria vita

 

                    

 

Storie di formazione molto simili, in cui due ragazzini che vivono in realtà molto differenti vengono iniziati alla vita, alla ricerca di sé e alle inaspettate sfide dell’età adulta, The tender bar di J.R. Moehringer (Il bar delle grandi speranze, Piemme, traduzione italiana di Annalisa Carena) e Barbarian days : a surfing life di William Finnegan (Giorni selvaggi, 66th and 2nd, traduzione italiana di F. Conte, M. Esposito e S. Sacchini) sono due romanzi di cui in Italia si è parlato poco, e a torto.
The tender bar, scritto nel 2005 dal futuro autore di Open, ci porta a Manhasset, cittadina newyorkese famosa anche per aver ispirato la “East Egg” de Il grande Gatsby, dove il protagonista bambino, che vive con madre, nonni e zio, ascolta alla radio la voce del padre, un disc-jockey poco di buono da cui è stato abbandonato in tenera età, e cerca disperatamente esempi di mascolinità e redenzione nel mondo che lo circonda. Troverà entrambi in un bar (il “Dickens”, poi ribattezzato “Publicans”) dove tra mille difficoltà riuscirà a diventare a sua volta adulto.
The tender bar è un romanzo fatto prima di tutto di voci: la voce del padre del protagonista, quella dei giornali, la voce degli adulti e delle responsabilità, quella del richiamo dell’incoscienza e quella dell’oblio, ma al suo interno nasconde anche luoghi e persone reali. Moehringer (che poi vincerà il premio Pulitzer per il giornalismo di approfondimento e costume) ripercorre la sua vita dall’infanzia all’età adulta, raccontandoci di privazioni e di mancanza di punti fermi – l’assenza del padre, le difficoltà economiche della madre – fino alla difficile messa a fuoco di se stesso e di chi al bancone di un bar va in cerca di un rifugio – dal fallimento, dalle delusioni e dal dolore – che la vita non ha saputo offrire.
Ben diverso è il contesto di provenienza di William Finnegan che in Barbarian days: a surfing life ci racconta la sua, di entrate nell’età adulta. Da Los Angeles alle Hawaii, e da qui in giro per il mondo, in un vagabondaggio a caccia d’avventure e di onde (Polinesia, Australia, Indonesia, Africa, Europa) che lo vedrà infine approdare nella Grande Mela dove diventerà giornalista del New Yorker e vincerà a sua volta un Pulitzer (lui, però, per la biografia e l’autobiografia).
Il surf rappresenta per Finnegan quello che rappresenta il bar per Moehringer: una sorta di accademia vitae, un luogo dove guardarsi dentro per provare a diventare adulti. Ma se Moehringer e gli avventori del Dickens si riuniscono davanti al bancone per confrontarsi gli uni con le vite e con le storie degli altri, Finnegan e gli adepti del surf preferiscono misurarsi con la forza degli elementi e della natura rischiando la pelle tra onde gigantesche e correnti capricciose. Finnegan ci porta in un viaggio che molti surfisti della mia generazione avrebbero voluto fare (e che in effetti poi abbiamo fatto, anche se con trent’anni di ritardo) in luoghi remoti in gran parte ancora inesplorati, restituendoci ritratti straordinariamente vivi d’individui, luoghi e popolazioni. Come nella migliore tradizione del genere, il surf diventa per Finnegan una ricerca e al tempo stesso una fuga: da se stesso e da quello che lo circonda, ma anche da quel senso di sicurezza che l’entrata nell’età adulta dovrebbe conferire.
The tender bar e Barbarian days custodiscono una lezione di cui tutti dovremmo far tesoro.
In entrambe le storie affiora via via la presa di coscienza che quello della crescita sia un momento doloroso ma necessario, un punto di svolta inevitabile ma non per questo scontato, che però ha bisogno, per essere portato a compimento, del più inaspettato degli ingredienti: la capacità di saper mantenere una piccola scintilla d’incoscienza al centro della propria vita. Non per restare bambini. Ma per non crescere nel rimpianto d’esserlo stati.

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