Di cosa parliamo quando parliamo di “libri” (ai bambini)

Raymond Carver mi perdonerà se manipolo un suo felice titolo e lo modello su una domanda che mi sono sempre posta. Quando si parla di “promozione della lettura” (brivido), di “invito alla lettura” (vade retro) o si sviluppano progetti che incentivino le persone ad acquistare e almeno aprire un libro, si cerca sempre di trovare una definizione, una motivazione, una “giustificazione” quasi del perché sia bello/necessario/positivo leggere. Solo le campagne ideate dai librai, o dalle stesse case editrici, sono valide e accattivanti, a differenza di quelle didascaliche e tristi concepite dalle cosiddette istituzioni, che poco sembrano conoscere di quel mondo.

Ai miei figli (adesso di sei e due anni) non ho mai dovuto spiegare, a differenza di altre mille situazioni, cosa fosse un libro, o come si utilizzasse. Non ho mai dovuto dire loro quanto fosse bello, piacevole, divertente, ascoltare (e fra poco leggere) un libro, perdersi in una storia o fra le pagine e “giocare”, immaginare. Lo hanno “sentito” da soli.
Semplicemente, ho preso uno dei millemila libri che hanno nella loro (e nella mia) libreria e ho iniziato a leggerlo, con loro fra le gambe, con la testolina appoggiata sul mio petto. Li ho fatti addormentare con un libro, da Topo Tip a Pinocchio (nella stupenda versione di Massimiliano Frezzato, pubblicata da Lavieri), passando per Che cos’è un bambino di Beatrice Alemagna al silent book Il bambino e la soffitta di Maja Kastelic, tutto da inventare. Nicoletta non chiude gli occhi la sera se non leggiamo almeno un capitolo del libro che ha scelto e Riccardo mi aspetta con i suoi libretti in mano, sfogliando e indicando le figure, con il faccino curioso che non vuole perdere nemmeno un dettaglio e si stupisce a ogni piccola e nuova scoperta.

Vorrei entrare nella loro testa e capire cosa provano, così piccoli, che faccia loro desiderare i libri, vederli come qualcosa di bello, divertente… quotidiano. Ecco, io, che non so stare un giorno senza avere un libro fra le mani, penso che finché i libri, le storie, la lettura non inizieranno, in maniera naturale, a far parte del nostro quotidiano, non ci sarà mai una vera “rivoluzione”.
Non sono d’accordo con chi dice che chi legge è migliore di chi non legge. Sicuramente è più felice. I bambini non farebbero, non cercherebbero qualcosa che non desse loro piacere; allora fidiamoci dei bambini!

E fidiamoci del parere autorevole di Daniel Pennac che nel suo saggio Come un romanzo parla dell’amore per la lettura, di come trasmetterlo, nutrirlo, accrescerlo.
Famosa la sua “carta dei diritti del lettore”che dona leggerezza a un atto (il leggere appunto) rivestito troppo spesso di grande (troppa) responsabilità e appesantito dalla sacralità di una pratica per pochi eletti. Il diritto di leggere qualsiasi cosa, quello di non finire un libro e di spizzicare, fra gli altri, rendono chiaro l’approccio: avvicinarsi alla lettura con gusto e non per dovere.
E dare l’esempio, far capire con i fatti e non con gli imperativi quanto leggere sia bello e piacevole, quello che cerco di fare io con i bambini. Cito da Pennac:

Quel che abbiamo letto di più bello lo dobbiamo quasi sempre a una persona cara. Ed è a una persona cara che subito ne parleremo. Forse proprio perché la peculiarità del sentimento, come del desiderio di leggere, è il fatto di preferire. Amare vuol dire, in ultima analisi, far dono delle nostre preferenze a coloro che preferiamo. E queste preferenze condivise popolano l’invisibile cittadella della nostra libertà. Noi siamo abitati da libri e da amici.

Per me la prima persona cara con un libro sempre in mano è stato mio padre ed è con lui che ancora oggi condivido le letture, e la gioia di intraprenderle. A volte siamo d’accordo, a volte no, ma è sempre bello parlarne. E spero di essere per i miei figli ciò che lui è stato, ed è ancora (anche se a volte i ruoli si invertono e sono io che gli passo nuove storie da scoprire) per me e con me.

(Come un romanzo di Daniel Pennac, Feltrinelli editore, tradotto da Yasmina Melaouah. Pubblicato nel 1997, ristampato nel 2000 e nel 2013).

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